FOTO Archivio Michelino – proprietà privata
L’estate è finita, finalmente, le giornate hanno iniziato ad accorciarsi e si comincia a sperare, dopo tanta calura, che ottobre porti quel piacevole frescolino che fa desiderare un indumento più pesante. Questa stagione riporta alla mente le prime castagne e, per chi come me ha una lunga vita alle spalle, la vendemmia. Già perché mentre oggi, con il cambiamento climatico, le vendemmie si fanno a metà settembre per i rossi ed addirittura a fine agosto per i bianchi, un tempo, non poi così lontano, la vendemmia si faceva nelle prime due settimane di ottobre.
Carrara è circondate da una corona di colline terrazzate nel tempo dall’uomo e vocate alla coltivazione della vite ed in questo periodo, un tempo, passeggiando nelle vicinanze dei casolari, era tutto un profumo di mosto!
Ottobre è il mio mese, essendo io nato proprio il 1°, giorno in cui si festeggia san Remigio da Reims ed in cui, fino al 1976, cominciava l’anno scolastico per cui tutti gli studenti venivano così chiamati “remigini”. Ricordo ancora i racconti della nonna di quando, in quel giorno, fin dalle ore antelucane intere famiglie si recavano a piedi in pellegrinaggio a Fosdinovo per i festeggiamenti che si tenevano annualmente fin dal 1701, a ricordo della donazione delle reliquie del santo da parte del Vescovo di Lucca, alla Chiesa Parrocchiale del paese. Ed insieme a questi ricordi mi rivedo ragazzo eccitato da quello che a me sembrava, ed era in effetti, un grande evento: la vendemmia.
Abitavo appunto in un casolare in collina circondato da vigneti, che annualmente si riempivano di grossi grappoli, su terreni che erano tenuti come giardini e, fin da settembre, cominciavano i lavori in cantina per preparare le bigonce e le botti di legno le cui doghe, durante l’anno, si erano prosciugate ed allentate, non garantendo più la tenuta stagna; bisognava pulirle, tirare i cerchi di metallo che assemblavano le doghe e poi bagnarle con acqua due volte al giorno fino a quando il legno, gonfiandosi, le rendeva impermeabili. Quando l’anziano ed esperto contadino giudicava che l’uva fosse arrivata a maturazione perfetta veniva programmato il giorno della vendemmia che di solito era un sabato od una domenica, quando cioè la mano d’opera, costituita da amici e vicinanti, era maggiormente disponibile.
Al primo mattino, nella grande aia antistante la casa, venivano allineate ceste e panieri, forbici e coltelli da distribuire ai vendemmiatori molti dei quali non si vedevano da un anno ed il loro arrivo già contribuiva, con saluti e baci, ad aumentare l’atmosfera festosa che si stava formando. Si partiva dai filari e dai pergolati posti nella parte alta della collina e già dopo alcuni minuti risuonava il grido ”ceeeste!”. Allora partivano le portatrici che raggiungevano i vendemmiatori e, sedute sul bordo della piana si mettevano il cercine in testa con sopra la cesta che veniva riempita con i grappoli raccolti. Arrivate nell’aia scaricavano le ceste sulla “mastra”, un grande tavolo di legno bordato su tre lati e qui la mano esperta del contadino suddivideva i grappoli a seconda del loro grado di maturazione: quelli perfetti in una bigoncia mentre quelli troppo maturi e già coperti da muffe in quella del “marcetto”.
Qui l’uva subiva una prima macinatura con dei grossi pestelli di legno quindi le bigonce, del peso di una quarantina di chili, veniva caricata a spalla e portata in cantina per essere travasata nelle botti. Questa operazione veniva fatta dagli “uomini” e ricordo ancora quando, all’età di sedici anni, caricai sulla spalla la mia prima bigoncia diventando simbolicamente “uomo”. E così la vendemmia andava avanti tutto il giorno fra lavoro e scherzi uno dei quali, per me incomprensibile, era quello di attendere che una portatrice di ceste, in genere la più avvenente, si distraesse per balzarle alle spalle e spremerle sul volto un grappolo maturo fra l’ilarità dei presenti e la finta rabbia della vittima che, in fondo in fondo, si sentiva lusingata dello scherzo innocente. Una volta piene le botti, mentre nell’aia si rigovernava e si preparava per la cena, in genere polenta e stoccafisso preparato dalla moglie del contadino, gli uomini, fra i quali ormai mi annoveravo, scendevano in cantina e, scalzi ed in mutande, si calavano nelle botti per pestare definitivamente l’uva fino a trasformarla in mosto.
