Stasera mi vedrò una partita di calcio davanti alla televisione valevole per l’assegnazione dello “scudetto” stando sul divano e mangiandomi un “tramezzino” sperando in una“goleada” del mio “centrocampista” preferito, in un “forcing” della mia squadra, con le reti del suo “goleador” “atipico” magari con la sua classica “incornata” per poi fare negli ultimi minuti la tranquillizzante “melina”.
In pratica, per descrivere una serata di calcio televisivo, mi sono avvalso di una serie di neologismi entrati nel linguaggio comune, abitualmente usati dai commentatori e dalle redazioni sportive, ma anche in un qualsiasi Bar Sport della nostra penisola. Nessuno potrebbe pensare che questi termini, ormai così comuni, come del resto la“palla-gol”, il“cursore”, il“disimpegno”, la“pretattica” o la“rifinitura” siano nati, in realtà, direttamente, dalla fantasia creativa di quello che può essere annoverato come il più grande cronista sportivo nazionale: Gianni Brera. Tra i moltissimi neologismi creati da Brera e diventati parte integrante della lingua italiana, alcuni di quelli che ho precedentemente citato, sono invece opera di Gabriele D’Annunzio come “scudetto” e “tramezzino”. D’Annunzio era in costante “competizione” con Dante Alighieri, tanto da vantarsi di aver usato 40 mila parole nelle sue opere, mentre il Sommo Poeta ne utilizzò solo 12 mila. E il mondo dello sport deve a D’Annunzio un tributo: l’invenzione dello scudetto, la cui idea nacque da una partita di calcio disputata dal Vate durante l’occupazione di Fiume nel 1920. Sulle maglie dei giocatori, invece dello scudo sabaudo come era in vigore, decise di applicare uno scudetto di rimando araldico con i colori della bandiera italiana. Il Vate inventò anche un termine italiano in luogo di sandwich: un giorno, in un bar di Torino, esclamò: «Ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini», ispirandosi al termine architettonico tramezzo. D’Annunzio traeva spirazione da aspetti della vita, come il cibo ed il vino ed anche in questo aspetto “assomiglia” a Brera, che, ne “La pacciada. Mangiarebere in Pianura Padana”, esplora il retroterra storico dell’alimentazione descritta dalle ricette, essendo noto come buona forchetta e amante dei vini italici.

Ahimè, so che è difficile e magari neanche Gioann sarebbe d’accordo, ma un parallelismo tra i due scrittori mi viene spontaneo, anche se Brera vivente avrebbe sicuramente rifiutato il paragone. Del resto, Brera ha fortemente contrastato un pur grande scrittore come Umberto Eco, che definì il suo stile una sorta di “gaddismo spiegato al popolo”, paragonandolo quindi a Carlo Emilio Gadda, che ha segnato la narrativa del Novecento attraverso un impasto originalissimo di linguaggi diversi (dialetti, termini gergali e tecnici, neologismi). Brera però tagliò corto, come era nel suo stile, e sentenziò “Gadda è un dannunziano salvato dal vernacolo” e “Carletto Emilio è uscito col Pasticciaccio quando el Gioânn scriveva cronacazze muscolari da venti anni“. Perché allora non andare direttamente alla “fonte” e trovare un collegamento tra il Vate ed il Gran Lombardo? Abbiamo detto delle invenzioni letterarie e della passione per il cibo ed il vino di entrambi, il temperamento sanguigno , una personalità forte e volitiva, con la passione per le grandi imprese e l’epica dei gesti e dei pensieri di D’Annunzio è in qualche modo ritrovabile anche in Brera, paracadutista e partigiano nella seconda guerra mondiale, calciatore e pugile, tosto nel difendere le sue tesi in ambito sportivo e non, come quando sul lago di Pusiano costrinse l’amico Folco Portinari a fare l’alba, tra Barolo e Barbaresco, per constatare come il sole sorgesse da dietro il monte manzoniano, «alla faccia di quel trombone di Carducci» che ve lo faceva tramontare, nonché immaginifico esaltatore di imprese gloriose nel segno perpetuo della pedata agonistica, ma anche dello sport di ogni tempo. Forse, ripensandoci, è inutile cercare paragoni e parallelismi, per questo unico grande scrittore di vita vissuta.
