Forse non tutti sanno che a Cadimare, un incantevole borgo marinaro del golfo di La Spezia, nacque nel 1920 ed è tutt’ora attivo, sebbene con funzioni diverse, l’aeroporto o, per meglio dire, l’idroscalo, intitolato al Maggiore Luigi Conti. A quel tempo gli idrovolanti, aerei dotati di galleggianti, detti in gergo aviatorio scarponi, al posto dei carrelli con ruote ed in grado quindi di decollare ed ammarare sull’acqua, erano in carico alla Marina che usava la neonata base per i collaudi dei propri aerei; ma già dal 1923 la gestione passò alla neo costituita Regia Aeronautica.

Da quel momento l’area aeroportuale si sviluppò notevolmente fino a diventare base logistica, di preparazione ed addestramento di tutte le trasvolate oceaniche effettuate con gli idro a doppio scafo SIAI Marchetti S 55 da Italo Balbo che resero famosa la nostra aeronautica nel mondo nonché, a partire dal 1929, sede ufficiale del 91°Gruppo Autonomo da Bombardamento Marittimo composto da due Squadriglie, la 170esima e la 171esima fino ad ospitare, nel 1931, le imponenti esercitazioni, alla presenza del Re con un simulato attacco sul golfo di La Spezia.
Detto tutto questo ora sediamoci buoni buoni ad ascoltare mio padre, Primo di nome, ma, in effetti, quarto di cinque fratelli, che ci racconta la sua esperienza di aviere ed il suo battesimo dell’aria.
“Alla fine del 1927 fui chiamato a svolgere il servizio militare obbligatorio di 18 mesi e, in quanto dichiaratomi falegname, venni arruolato nella Regia Aviazione ed assegnato alla base aeroportuale di Cadimare. Che ci faceva un falegname in aviazione? Beh dovete sapere che la gran parte dei pezzi degli aerei dell’epoca era proprio fatta proprio di legno a cominciare dall’elica, ai supporti dei telai della carlinga e delle ali, galleggianti compresi. Ora capitava abbastanza spesso che durante gli ammaraggi, specialmente con il mare un po’ mosso, qualche componente si fracassasse per cui noi venivamo impiegati per le riparazioni o per ricostruire intere parti. Alla base ci stavo davvero bene: il lavoro mi piaceva anche perché c’erano le macchine utensili più moderne che permettevano di sagomare il legno con facilità, il cibo era buono e, con la bella stagione i bagni di mare erano assicurati; niente a che vedere con la vita grama di prima del servizio militare.Inoltre avevamo una bella divisa azzurra, io sembravo un figurino con la bustina calata sulle ventitré, che, durante la libera uscita, si distingueva chiaramente dalle divise blu dei moltissimi marinai di stanza a La Spezia e faceva la sua bella figura. Qui sorgeva spontanea la nostra domanda impertinente: e con le ragazze? Lui si scherniva un po’ ma si vedeva chiaramente il ricordo di qualche cuore spezzato. Piuttosto ci raccontava degli sfottò reciproci fra marinai ed avieri che inevitabilmente terminavano dopo quattro risate ed una bevuta con la canzoncina:
Della Marina ce ne freghiamo
Perché dall’alto la bombardiamo
E gira gira l’elica, romba il motor
Questa è la bella vita, la bella vita dell’aviator
Trascorsero così diciotto mesi, a ripensarci ora, come in un lampo; improvvisamente realizzai che questo bel sogno stava per finire e che presto sarei tornato a casa a combattere con la mancanza di lavoro e tutto il resto a seguire.Avevo però un rimpianto: ero un aviere che durante la ferma non ero riuscito a volare; quanto avrei desiderato essere su uno di quegli aerei che flottavano sulla baia fino ad alzarsi poderosi in volo! Manifestai tutto il mio rammarico ad un un caro amico sergente pilota; questi, il penultimo giorno di ferma, quando ormai ero rassegnato ad essere aviere terricolo, mi mandò a chiamare e senza tante parole mi consegnò un casco di pelle e degli occhialoni invitandomi a salire su un idro da addestramento che aveva già il motore acceso. Oggi si vola!
L’aereo era una doppia ala abbastanza vecchiotto sul quale avevo fatto varie riparazioni ma sembrava robusto: seduto dietro il pilota, non essendoci carlinga, emergevo dalla fusoliera con le spalle. Partenza, cuore in gola, occhi serrati: l’aereo flottava sempre più veloce e, dopo un paio di balzi, finalmente si librò nel cielo; che spettacolo quando li riaprii! Laggiù sulla destra Portovenere e l’isola Palmaria, davanti l’incanto del golfo fino a Punta Bianca e all’ orizzonte le Apuane; poi quella sensazione di pace, nonostante il rumore del motore ed il vento. Mi accorsi di stringere fra le mani la bustina che avevo tolto per mettere il casco e, per essere più libero, la infilai sotto la spallina del giubbotto. Incredibile, ci stavamo dirigendo verso Carrara ed il pilota, abbassandosi di quota in mio onore, fece un’ampia virata sulla città.
Ecco lì sotto il Duomo, Piazza d’Armi, la Piazza delle Erbe, il fiume Carrione e tale e tanto fu l’entusiasmo che mi prese che cominciai a sbracciarmi ed a gridare nella vana speranza che qualcuna di quelle formichine che vedevo mi riconoscesse; anzi, feci di più, mi sfilai la bustina dalla spallina e cominciai a sventolarla fino a che un colpo di vento più forte me la strappò dalle mani. Anche il ritorno fu bellissimo e l’ammaraggio perfetto; sarò sempre grato al mio caro amico per quell’esperienza indimenticabile.
Il giorno dopo la ferma era finita, ovviamente per i miei compagni, io invece fui trattenuto dai dieci giorni di punizione che mi furono comminati per essermi presentato all’ultimo appello…senza la bustina d’ordinanza.
