immagine creata con A.I.
Sere fa mi è capitato di vedere in televisione il bel programma del bravo Aldo Cazzullo “Una giornata particolare” che ricostruiva la storia del nostro breve quanto effimero impero africano. Subito il ricordo è andato ai racconti che mio padre, sicuramente un antieroe, faceva, a noi ragazzi, della sua avventura africana che vorrei qui ricostruire.Farò dunque parlare lui in prima persona come se fossimo ancora lì, alla fine degli anni quaranta, a sentire i suoi racconti.
“Il 1935 era per la nostra città, Carrara, un anno decisamente triste come del resto lo erano stati tutti gli anni precedenti; non c’era lavoro ed in particolare per me, che ero stato mandato a bottega, dopo aver frequentato con profitto la sesta classe, ad imparare il mestiere di falegname, non c’era davvero prospettiva di piantare un chiodo. Pertanto, al fine di poter racimolare qualche soldo, mi recavo al mattino prima dell’alba, al Ponte della Bugia dove, assieme ad altri, aspettavamo i capi cava che, in base alle esigenze del momento, sceglievano alcuni di noi per una giornata di lavoro; e spesso, troppo spesso, ce ne tornavamo a casa con il morale sotto le scarpe e sulle spalle l’inutile alzataccia. Nel frattempo mi ero fidanzato con vostra madre con la seria intenzione di sposarci e mettere su famiglia. Già ma con che mezzi?
Finalmente capitò un’occasione che non potevo lasciarmi scappare: una ditta cercava falegnami da inviare in Eritrea per un periodo di sei mesi. La paga era buona e, risparmiando un po’, avremmo potuto realizzare il nostro sogno. E così, il giorno prima della partenza, alle quattro del pomeriggio, ci sposammo anche perché, se mi fosse capitata una disgrazia, perlomeno la mamma avrebbe avuto un vitalizio. Ventiquattro ore dopo ero lì, nel porto di Genova, ad ammirare la “Principessa Giovanna” la nave passeggeri sulla quale mi sarei dovuto imbarcare da lì a poco. Era una bella nave lunga 140 metri con due possenti fumaioli e tutto lo scafo verniciato di bianco, sulla quale salimmo in circa quattrocento e ci sistemammo subito negli alloggi di terza classe (c’erano solo quelli) che non erano poi così male; ci vennero consegnati gli indumenti coloniali ed un casco di sughero con la raccomandazione d’indossarlo sempre una volta arrivati a destinazione per evitare il rischio d’insolazione. Così partimmo per quel lungo viaggio. La vita a bordo trascorreva lenta e monotona, però si mangiava regolarmente tre volte al giorno, giocando a carte, prendendo il sole e fumando le nuove sigarette “Milit”, un sottoprodotto per i militari delle già infami sigarette “Popolari”; comunque quasi una vacanza.
La nave non era molto veloce, tant’è che dopo alcuni giorni di navigazione fummo superati dal transatlantico Conte Biancamano stracarico di soldati, forse i ricambi delle nostre truppe stanziate in Eritrea. Giungemmo a Porto Said e qui cominciò l’estenuante attesa per percorrere il Canale di Suez. Ci fu impedito di scendere a terra e raccomandato di non cedere alla tentazione di tuffarci in mare per trovare sollievo dalla calura che si stava facendo insopportabile, visto che alcuni giorni prima un incauto soldato aveva voluto provarci ed era stato divorato dagli squali. (Ricordo la sensazione di orrore che il racconto suscitava in noi bambini che regolarmente chiedevamo se questi squali si potessero trovare anche a Marina di Carrara; il babbo ci rassicurava con un sorriso da marinaio navigato ed il racconto andava avanti).
Finalmente iniziò il lento procedere lungo il Canale e lo spettacolo delle sue sponde sabbiose, sulle quali s’intravvedeva qualche palma e talvolta dei cammelli fino ad imboccare il Mar Rosso, che poi è azzurro come il nostro. Dopo undici giorni di navigazione dalla partenza arrivammo a Massaua dove il caldo, l’umidità e gli insetti erano terribili; fummo subito caricati sui cassoni dei camion e ci avviammo verso l’Altopiano di Asmara dove arrivammo, dopo ore di sballottamenti continui. La distanza da coprire era di circa 114 chilometri che s’inerpicavano dal mare ad una quota di 2400 metri; ma la strada, non ancora asfaltata, era tutto un cantiere per cui rallentamenti e soste ritardavano continuamente la marcia che avveniva fra nuvole di polvere che toglievano il fiato. Inevitabilmente cominciammo a chiederci dove eravamo capitati, cosa che scoprimmo assai presto.