Tradizione penso ormai desueta: la “grespia”. Dalla botte si estraevano alcuni raspi di uva grondanti di mosto aggiungendo un po’ d’acqua; il liquido risultante veniva messo in bottiglie chiuse ermeticamente e li rimaneva fino a Natale. Risultato, un liquido improbabile leggermente dolciastro e frizzante che all’apertura faceva il “colpo”; lo champagne casareccio insomma.
Già dal giorno dopo la vendemmia tutti i vigneti, di qualsiasi proprietà, diventavano per tradizione zona franca e chiunque poteva recarvisi per “graspollare”; cercare cioè fra le piante di vite i racimoli d’uva dimenticati, talvolta a bella posta, dai vendemmiatori. Dopo un paio di giorni dalla vendemmia, appoggiando l’orecchio alle botti, si cominciava a sentire il borbottio del mosto che iniziava la fermentazione fino a che, circa otto giorni dopo tale rumore cessava: il vino era pronto.
Iniziava così la svina o come veniva definita la “imbottera”: prima si toglievano le vinacce “affocate” sul colmo della botte che, essendo state per lungo tempo a contatto con l’aria si erano inacidite; queste venivano messe da parte ed il loro liquido trasformato in aceto poi il più esperto, con una bigoncia fra le gambe, si poneva di fronte alla botte e con pochi colpi di martello toglieva il tappo inferiore: dal foro schizzava un getto impetuoso di vino che finiva nella bigoncia fino a che in detto foro veniva inserito un rubinetto di legno, la rocca, che ne regolava il flusso. A questo punto gli uomini adulti, e io non ero fra quelli, riempivano i bicchieri di quel nettare fruttato, esprimendo tutta la soddisfazione del primo assaggio. Terminato il flusso del vino, la botte veniva sdraiata e le vinacce passavano nello strizzatoio per spremere il vino restante, di qualità ovviamente inferiore in quanto ricco di troppo tannino. Non tutte le vinacce venivano spremute, ma una parte venivano rimesse in una botticella e, con l’aggiunta di acqua, venivano fatte rifermentare per ottenere la “vinella”, un vino di pochi gradi che veniva usato per pasteggiare al posto dell’acqua.

Al termine di queste operazioni si ottenevano, quindi, quattro tipi di vino: il vino buono, un uvaggio gradevole ai palati assetati dei cavatori che frequentavano le numerose cantine della nostra città, il marcetto, un vino non sempre bevibile, la vinella ad uso del contadino e la grespia da bere alla vigilia di Natale. Finito questo allegro periodo la vite entrava in letargo; i pampini cadevano e a gennaio iniziava la potatura per eliminare i tralci troppo cresciuti. Questi scarti venivano raccolti e, legati con i rami di salice, formavano le “fascine” che venivano affastellate in una piana a stagionare per un anno per essere poi trasformate in combustibile per l’inverno successivo.
Le fascine: quanti ricordi!
A casa avevamo un grande camino e, nelle sere d’inverno, dopo cena, venivano alcuni vicini a chiacchiera: sul fuoco si gettava una fascina che subito s’incendiava formando una fiamma allegra che riscaldava i cuori poi, piano piano la fiamma scemava trasformandosi in una calda brace ed a questo punto cominciavano i ricordi. Antonio, un contadino del podere vicino, con il suo mozzicone di toscano a un lato della bocca, cominciava a raccontare delle sue avventure sul Carso, di Caporetto e della battaglia del Piave che aveva vissuto in prima persona, Beppe delle sue notti di guardia ai depositi di munizioni presso la Terni di La Spezia, Alfredo delle sue avventure nella guerra di Libia e così la serata trascorreva finché il fuoco lentamente si spegneva e noi bambini venivamo portati nel letto caldo grazie allo scaldino colmo di brace che la mamma aveva provveduto a mettere per tempo. In estate, la sera di San Giovanni, in ogni aia era d’uso accendere un fuoco preparato da noi ragazzi con gli sterpi che si potevano raccogliere ogni dove; all’imbrunire ogni catasta veniva accesa e tutta la valle era punteggiata da questi piccoli o grandi falò. Era un grande momento: le famiglie dei dintorni si radunavano attorno al fuoco e non mancava mai qualcuna che portasse un fiasco di vino che dava ancor più allegria.
Poi il fuoco piano piano cominciava a scemare e, di pari passo, saliva un po’ di tristezza, ma ecco che arrivava Antonio con due fascine sottobraccio che venivano subito gettate sulle braci restanti per trasformarsi di nuovo in fiamme scoppiettanti e l’allegria ricominciava. Anni dopo, tanti anni dopo, nel prato della nuova casa ho voluto rinnovare questa tradizione per le mie nipotine per far provare loro quelle piccole e semplici gioie che il loro nonno aveva vissuto da bambino.
Chissà se un giorno anche loro…
