seconda parte
Giravo, a quel tempo, per Torino, in cerca di un appartamentino nelle vicinanze del posto di lavoro. Con Sara, la mia futura moglie, dopo due anni di fidanzamento vivendo lontani perchè io studiavo a Genova, avevamo deciso di sposarci cascasse il mondo e di andare a vivere nella città in cui avrei trovato lavoro. Lei, dopo tre anni di precarietà, era stata assunta presso il Tribunale di Massa ed io, dopo Genova, avevo finalmente il posto fisso alla SIP di Torino. Dal punto di vista affettivo le cose non erano certo migliorate: più innamorati che mai, eravamo ancor più lontani, ma, nonostante la giovane età, eravamo già ben decisi ad affrontare il mondo assieme, quindi Sara chiese il trasferimento per Torino ed io cominciai a cercar casa.
Era il tempo in cui su molti portoni apparivano i cartelli con su scritto: “Affittasi appartamento, tranne che ai meridionali”. A Torino, in quel momento storico, a causa della continua richiesta di mano d’opera della FIAT e del suo indotto, arrivavano dal sud, mediamente, cinquecento persone al giorno, alcune delle quali avevano affittato gli appartamenti offerti dal mercato per trasformarli poi in vere e proprie basi di raccolta per i parenti che, al loro seguito, venivano in città in cerca di un futuro migliore. Da qui lo scontro fra due diversi modi di vivere: i meridionali allegri, chiassosi e numerosi, che certamente modificavano lo stile di vita dei palazzi, ed i piemontesi, attaccati alle loro tradizioni di silenziosa tranquillità. Alcune esperienze negative vissute dagli affittuari e dai condomini avevano determinato l’origine di quei cartelli che oggi sarebbero definiti razzisti. Io speravo che per noi non ci sarebbero stati problemi visto che cercavo un appartamentino per due persone. Avevo già un paio di appuntamenti per visionare delle case quando, girellando per via Cialdini mi soffermai, per curiosità, a leggere il cartello con su scritto affittasi. Mi si avvicinò un signore che si presentò come Monsù Biglia, il portinaio, e mi chiese, con la sua bella calata piemontese: “Le interessa?” “Beh – risposi – mi sembra un po’ grande per le mie esigenze e poi chissà quanto costa d’affitto”. “Quello non è un problema, chiedono 50 mila lire al mese più 10 mila in inverno per il riscaldamento, che per quell’appartamento è davvero poco, infatti ,in zona, gli affitti per case ben più modeste si aggirano attorno alle 40 mila lire. L’unico problema è che si trova il quinto piano senza ascensore. Lei quanti anni ha?” mi spiegò. “Ventuno” risposi. “E allora che problema c’è? Avessi io le sue gambe. Venga domani a quest’ora a parlare col proprietario”, concluse Monsù Biglia.
Il giorno dopo mi presentai puntuale ed il proprietario, il signor Ballesio, un distinto signore dall’aspetto bonario mi ricevette per una breve chiacchierata, e saputo che lavoravo in SIP, mi disse che, tramite suoi conoscenti, avrebbe chiesto mie referenze. Poi mi invitò a visitare l’appartamento con Monsù Biglia, che nel frattempo era già salito, e mi disse di ripassare fra un paio di giorni.
Volai le scale, la porta era aperta: entrai e non credetti ai miei occhi. Pavimenti in marmo o in scricchiolante parquet di olivo, carta da parati dappertutto, belle ed ariose camere, un bel terrazzo che dava sul cortile interno munito di cavedio per gettare la spazzatura; c’era bisogno soltanto di una rinfrescata a quello che sarebbe diventato il tinello. Accettai e mi precipitai a chiamare Sara per informarla che avevamo casa. Lei mi annunciò che a gennaio avrebbe avuto il trasferimento presso la Corte d’Appello di Torino. Non stavo in me dalla gioia: le chiesi pertanto di preparare le pratiche che ci saremmo sposati!
