prima parte
La cantina dei vini si presenta paurosamente vuota per cui è d’uopo organizzare uno dei miei soliti viaggi in Piemonte per provvedere ai rifornimenti. Saputa la cosa Paola, mia figlia, e gli altri due componenti del gruppo che mi accompagna nelle escursioni sulle Apuane, si offrono generosamente di unirsi a me, anche in questa occasione che, già lo prevedo, diventerà una zingarata. Partiamo dunque il venerdì pomeriggio ed in due ore e mezzo eccoci a Montegrosso d’Asti, dove facciamo rifornimento di vari vini: barbera, chardonnay, grignolino e nebbiolo, presso un produttore mio caro amico che ci accoglie con gioia. A sera, anziché far ritorno, decidiamo di fermarci a Torino, dove nel frattempo abbiamo prenotato un piccolo appartamento in una zona adiacente alla meravigliosa collina che costeggia il Po.Usciamo dalla Tangenziale a Moncalieri, dominata dall’imponente Castello sabaudo, ed entriamo in Torino da Corso Trieste e poi in Corso Unità d’Italia, dove si possono vedere le opere allestite per celebrare Italia 61, il primo centenario dell’Unità d’Italia, fra le quali il famoso Palazzo del Lavoro progettato dall’Architetto Nervi e la struttura della Monorotaia, ormai il tutto in stato di completo abbandono. Intorno però è un tripudio di verde che testimonia l’arrivo della primavera. Il Po, che scorre sulla destra, è bellissimo in mezzo a questa esplosione della natura. Arrivati in Corso Belgio troviamo il nostro appartamento, una graziosa casetta di inizio 900 con giardino, all’interno di un piccolo condominio; scarichiamo i bagagli ed i numerosi bag in box del vino e siccome per iniziare a visitare la città, come si dice, è troppo tardi per essere presto e troppo presto per essere tardi, decidiamo di fare una visita alla Basilica di Superga che ci sovrasta per ammirare il tramonto sulla città. In pochi minuti di macchina dalla Borgata Sassi, così chiamata perché qui, nel 1717, vennero accumulate pietre di cava, mattoni, sassi di fiume e legname che sarebbero stati poi trasportati a dorso d’asino fino alla sommità del colle per la erigenda basilica, raggiungiamo l’ampio piazzale posto a 672 metri di quota sul quale sorge l’imponente chiesa, costruita dall’abate architetto siciliano Filippo Juvarra, per volontà del re Vittorio Amedeo II, come ringraziamento alla Vergine Maria, dopo aver sconfitto i francesi, grazie anche all’eroismo di Pietro Micca. (Anche a quei tempi comunque si usava mescolare il sacro con il profano).

La Basilica, illuminata dal sole al tramonto, si presenta in tutta la sua maestosa bellezza, peccato che una fitta foschia impedisca di godere del panorama sottostante. Ci rechiamo sul retro dell’imponente costruzione dove, il 4 maggio del 1949 si schiantò il trimotore Fiat G 212 della Avio Linee Italiane proveniente da Lisbona con a bordo l’intera squadra del Grande Torino, i dirigenti ed i giornalisti al seguito; nell’impatto morirono sul colpo 27 passeggeri ed i 4 membri dell’equipaggio. La grande lapide con i nomi delle vittime è meta di continuo pellegrinaggio ed è, alla sua base, ricoperta di fiori, gagliardetti e sciarpe color granata.

A quel tempo ero un bambino di quasi cinque anni, ma ricordo ancora lo stupore ed il dolore con cui venne accolta la notizia anche a Carrara, la mia città. Il Grande Torino, assieme a Bartali e Coppi, era l’orgoglio dell’Italia che stava risorgendo dalle macerie, era l’ossatura della nostra Nazionale e poi, per un banale errore di altimetria, era tutto finito.
Ritorniamo un po’ mesti e, giunta l’ora di cena, porto gli amici alla vecchia Trattoria della Posta dov’ero stato l’ultima volta 53 anni fa. È ancora tutto come allora: il locale, la cortesia e la qualità del cibo; solo il vecchio proprietario è stato sostituito dal figlio con il quale mi soffermo a ricordare i tempi andati. Il giorno seguente, dopo aver parcheggiato la macchina senza difficoltà (il centro di Torino è ricco di ampi e comodi parcheggi sotterranei) gran tour per la città; la giornata splendida favorisce la lunga passeggiata che intendiamo fare: La Chiesa della Gran Madre, Piazza Vittorio, certamente una delle piazze più belle, via Po, il lungo rettilineo che porta a Piazza Castello, la colazione da Fiorio, lo storico caffè ritrovo di nobili ed intellettuali del Risorgimento. Qui è ancora tutto come un tempo, le stesse poltroncine e divani di velluto rosso e, basta chiudere gli occhi, sembra di sentire ancora il brusio delle Madame, le Madamin ed i Monsù che qui venivano fin dal 1780, anno della sua inaugurazione, a consumare tazze di profumato cioccolato e squisita pasticceria. Una curiosità: è qui che nacque il cono gelato da passeggio. Ci avviamo verso la Mole Antonelliana, sede del Museo del Cinema, che visitiamo dopo essere saliti con il suo spettacolare ascensore a godere, grazie alla giornata del tutto priva di foschia, lo splendido panorama di Torino con la cerchia delle Alpi. Quindi, risalendo via Po, Piazza Castello, con Palazzo Madama, la Reggia sabauda, il Duomo, Porta Palatina ed ancora la splendida Galleria Subalpina, una volta sede di antiche librerie, e poi Piazza Carlo Alberto, Palazzo Carignano, via Roma con i suoi meravigliosi portici, Piazza San Carlo e Giardino Sambuy di fronte alla Stazione di Porta Nuova. Nel pomeriggio, dopo un frugale pasto in un dehor di un bar di Piazza San Carlo, partenza per La Venaria Reale nel cui giardino, in questa stagione, si può ammirare l’esplosione della fioritura dei ciliegi. Lo spettacolo ci ripaga della lunga coda fatta per arrivare a causa delle migliaia di turisti accorsi per l’occasione.

Arriva così il giorno della partenza; c’è ancora tempo per un mini tour: via Pietro Micca, la Piazza Solferino con la sua imponente Fontana Angelica, (qui nei pressi, al Palazzo dei Telefoni di via Confienza arrivai giovane e pieno di speranze nel lontano 1963) Via Cernaia e ancora Porta Susa, dove tutto è cambiato, e la bella Piazza Statuto al cui centro campeggia il Monumento eretto in occasione dell’inaugurazione della galleria del Fréjus. Prima di partire Paola mi chiede se possiamo andare a vedere la casa dove ha trascorso i suoi primi quattro anni di vita e di cui la mamma le parlava tanto; non è lontano, si trova proprio al centro del bel quartiere Cit Turin (piccola Torino), e così in pochi minuti arriviamo al numero 13 di Via Cialdini. È una bella casa di cinque piani costruita agli inizi del ‘900 e la cui facciata, adesso, avrebbe bisogno di un buon restauro: parcheggiamo la macchina e ci avviamo verso il grande portone completamente aperto.Sembra che il tempo si sia fermato e, mentre Paola decide di salire al quinto piano in cerca di ricordi, mi soffermo a guardare i nomi sulla rastrelliera dei citofoni dove, nel novembre del 1965, campeggiava un piccolo cartello con su scritto:” Affittasi appartamento, tre camere, salone, tinello, cucinotto, doppi servizi, quinto piano senza ascensore”.
continua…
