È difficile dire quale sia stato il confine tra la realtà e la lucida fantasia del mio cervello, sta di fatto che quando ho affrontato il mio viaggio sciamanico, sono avvenute cose che difficilmente riesco a spiegare e definire. Dopo aver intervistato Beatrice, per soddisfare questa nostra ricerca sulla spiritualità in Lunigiana, lei ci ha offerto la possibilità di provare questa esperienza e noi abbiamo accettato subito. Ci siamo così ritrovati io e Mattia, che già vi ha raccontato la sua esperienza, in una sala ad Aulla, che già conoscevo per alcuni corsi di yoga. Insieme a noi c’erano altre persone, eravamo cinque o sei in totale, tutti curiosi di andare oltre le nostre capacità sensoriali, alla ricerca delle tracce di quel mondo invisibile che ci contiene e ci circonda.
Beatrice è una ragazza dai modi gentili ed affabili, si muove lentamente con grazia e sicurezza. Ogni suo gesto, ogni sua parola non è data dal caso, ma dalla consapevolezza di chi sa esattamente cosa stia facendo e cosa stia dicendo. Accompagnare le persone in un viaggio oltre se stessi può nascondere insidie e pericoli per i quali bisogna sapere esattamente cosa fare nel modo e nei tempi giusti. Ricordo di averle chiesto se lei sarebbe stata sempre al nostro fianco, per intervenire in caso di necessità, perché la mia paura principale era quella di fare incontri spiacevoli ma lei mi ha risposto che sarei potuto andare tranquillo e che lei sarebbe stata sempre li, a tirarci fuori dai guai se mai si fossero materializzati. A questo punto non rimaneva che andare ad affrontare l’ignoto. Dopo qualche esercizio volto a risvegliare la nostra sensorialità, nella calma più assoluta ci siamo disposti in cerchio, nell’aria i fumi della salvia bianca e l’unico suono quello della sua voce che con gesti lenti e calibrati ci augurava un buon viaggio.
Scopo della nostra sortita era quello di scovare il nostro animale guida nascosto da qualche parte nel la parte più recondita del nostro subconscio, quello che lei chiama il mondo di sotto.Ci siamo sdraiati intorno in cerchio, avvolti in una copertina, un’ultima occhiata e pronti, partenza, via. Beatrice ha cominciato a suonare il tamburo, mantenendo un ritmo che lei conosceva ma capace di trasportarci lentamente ed inconsciamente al di là della nostra coscienza, dove non esistono più freni inibitori, dove la nostra vera essenza è libera di vagare indisturbata. Le regole del viaggio erano abbastanza chiare: seguire le istruzioni, non aprire gli occhi, essere gentili con qualsiasi cosa si incontrasse per strada con la possibilità di fare domande.
Ero su una strada un po’ malmessa che tagliava in due un destro fatto di pietre, insolitamente fresco, con un cielo non troppo luminoso ma nemmeno troppo ostile. Mentre aspettavo il comando per poter cominciare a camminare, mi sono guardato i piedi ed ecco la prima sorpresa: avevo due bellissime zampe da lupo o forse da coyote, non saprei. Sarei rimasto tutto il tempo a guardarmele quelle zampe, bellissime, pelose, grigiastre, pronte a scattare non appena giunto il via ed infatti quando ci è stato detto di andare avrei voluto correre ma il ritmo di quel tamburo mi ordinava silenziosamente di andare piano. Mi sentivo come uno di quei cani che sono stati sempre attaccati alla catena e che appena liberi vorrebbero correre alla velocità del vento, forse proprio la paura di farmi venire un infarto per la troppa felicità mi frenava, ma quanto avrei voluto correre e quanto erano belle le mie zampe. Dopo poco si è presentato davanti ai miei occhi un cinghiale che somigliava stranamente a Pumba, quello del Re Leone, mi sorrideva senza muoversi. Gli avrò chiesto almeno quattro cinque volte se fosse stato lui il mio animale guida, ma nulla, non rispondeva, mi guardava e sorrideva anzi no, qualcosa me lo ha detto: oink! Un po’ poco direi, così ho continuato a camminare trattenendo con tutte le mie forze quell’incredibile voglia di scattare come un centometrista. Beatrice ad un certo punto ci ha detto di cercare un varco, quello che ci avrebbe permesso di andare di sotto ed io l’ho visto subito, ma non avevo tanta voglia di entrarci. Poi però ho pensato che se ero arrivato fin li valeva la pena infilarmici dentro così, con molta attenzione, mi sono infilato in quel buco e l’ambiente è cambiato drasticamente. Ero circondato da una fitta