Morrone del Sannio, in Molise, è un paese in cima a uno sperone roccioso a 839 mt. di altitudine, dove le pietre antiche, rilucenti ad ogni via o angolo del silenzioso borgo, sembrano guidare i passi di chi arriva fin quassù in una salita che pare senza fine. Ma, in nessun luogo come questo, le pietre hanno voce e memoria, e sanno che, quando il visitatore si troverà improvvisamente alla sommità, fuori dall’abitato, quel suo sguardo di attesa si perderà incantato su pianure e montagne dietro al volo delle poiane e dei falchi pellegrini, e la mente si dissolverà negli orizzonti infiniti che hanno legato queste rocce ad altre terre, altre popolazioni… Ed è così che si arriva a comprendere l’essenza del luogo: un nido di vita racchiuso e protetto, ma da sempre lanciato verso l’alto, verso l’oltre, nell’abbraccio dei tanti secoli di storia che qui sono passati e hanno piantato semi lungo le sue infinite salite e discese, intrecciandosi alla voce delle rocce e ai richiami delle poiane.

E allora, per far rivivere questo passato, basta continuare a farsi guidare dalle testimonianze vive delle pietre, onnipresenti, a cominciare dallo stesso nome di Morrone, l’antica Murrone, che verosimilmente deriva da uno dei significati del termine latino murex (scoglio, pietra aguzza). Uscendo da una porta del borgo, i resti della cinta muraria ci raccontano che questo centro fortificato dell’area sannitica, nel medioevo fu elevato a rango di civitas, città di rilevante importanza, come riportato dalla Chronica monasterii Casinensis –la cronaca medievale dell’abbazia di Montecassino – che ne parla in relazione ad alcune donazioni provenienti, nell’XI secolo, dalla civitas Murrone.

L’antica fioritura dell’insediamento, come si può immaginare, fu principalmente legata alla sua posizione strategica che ne fece un importante nodo logistico e viario, il cui possesso è stato importante nel corso dei secoli per dinastie e signori: dall’alto si domina la piana del fiume Biferno e la vista può spaziare dai monti del Matese all’Adriatico, fino alle Isole Tremiti, postazione fondamentale per la ricognizione e il controllo di un vasto territorio, e adeguatamente sicura in virtù della sua posizione.

Tra le nobili famiglie che ebbero Morrone tra i loro possedimenti ci furono quelle dei Di Sangro e dei Carafa, nel XV e XVI secolo, mentre, alla vigilia del 1500, fu dato in feudo al “Gran Capitano” del Regno di Napoli Gonzalo Fernandez de Cordoba y Aguilar, di cui parla nella sua Storia d’Italia Francesco Guicciardini,esaltandone le doti strategiche. Andando avanti nel percorso, altre pietre testimoniano la presenza di un castello che dominava la valle e di cui restano solo vestigia della cinta muraria, alla base della quale, come una piccola gemma incastonata in una corazza, una pietra con uno stemma nobiliare ne documenta l’illustre passato.

All’interno del borgo una lapide offre invece testimonianza di vicende storiche non molto lontane, legate alla II guerra mondiale: posta dal Comune, ricorda la casa occupata dopo l’8 settembre 1943 dal comando tedesco in ritirata, e che successivamente fu sede del comando operativo alleato a Morrone, fino alla primavera del 1944; abitazione in cui sostò il generale Bernard Law Montgomery. Ma è ai piedi di Morrone, nel complesso monumentale di Santa Maria di Casalpiano, vicino al fondo valle attraversato dal Biferno e a breve distanza dal tratturo Celano-Foggia, che sono state rinvenute pietre che hanno avuto risonanza internazionale da storici e archeologi.
Il complesso di Santa Maria, oggi abbandonato, è un gioiello monastico e archeologico del territorio: un primo documento ufficiale dell’XI secolo documenta un’abbazia benedettina legata a Montecassino, e proprio su un pannello della porta bronzea presso l’abbazia cassinense, che ne riporta i beni e i possedimenti, è inciso il nome di Sancta Maria in Casali Planu. La chiesa di Santa Maria, nei secoli successivi, fu ricostruita accanto a quella originaria e ha vissuto varie trasformazioni che ne hanno modificato anche l’orientamento. Oggi il complesso comprende la chiesa in stile romanico molisano, con campanile e piccolo convento annesso, e i ruderi di una chiesa imponente, di cui non ci sono elementi certi di identificazione.

L’insediamento religioso è edificato sopra i resti di una grande villa rustica romana, costruita tra la fine del II e il I secolo a.C., e ampliata nella prima età imperiale, che documenta i collegamenti del territorio con Roma e il suo sfruttamento agricolo e pastorale, probabilmente legato a un sistema di produzione e lavorazione dei prodotti della terra, e a un’attività artigianale di produzione di lucerne e ceramiche. La villa, che pare impiegasse dai duecento ai trecento schiavi, era in un’area raggiungibile attraverso le vie consolari che passavano per il Sannio, in particolare la via Appia, la “regina viarum” dei romani,che faceva tappa a Benevento (dove, in epoca imperiale, si sdoppiò nella più comoda e sicura Appia Traiana) per terminare a Brindisi, fondamentale porto di collegamento con la Grecia e l’Oriente.
Ed è da questa villa che vengono fuori testimonianze di pietre che ne documentano l’avvincente storia…
In particolare, fu rinvenuta un’ara votiva in pietra calcarea che il liberto Caio Salvio Eutico così fece incidere: “Caio Salvio Eutico, ai Lari domestici, per il ritorno della nostra Rectina, sciolse questo voto”.