Una volta giunti all’Asmara, capitale dell’Eritrea, ci aspettavano altri cinquanta chilometri verso il campo di lavoro situato fra Decameré e Saganeiti. Fummo subito radunati ed un cappellano militare ci comunicò che quella che stavamo vivendo non era una vacanza e ci sollecitò a lavorare alacremente, informandoci che il nemico abissino poteva invadere da un momento all’altro l’Eritrea per difendere la quale erano in arrivo i soldati che avrebbero alloggiato nelle baracche che avremmo costruito. Inutile dire che la fifa cominciò a serpeggiare fra di noi. Ma come? Ci chiedevamo: siamo qui vicini alla frontiera con il nemico, a sentire il prete, pronto ad invaderci e non abbiamo neanche una fionda per difenderci? C’era poco da stare allegri! Fortunatamente il nemico, che poi nemico non era, perché i veri nemici eravamo noi che ci volevamo impadronire dell’Etiopia, non pensò minimamente ad attaccarci. Fummo alloggiati in tende da quattro persone e cominciò la vita di cantiere. La prima sera, nonostante l’apprensione dovuta alle dichiarazioni del cappellano militare, rimasi incantato dalla bellezza dei colori del tramonto e poi, fattasi notte, dallo spettacolo del cielo illuminato da milioni di stelle che sembrava di poter toccare con la mano. Mai visto uno spettacolo simile! Si lavorava dal mattino al tramonto con un breve intervallo meridiano per evitare le ore più calde; l’aria era tersa, a quell’altezza non esistevano insetti di alcun tipo, e secca al punto che la sudorazione evaporava immediatamente. A tal proposito un giorno in un piccolo villaggio lì vicino, costituito da alcune decine di “tucul”, vidi le donne che, appena fatto il bucato, anziché stenderlo al sole ad asciugare come si fa da noi, sventolavano i panni due o tre volte e questi erano già asciutti.
I “tucul”, vi spiego, sono delle capanne circolari con tetto a cono generalmente fatte con paglia impastata con sterco di mucca; questo impasto, una volta essiccato, oltre a tenere fresca la stanza, rende le pareti lisce, impermeabili ed abbastanza solide per resistere alle intemperie. Chissà che puzzo, pensavamo noi, e poi, domandavamo curiosi, come sono gli abissini? (già perché per noi non c’era differenza fra eritrei ed etiopi). Gente tranquilla, povera, ma dignitosa ed ospitale in particolare le donne, molto belle, sempre pronte al sorriso, ma inavvicinabili a causa dell’odore repellente del burro rancido che si spalmano sui capelli folti e ricci per addomesticarli e renderli più luminosi. Il tempo trascorreva lento e monotono e nei giorni di riposo si andava, a piedi o con qualche mezzo di fortuna, verso Decameré o Seganeti per veder un po’ di gente e svagarci in qualche osteria per una partita a carte ed un bicchiere di vino. Per il resto era un continuo piallare, segare ed inchiodare legname, operazioni queste tutte fatte a mano in quanto, non essendoci energia elettrica, non esistevano macchine operatrici di alcun tipo. Il campo però pian pano cominciava a prendere forma ed era l’unica cosa che cambiava nella monotonia più totale.
Ma non succede mai nulla? Chiedevamo noi un po’ delusi. Una sera ci capitò un’avventura da raccontare. Un mio amico di tenda, anch’egli di Carrara, cominciò a lamentarsi a causa di forti dolori di pancia e più il tempo passava e più la cosa peggiorava. Che fare? Nel campo non esisteva un medico o un’infermeria e per andare a Decameré, dove c’era un presidio medico, non avevamo alcun mezzo. Così, pensai bene di preparargli una bevanda con il latte in polvere sperando facesse effetto. Mentre scioglievo la polvere di latte con l’acqua notavo, al lume della luna, come questo sembrasse sobbollire; mah, pensai, forse sarà il gran caldo. Ad ogni buon conto somministrai al paziente questa bevanda sperando che facesse qualche effetto benefico; proprio in quel momento avvertii una strana presenza in tenda, mi voltai e la vidi: grossa, come un grosso cane, che arricciava le labbra scoprendo i dento aguzzi. Era una iena! Gridai con quanta voce avevo in corpo, e scoppiò il finimondo: tutti i componenti della tenda cominciarono a urlare, più spaventati che mai, finché la iena, turbata da quelle grida, trotterellò fuori, dileguandosi nella notte. Qualcuno accese una lampada e ci ritrovammo a guardarci in faccia bianchi come cenci dalla paura per lo scampato pericolo. Però: miracolo! Il mal di pancia non c’era più. Al mattino andai a prendere il barattolo di latte in polvere che avevo aperto durante l notte per prepararmi la colazione e, con orrore, scoprii che era brulicante di vermetti bianchi. Ancora adesso mi chiedo cosa abbia fatto passare quel mal di pancia: i vermetti brulicanti o lo spavento per la iena?