rete di vegetazione scura che mi faceva intravedere il cielo limpido, scivolavo su una parete scoscesa e non riuscivo a fermarmi nemmeno avvinghiandomi con le mani al terreno. Ad un tratto sono riuscito a fermarmi ed ho cominciato a scavare con le mani, mangiando la terra a manciate, fino a quando non ho trovato una radice o una liana che mi sono legato intorno alla vita come una corda di salvataggio. In quel modo son riuscito a calarmi più delicatamente fino alla fine della scarpata dove scorreva un torrente nel quale mi sono sciacquato le mani, la faccia e la bocca che era satura del sapore di terra. Quella vegetazione era davvero fitta ma la paura si è presto trasformata nella voglia di vedere cosa ci fosse oltre quella cortina di cui scorgevo ogni tanto degli scorci e così, vincendo sempre più i miei timori e quel muro verde scuro, mi son ritrovato appeso ad una parete rocciosa. In alto non vedevo la cima ed in basso non vedevo il fondo così, deciso a trovare un modo per uscire dall’impasse mi sono accorto di poter appoggiare i piedi su di una piccola cresta che attraversava orizzontalmente la parete. Man mano che camminavo la cresta si allargava al punto da diventare un sentiero ed eccomi di nuovo a camminare nel deserto, senza però soffrire il caldo, la fatica, la paura, ero solo curioso di poter esplorare quell’ambiente per me inusuale. In basso ho visto un serpente, troppo veloce per chiedergli se fosse stato lui il mio animale guida ed in alto ho visto volteggiare un aquila anche lei troppo alta per poter fare qualche domanda. Cammina cammina sono arrivato ad una pozza d’acqua e qui è successo qualcosa di interessante, ho avuto l’impressione che qualcuno di fianco a me stesse sguazzando nell’acqua, ne sentivo il rumore quasi avvertivo gli schizzi tanto che, vinto dalla curiosità, ho realmente allungato un braccio per capire cosa stesse succedendo ma nulla. Di fronte a me ho visto un coccodrillo grosso e minaccioso, lo tenevo a bada agitando le braccia come si farebbe con un cane di strada e non mi è saltato in mente di chiedergli chi fosse proprio per nulla. Conoscevo quel coccodrillo, lo avevo già incontrato anni prima in qualche sogno ma non è il caso di raccontarlo qui. Quello che ho condensato in queste poche righe è durato invece almeno un’oretta, quando Beatrice ci ha chiesto di tornare indietro, cercando un passaggio per tornare in superficie. Non ricordo da dove sono passato, so solo che sono tornato in superficie con le mia liana legata alla vita e che non ne voleva sapere di slegarsi. Allora ho estratto un coltello, l’ho tagliata e lei silenziosamente è tornata strisciando da dove era venuta. Sono tornato sui miei passi e seguendo gli ultimi battiti del tamburo ho terminato il mio viaggio in una stazione di servizio deserta.
Come ho detto all’inizio non sono in grado di dire cosa ha prodotto il mio cervello in quell’ora di stato di coscienza alterato, come ama chiamarlo Beatrice, ma non posso davvero dire che sia tutto frutto di una fantasia lasciata libera di creare immagini e situazioni a piacimento e la riprova viene da un piccolo debriefing che abbiamo fatto una volta che tutti siamo tornati vigili nel mondo di sopra. Ci siamo seduti in cerchio e tutti abbiamo raccontato cosa abbiamo visto e vissuto, quando è arrivato il mio turno ho chiesto alla ragazza che stava alla mia sinistra cosa stesse facendo, perché ero convinto di aver sentito, percepito qualcuno che stava nuotando o sguazzando nell’acqua. Con mia sorpresa (ed anche sua direi) mi ha detto che stava nuotando coi delfini!
Si possono condividere le esperienze inconsciamente? Possiamo entrare in contatto con gli altri soltanto sfiorandoci col pensiero? E se esistesse una coscienza unica con la quale entrare in contatto usando metodi e tecniche che i nostri avi conoscevano profondamente? O magari è tutta suggestione? Ci tengo a sottolineare due cose: non mi sono mai addormentato e quando l’esperienza è finita mi sentivo quasi più leggero, più consapevole di qualcosa a cui non saprei dare un nome o una forma. Forse potrei dargli un sapore dal momento che per tutta la sera ho conservato in bocca il sapore della terra. È stata un’esperienza unica e travolgente che difficilmente scorderò, così come non dimenticherò mai le mie fantastiche zampe da lupo. Oh quanto erano belle le mie zampe!