Il ritrovamento non destò molto scalpore, fino a quando lo studioso americano Albert William Van Buren, nel 1939, non ebbe un’intuizione e collegò la Rectina, nobildonna romana, padrona della villa – di cui l’epigrafe, indirettamente, documenta il ritorno a casa, con lo scioglimento del relativo voto fatto alle divinità dell’abitazione – con la Rectina amica di Plinio il Vecchio, comandante militare romano, studioso e naturalista, morto nel 79 d.C. durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano: a lui Rectina si rivolse in quel drammatico frangente per essere salvata dalla distruzione della sua villa di Ercolano. Ed è in una lettera di Plinio il Giovane, nipote del valoroso comandante, indirizzata all’amico storico Cornelio Tacito, che gli aveva chiesto di conoscere i dettagli della morte dello zio, che il giovane rende la cronaca di quelle ore fatali in cui compare anche la figura della nobildonna:
“… Egli (Plinio il Vecchio) si trovava a Miseno e comandava la flotta personalmente Il nono giorno (prima delle) Calende di Settembre circa all’ora settima, mia madre gli fa notare che sta apparendo una nube sia di grandezza che di aspetto insoliti… Egli chiede i sandali, sale su un luogo dal quale quel fatto straordinario poteva essere osservato al meglio. Una nube (era incerto, per coloro che guardavano da lontano, da quale monte; dopo si seppe che era stato il Vesuvio), si alzava, la cui figura nessun altro albero più del pino potrebbe rappresentare… Come ad un uomo molto erudito, a lui sembrò una cosa importante e da conoscere più da vicino. Ordina che sia preparata una liburna (nave veloce) … Stava per uscire di casa; riceve un messaggio di Rectina (moglie di) Tasco, atterrita dal pericolo che la sovrastava (infatti la sua villa era ai piedi del monte e non c’era alcuna possibilità di fuga, se non con le navi): lo pregava di strapparla a un rischio così grave. Egli cambia decisione, e quello che intendeva intraprendere con animo desideroso di conoscere, affrontò con animo molto coraggioso. Fa mettere in mare delle quadriremi, e si imbarca lui stesso, intenzionato a portare aiuto non solo a Rectina, ma a molti (infatti, per la sua bellezza, il litorale era popoloso). Si affretta verso là donde gli altri fuggono; e tiene la rotta e i timoni diretti verso il pericolo, a tal punto libero da paura, da dettare e commentare tutte le variazioni di quella sciagura, tutti i fenomeni come li aveva colti con lo sguardo… (Plin. Epist. VI 16)
La lettera non fa cenno al salvataggio di Rectina, ma, nell’iscrizione dell’ara, anche alla luce di altre considerazioni storiche, fu visto il lieto epilogo della vicenda riguardante la nobildonna, facendo di questa epigrafe una testimonianza di eccezionale valore documentale. Prima di Rectina, appartenente alla gens Salvia, conosciamo il committente della villa, probabile proprietario appartenente alla gens Volusia, grazie al rinvenimento di una parte del pavimento musivo, datato all’epoca della costruzione e su cui è apposta la scritta C. VOLUSIUS GALLUS FECIT.

Il complesso era anche dotato di impianto termale, con pavimento sopraelevato da piccoli pilastri di terracotta (suspensurae fittili) per il passaggio dell’aria calda, che veniva irradiata, tramite dei tubi, anche alle pareti. L’area archeologica comprende anche la presenza di una necropoli altomedievale di circa 50 tombe, dove non sono stati rinvenuti corredi funerari di particolare importanza.
Ma Santa Maria non è il solo insediamento che testimonia la presenza monastica nel territorio: non distante, e a metà strada tra Morrone e il fondovalle, vi è il convento di San Nazario dei Minori Osservanti di S.Francesco,un notevole complesso monastico, con annessa una chiesa che vanta pregevoli opere, la cui costruzione fu portata a termine nel 1430. Il convento, con suggestivo chiostro rettangolare, è stato eletto sede di noviziato nel 1776, ed ha rappresentato, fino alla sua chiusura, una presenza viva e un importante riferimento nel circondario, per la caritatevole opera in favore dei poveri, la ricca biblioteca, e l’attività di rilegatura libri.

E non si può non menzionare che qui è passato anche un pezzo di storia di un altro importante ordine monastico, la Congregazione dei Celestini, fondata dal monaco Pietro Angelerio, diventato Papa col nome di Celestino V, nato nel 1215 nel vicino paese di Sant’Angelo Limosano. È a Morrone che venne a ritirarsi, nei suoi ultimi dieci anni di vita, il Beato Roberto da Salle, discepolo prediletto di Papa Celestino e fedele alla sua regola … ma questa è un’altra storia che, tra rocce e voli di falchi e poiane, ha reso protagonista questo luogo.

Si ringraziano per la collaborazione e l’accoglienza: il Comune di Morrone del Sannio nella persona della Sindaca, dott.ssa Stefania Pedrazzi; l’insegnante Lina Ambrosio, preziosa guida storica e riferimento culturale di Morrone; il sig. Giuseppe Buonviaggio, per le foto del sito
https://www.morronedelsannio.com/
e il sig. Antonio Cappiello. Per visite e informazioni si rinvia ai canali del sito