E poi? Chiedevamo noi ansiosi di nuove avventure.
Beh, ci fu l’incontro con i babbuini: state a sentire. Un giorno ricevetti una lettera da casa con una bruttissima notizia: il figlio del mio fratello minore, anch’egli da poco a Massaua per lavorare, era morto a causa della difterite (allora non esistevano ancora i vaccini che avrebbero salvato milioni di bambini) e, dato che non avevano ancora un suo recapito, mi chiedevano di rintracciarlo per comunicargli il triste lutto. Andai dal capo cantiere e gli mostrai la lettera; questi, mostrando comprensione, acconsentì che mi assentassi ed anzi mi fornì indicazioni sul luogo dove presumibilmente lavorava mio fratello. Trovai un mezzo per Decamer, poi un altro per Asmara e verso sera seppi che c’era un camion che partiva per Massaua. Il camion era un vecchio mezzo militare, abbastanza mal in arnese, con un autista abissino che, evidentemente, aveva avuto un incontro ravvicinato con un fiasco di vino; ciò lo si intuiva facilmente dall’odore del suo fiato, mentre in pessimo italiano ci faceva salire sul cassone dove c’erano delle panche sulle quali sedere Bene, sul far della notte il viaggio cominciò con l’autista che cantava e guidava come un pazzo giù per la strada sterrata che doveva portaci alla meta. Sul cassone nessuno parlava, ma s’intuiva chiaramente che alcuni stavano raccomandando la loro anima a Dio. Improvvisamente il camion si arrestò con una brusca frenata; la strada era invasa da centinaia di babbuini che lanciavano urla terribili. I fanali del camion illuminavano quegli indemoniati che bloccavano la strada e ci impedivano di proseguire. Erano scimmie onnivore alte circa un metro con un muso da cane, coperte da un folto mantello grigio, una coda di circa 30 centimetri e le natiche di un rosso fuoco. L’autista ci raccomandò di stare fermi e di non reagire e forse fu questa la strategia che ci salvò; infatti quando alcuni babbuini salirono sul cassone del camion mostrando i denti aguzzi noi, nonostante la paura, restammo impietriti come statue di sale. Ci toccarono, ci annusarono ma poiché non osservarono alcuna reazione da parte nostra ben presto si stancarono e seguirono il grosso della tribù che nel frattempo aveva attraversato la strada. Beh, il viaggio riprese con l’autista diventato stranamente più sobrio e prudente; avevamo corso un serio pericolo? Non saprei, so solo che in quei momenti la paura di non portare a casa la pelle fu tanta. Giunto nella torrida Massaua riuscii a trovare ben presto lo zio che, vedendo il mio volto, capì subito che non portavo buone notizie. Ricordo ancora le sue lacrime ed il dolore per non essere stato vicino a sua moglie ed a suo figlio. Tornai dunque al mio cantiere e così pian piano arrivò settembre; il campo era finito, una serie di decorose baracche che avrebbero, di lì a poco, ospitato quei soldati a difesa dell’Eritrea dall’invasore etiope. Durante il ritorno ebbi modo di ripensare a quei sei mesi senza avvertire minimamente quello che viene chiamato “mal d’Africa” e continuando a pormi la domanda: ma che cosa ci facevamo noi italiani in quella terra sassosa e tanto inospitale? Nel giro di dieci giorni ero di nuovo a casa dove, con la mamma, affittammo un piccolo appartamento con camera e cucina, lo arredammo ed oggi eccoci qui.
Per la cronaca il 3 ottobre 1935 l’esercito italiano attraversò il confine etiope dando il via alla Campagna d’Etiopia che portò nel maggio del ’36 alla conquista di Addis Abeba ed alla creazione di quell’effimero Impero che dopo soli cinque anni svanì come la nebbia al sole.
