terza e ultima parte
Ben presto ci accorgemmo che la nostra unione sarebbe stata allietata da un figlio, o meglio da una figlia, Paola, la quale approfittò del fatto che Sara, ormai in maternità e su consiglio del ginecologo era tornata a Massa per godere del clima mite dell’autunno inoltrato, per venire al mondo in anticipo sulla data prevista, creando non poco scompiglio. Rientrati a Torino, non appena fu possibile, cominciò un periodo di serenità nella nostra confortevole casa. Ogni tanto venivano i parenti, che riuscivamo a sistemare senza creare scompigli al nostro ménage familiare. Demmo anche ospitalità ad una coppia di cari amici nostri coetanei che, fidanzati da tempo, non riuscivano a sposarsi a causa del veto dei genitori, diventando perciò complici di una fuga romantica ,che si concluse dopo pochi giorni con il consenso, anche se “obtorto collo”, al matrimonio.
Si trattava,a quel punto, finito il periodo di maternità di Sara, di sistemare la bambina: fortunatamente la nostra dirimpettaia di pianerottolo, quella che sarebbe diventata la tata Adele, si offrì di tenercela. Al mattino quindi, mentre noi uscivamo per andare al lavoro, lei arrivava, aspettava che la bambina si svegliasse e poi la portava a casa sua dove io provvedevo a riprenderla a mezzogiorno, la sistemavo, le davo la pappa, preparavo il nostro pranzo ed insieme aspettavamo la mamma che arrivava verso le due, dopodiché tornavo al lavoro. Così per cinque giorni alla settimana, poi al sabato, pulizia a fondo della casa, spesa settimanale al supermercato e alla domenica a spasso per Torino.

Eravamo davvero felici. Paola cresceva bene allegra e vivace, forse fin troppo, con un ritmo circadiano tutto suo, che Sara ben presto, con il suo carattere dolce, ma deciso, riuscì a riportare nella normalità. Durante il giorno, lei provvedeva alla bisogna ed a sistemare gli eventuali capriccetti, mentre, a me, alla sera, forse memore del suo burbero padre, aveva assegnato l’incarico di giocare e di raccontare favole, cosa che ho sempre fatto con entusiasmo anche con Cristina, la nostra seconda figlia e successivamente con i nipotini. Cominciammo a conoscere gente e ad avere amicizie che, a sessant’anni di distanza, sono ancora vive a testimonianza dei legami profondi che si erano creati.
Il tempo passava e le cose miglioravano di giorno in giorno, acquistammo per novantamila lire una vecchia FIAT Seicento prima serie, la Geppy, ancora in buon stato e così la domenica eravamo liberi di lasciare la città per andare a respirare aria buona in mezzo al verde. Tutto bene? Non proprio: c’era, infatti, il grosso problema del servizio militare che ci assillava come pensiero latente. Avevamo già predisposto un piano B con una coppia di amici che avevano lo stesso problema, anche loro un po’ incoscienti come noi. In caso di chiamata alle armi le due giovani mamme con le rispettive figlie si sarebbero aiutate a vicenda. Ma sarebbe comunque stato un bel problema. Mi ero iscritto all’Università in attesa di trovare una soluzione che arrivò inaspettata.

Sara, rientrata dalla maternità, lavorava presso il Casellario giudiziale dove prestava servizio una sua collega distaccata dal Distretto militare, la quale, venuta a sapere del nostro problema, s’interessò del caso fino a scoprire che i richiamati di leva del 1948 potevano usufruire dell’esenzione dal servizio militare se ammogliati con prole. Poiché io, classe 44, avendo avuto l’esenzione per motivi di studio per i due anni al corso di Genova e gli altri due anni di università, sarei dovuto partire con la classe 48, quindi avevo diritto a pieno titolo, assieme al mio amico, di godere di quella norma e così ebbi il mio congedo illimitato provvisorio. Ancora oggi mi chiedo se sia stata solo fortuna o se non ci fosse una sorta di Provvidenza manzoniana che ci aveva posto sotto la sua ala protettrice. I giorni e le stagioni scorrevano felici: avevamo più del necessario. Un giorno il signor Ballesio ci comunicò che avrebbe messo l’ascensore il che avrebbe comportato un aumento dell’affitto del 10 per cento, ma questo non creò alcun problema.
La mia posizione di lavoro aveva cominciato a progredire e con essa lo stipendio, infatti, da “impiegato tecnico con mansioni prevalentemente di concetto” ero passato alle “mansioni di concetto” e quindi a quelle di “concetto di rilievo”, il che comportava, oltre ad un discreto aumento di stipendio, anche il tavolo modello ministeriale con due cassetti e ripiano di vetro. Il povero Fantozzi avrebbe, poi, messo giustamente in ridicolo questi benefit ai quali, però, tutti in azienda miravano come status simbol. Epici erano i viaggi da Torino a Massa, dove tornavamo per trascorrere i brevi periodi di vacanze lontani dalla canicola agostana della città. Le ferie, infatti, per me, erano poche: solo dodici giorni lavorativi all’anno per i primi cinque anni, e passavano in un lampo. A quel tempo l’unico tratto di autostrada esistente era la trafficatissima autocamionale che da Serravalle Scrivia portava a Genova, per il resto solo strade statali, per cui, quasi sempre, questi viaggi si trasformavano in vere e proprie odissee specialmente sulla SS. n°1 Aurelia, da Genova a Massa, che attraversava tutti i centri abitati della Riviera di Levante. Ma il vero spauracchio di noi poveri automobilisti, oltre alle salite della Ruta, della Rutina e delle Grazie fra Rapallo e Chiavari, era passo del Bracco, sedici chilometri di tortuosa strada di montagna sulla quale i camion con rimorchio la facevano da padroni a velocità ridotta e incolonnandosi spesso, rendendo così impossibili i sorpassi nei brevi tratti rettilinei; peraltro la Geppy, con i suoi un po’ sfiatati 23 cavalli, non era certamente un fulmine di ripresa.
In poche parole quello che oggi con le moderne – si fa per dire – autostrade è un viaggio di due ore e mezzo a quel tempo era un trasferimento di sette otto ore, quando andava bene.Ma questi erano veramente piccoli problemi; il vero problema venne quando Paola cominciò a deperire. Il verdetto della pediatra fu lapidario: “Questa bambina ha bisogno di aria di mare!”. E così cominciarono le trasferte settimanali a Massa dove Paola sembrava ogni volta rifiorire per star male di nuovo appena rientrati a casa. Che fare? Torino era ormai diventata la nostra città: lì avevamo la nostra bella casa, i nostri amici ed il nostro futuro, però, di fronte alla salute della bambina non esitammo un attimo: decidemmo di chiedere il trasferimento in una città di mare da Sanremo a Grosseto.