Già e i soldi? Io lavoravo da due mesi ed il mio stipendio era di 112 mila lire. Da parte avevo ben poco. Lo stipendio di Sara era di 76 mila lire, per cui eravamo fiduciosi che in qualche modo ce l’avremmo fatta, anche perché eravamo animati da una certezza che oggi, purtroppo, i giovani non hanno più: domani sarebbe stato sicuramente migliore dell’oggi.E così, mentre Sara si interessava della burocrazia io mi diedi da fare per approntare l’appartamento: due reti, due materassi, un paio di sedie, un fornellino elettrico in cucina e poi si sarebbe visto in corso d’opera.
Arrivò il giorno delle nozze. Strano matrimonio il nostro: dopo aver avuto il consenso del padre di Sara, a quel tempo lei aveva vent’anni e quindi ancora minorenne, avremmo dovuto sposarci in Duomo a Massa, ma Sara, col suo carattere schivo, manifestò il desiderio di avere una semplice cerimonia, senza alcun sfarzo e alle sette del mattino, nella chiesa più umile di Massa dedicata alla Madonna degli Uliveti posta nella zona industriale della città. Una chiesetta semplice, contornata di olivi e condotta da un parroco, don Luigi Buonacoscia stimato dagli operai della zona industriale, che non amava grandi cerimonie tant’è che pensò lui ad addobbare la chiesa con i fiori del suo piccolo giardino. I nostri genitori non erano molto entusiasti di questa decisione ma tant’è: eravamo noi a sposarci e quella giornata doveva essere nostra. Sara mi aveva pregato di arrivare puntuale ed io, siccome la macchina che doveva portarmi in chiesa non si vedeva, nonostante la pioggia, mi misi addosso un impermeabile e, con la mia Vespa, andai verso la chiesa che distava una decina di chilometri da casa. Arrivai alle sette meno un quarto che albeggiava appena e tutto era deserto; bussai alla porta della canonica e venne ad aprirmi don Buonacoscia.“Che c’è?” mi disse. “Veramente io vorrei sposarmi, non ricorda?”. “Benedetto figliolo, calma. Finisco di vestirmi ed arrivo”. Mi piazzai sulla porta della chiesa ed alle sette e dieci, quasi puntuale, ma del resto c’ero ormai abituato, arrivò Sara.
Dio com’era bella!
Avremmo voluto entrare subito in chiesa, ma dovemmo attendere l’arrivo del parroco e dei genitori e poi ci sposammo, finalmente uniti per tutta la vita. Un breve rinfresco, il tempo di cambiarci d’abito, quindi accompagnati in macchina a La Spezia, prendemmo il rapido per Torino. Arrivammo nel primo pomeriggio a Porta Nuova e qui, tanto inaspettata quanto gradita sorpresa, ci vennero incontro due miei colleghi d’ufficio, Ettore e Franco con un gran mazzo di fiori, e ci accompagnarono in macchina fino a casa, in via Cialdini 13. Ci aiutarono a portare le pesanti valigie su al quinto piano e lì ci salutammo. Guai a chi osa mettere in dubbio la gentilezza dei piemontesi! Aprii la porta di casa dove, in mezzo all’ampio ingresso, campeggiava un gran mazzo di calle bianche, il fiore preferito da Sara, che Monsù Biglia, dietro mia preghiera, aveva provveduto ad acquistare. Sara, nonostante il feroce mal di testa dovuto allo stress della giornata, entrò commossa, entusiasta della casa, nonostante fosse desolatamente vuota. Ci sedemmo sulle due sedie e cominciammo a pianificare la nostra vita.
Quello fu il nostro viaggio di nozze: in giro per Torino ad acquistare il mobilio necessario ed indispensabile. Mio padre mi aveva prestato trecentomila lire, che avrei restituito in dieci rate mensili, e con quelli acquistammo un bel tinello in tek. Per il resto ricordo che firmai un discreto pacco di cambiali che avremmo onorato nel giro di un paio d’anni e di ciò sarò sempre grato a quei negozianti che, nonostante la nostra giovane età, avevano voluto darci fiducia forse convinti dai nostri occhi dai quali traspariva evidente il nostro entusiasmo di vita. Finito il viaggio di nozze, la casa aveva tutto l’essenziale per viverci serenamente. Rientrammo a Massa per impacchettare e spedire le ultime suppellettili e così cominciò la nostra vita insieme.
continua…
