foto creata con A.I.
Se lo vedeste in giro, ne sareste colpiti per la sua bellezza, potreste addirittura scambiarlo per un gatto del Bengala, così come è successo a me. Peccato che del gatto del Bengala, una razza creata dall’uomo negli anni ’60 del novecento, incrociando un gatto domestico ed un gatto leopardo asiatico, non abbia proprio nulla eccetto qualche somiglianza nel manto.Parliamo del gatto dai piedi neri, Felis Nigripes, che abita in Sudafrica, Namibia, Botswana e zone limitrofe e che detiene un record di tutto rispetto: è il gatto più letale sulla faccia della terra.
Certo io, come tantissime altre persone, sono abituato ad avere un gatto domestico, che non aspetta altro di essere servito riverito con cibo in scatola e croccantini, venendo ricambiato con qualche fusa ogni tanto. Ebbene col gatto dai piedi neri, scordatevi le fusa, le carezze perché se vi vede scappa e se pensa di essere in pericolo non ci pensa due volte a saltarvi al collo per difendersi. Il suo nome deriva dalla colorazione dei suoi suoi cuscinetti, ovvero le suole delle sue zampe, che sono ricoperte di peli neri per proteggerle dal caldo rovente della sabbia del deserto. Si rifugia in tane ricavate da termitai abbandonati, guadagnandosi in afrikaans l’appellativo di Miershooptier ovvero tigre dei formicai, oppure requisite direttamente ad altri mammiferi, sempre che prima non se li sia mangiati. Ma da dove arriva la sua fama di prolifico ed instancabile cacciatore? Dal suo metabolismo ultra accelerato. Brucia infatti una quantità di energie impressionanti che lo costringono ad un’attività predatoria pressoché continua ed efficace a tutti i costi. Si muove principalmente di notte percorrendo dai dieci ai trenta chilometri al giorno, abbattendo tra le le dieci e le quattordici prede a notte con un tasso di successo predatorio che tocca il sessanta per cento. Sei attacchi su dieci vanno a bersaglio, un successo mediamente ogni 50 minuti. Se lo confrontiamo con il leone, che viene considerato il re della foresta, quest’ultimo arriva a malapena al venti per cento di successo dei suoi attacchi. Una bestiolina di non più di due chili, capace però di saltare fino a un metro e mezzo di altezza, per catturare gli uccelli, le sue prede preferite, dimostrando di non avere nessuna paura nell’affrontare non solo animali più grandi di lui, ma anche più agili e veloci di cui. Una vera e propria macchina da guerra che non perde nemmeno tempo bere, sia perchè nelle foreste in cui vive ce n’è davvero poca, sia perchè nonne ha materialmente i tempo per cui la maggior parte dei suoi fluidi vengono integrati assumendoli direttamente dal sangue delle vittime. Non miagola ma emette un suono a bassissima frequenza con il duplice obiettivo di tenere lontano i predatori e di attirare le femmine per la riproduzione. E se non ha tempo per bere non ne ha nemmeno per per un’avventura romantica, la femmina ha una finestra riproduttiva di non più di dieci ore per cui una volta scelta la partner, il gatto dai piedi neri si lancia in una serie di attività frenetiche e brutali al termine delle quali se ne va lasciando la gatta ad occuparsi della prole. Alla faccia della responsabilità genitoriale. La femmina per contro, cresce la sua prole con altrettanta aggressività e guai a fare due coccole ai vicini perché non ci penserebbe su due volte ad attaccarvi per difenderli. Nonostante questa fama da cattivone, è una specie a rischio a causa del cambiamento del suo habitat naturale, dell’immancabile bracconaggio umano, della presenza di specie antagoniste non propriamente autoctone e dei bocconi avvelenati dispersi dall’uomo per combattere altri animali.
Se è pur vero che questo sia un gatto estremamente selvatico e schivo, non suo, dire che i nostri non lo siano solo perchè li abbiamo abituati bene. Un gatto domestico lasciato libero di vivere all’aperto, percorre un sacco di chilometri senza che noi ne siamo a diretta conoscenza ed è altrettanto letale con piccoli uccellini o mammiferi. Quante volte ci siamo ritrovati con un passero o un topo lasciato davanti alla porta come segno di ringraziamento? Quello che per noi può sembrare un gesto crudele, rientra nella normalità ne mondo animale e forse dovremmo cominciare a guardarli da un’altra ottica, non quella edulcorata dalla nostra sensibilità ma quella della natura che ha plasmato ogni essere vivente con un obiettivo ben preciso, la sopravvivenza della specie.