La cosa ovviamente era più facile a dirsi che a farsi, ma Sara, fortunatamente, dopo un paio di mesi ebbe il trasferimento alla Pretura di Carrara e allora addio Torino, addio via Cialdini tredici. In un mattino del gennaio 1970 caricammo i nostri mobili su un camion e con il groppo alla gola lasciammo la nostra bella casa e la tata Adele che, ormai affezionata a Paola, piangeva tutte le sue lacrime. Quanto a me le cose non furono così semplici. Cominciò un lungo periodo di deprimente pendolarismo settimanale, mitigato dal fatto che la bambina aveva ripreso una eccellente forma. Il trasferimento però non arrivava mai nonostante l’interessamento del capo del personale. Erano ormai passati due anni, Paola si manteneva in buona salute anche nelle brevi visite che facevamo agli amici di Torino, i quali erano sempre ben lieti di ospitarci e Sara era ormai avanti con la seconda gravidanza. La situazione era ormai insostenibile e dovevamo trovare una via d’uscita. Una sera andai a far visita alla cara tata Adele con la quale eravamo rimasti in ottimi rapporti e lei mi comunicò che il nostro ex appartamento stava per liberarsi. Non ci pensai due volte, mi congedai e scesi al secondo piano dove abitava il signor Ballesio, che fu ben felice di rivedermi e forse aveva già capito quello che stavo per chiedergli: Se tornassimo a Torino, sarebbe disposto ad affittarci di nuovo l’appartamento?”. “Ma con vera gioia” mi rispose” e ad a canone d’affitto invariato”. Chiamai Sara e le chiesi se era d’accordo di tornare a Torino nel nostro appartamento e lei con la voce rotta dall’emozione seppe solo rispondermi: “Vieni a prenderci, fai presto”. Il giorno dopo tornai dal signor Ballesio e bloccai l’appartamento con tre mesi di affitto anticipato, mentre lui s’impegnò a risistemarlo poiché i precedenti inquilini, dalle tre persone iniziali, erano, poi, diventati sette più il cane ed avevano lasciato l’appartamentobisognoso di restauri.
Cominciammo così ad elaborare il piano di rientro con rinnovato entusiasmo ed un po’ di apprensione per Paola e per il nascituro ma, pensando: “Andiamo avanti, poi si vedrà!”. Pochi giorni dopo aver preso questa decisione, mentre la tata Adele non stava in sé dalla gioia e gli amici non vedevano l’ora che tornassimo, mi telefonò il capo del Personale e mi chiese se ero seduto. Alla mia risposta affermativa mi comunicò che dal 30 di giugno di quell’anno sarei stato trasferito a La Spezia, dove si stava aprendo un nuovo Centro di Lavoro che avrei diretto. Chiamai Sara, le comunicai la splendida notizia e forse per questo la sera stessa, con un mese d’anticipo sulla data prevista, le si ruppero le acque e il giorno dopo nacque Cristina.
Mentre sono preso da questi ricordi davanti alla vecchia casa di Via Cialdini, dal portone esce una macchina guidata da una giovane ragazza che si ferma, mi sorride e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Le spiego, sperando di non essere inopportuno, che cinquantanove anni prima abitavo proprio lì al quinto piano; lei sorride e mi rivela di essere la nipote del signor Ballesio e che adesso è lei che abita quell’appartamento che le è stato donato dal nonno. Ci salutiamo. Nel frattempo arriva Paola che mi confessa di non ricordare quasi niente tranne la porta di casa della tata Adele. Torniamo a casa, mi lascio alle spalle il ricordo di quella casa che ha rappresentato, per noi, il nostro vero primo nido, dove abbiamo raccolto e vinto le prime sfide della vita.
Ancora molti anni dopo, anche quando il male inesorabile l’aveva colpita, Sara amava ricordare con nostalgia la nostra bella casa di Via Cialdini 13.
