Spesso le perle rare sono ben nascoste, ed è quello che è avvenuto con le chiese rupestri scavate nella roccia dai monaci greco – ortodossi basiliani,seguaci di San Basilio di Cesarea, il cui arrivo nel nostro Sud ha raggiunto l’apice nell’VIII secolo a seguito della fuga dall’oriente per sfuggire alle lotte iconoclaste.

Tra queste chiese, parecchio diffuse nel territorio lucano, a Melfi (Pz)vi è la cripta di Santa Margherita di Antiochia, un gioiello dell’arte medievale scavato nel tufo vulcanico alle pendici di un cono del Vulture: pur in uno spazio limitato, il luogo lascia il visitatore senza fiato per la quantità e la ricchezza degli affreschi di immagini sacre e di santi, in una iconografia ricca di simboli da interpretare.


La cripta, appena fuori dalla cerchia dell’abitato, si trova in un ambito territoriale dove è passata tanta illustre Storia legata a Melfi e al suo Castello, edificato tra l”XI e il XII secolo dai Normanni che fecero della città la loro capitale, diventata, poi, il cuore amministrativo del regno di Federico II.

Il Castello, ampliato e fortificato dal grande Imperatore che vi soggiornò spesso, ha ospitato fino al XII secolo cinque importanti Concili papali (e uno dell’antipapa Anacleto II) e Federico vi condusse per lunghi mesi i suoi studiosi e legislatori per predisporre, e promulgare qui nel 1231, le Costituzioni Melfitane, un codice organico di leggi vigente nell’intero Regno di Sicilia.

Ma, mentre il Castello viveva i suoi secoli di splendore attraverso i sovrani e i pontefici che vi passavano, nessuna documentazione storica pare esserci sulla chiesa rupestre di Santa Margherita, scoperta ufficialmente e resa nota al pubblico solo nel 1899 dallo studioso Giovan Battista Guarini di Melfi, che ne pubblicò un approfondito studio.

Nel ricostruire la storia della cripta, che, secondo gli studiosi, è stata scavata dai monaci intorno all’anno mille con la funzione di cenobio, luogo di vita della comunità monastica, un importante passaggio si verifica con l’ordine dei Benedettini che, nel XIII secolo, la fece arricchire di affreschi elevandola a luogo di culto, dove l’agiografia dei santi e il loro martirio, attraverso le immagini dipinte, potessero probabilmente diventare un libro aperto alla comprensione dei devoti, spesso analfabeti, in una funzione didattica ricorrente nel Medioevo.

Da rilevare che, dopo gli Svevi, il Castello passò nelle mani degli Angioini, e forse fu il momento in cui il potere temporale incontrò quello religioso nella realizzazione della chiesa, poiché fu proprio Carlo II d’Angiò ad aver creato uno stretto legame con l’ordine dei Benedettini, molto presente nel Vulture: a poca distanza da Melfi, intorno ai laghi di Monticchio, furono edificate le importanti Abbazie di San Michele Arcangelo, che ha inglobato una grotta basiliana dedicata all’Arcangelo, e di Sant’Ippolito.

Dopo una prima ricognizione della chiesa rupestre, guidati dalla dott.ssa Giusy Levita della Pro Loco Federico II di Melfi, impegnata nella ricerca storica del territorio, abbiamo rivolto qualche domanda al Presidente della stessa Pro Loco, dott. Marco Bonacaro :
Dott. Bonacaro, questa chiesa non parla solo il linguaggio della bellezza, ma anche quello dell’armonia di un incontro tra Oriente e Occidente, il passaggio tra il culto greco-bizantino e quello latino, così come si nota un passaggio stilistico tra l’iconografia bizantina ieratica dei vari santi e quella dei martiri sulla parte destra della cripta.
L’iconografia e il culto latino e bizantino si incontrano nelle figure affrescate nella chiesa rupestre di S.Margherita in un’unione di artisti che contemporaneamente eseguono gli affreschi in un periodo storico che vede anche il passaggio dal mondo orientale a quello occidentale, nel senso che quest’area della Basilicata si avvicina sempre di più alla cultura occidentale, dopo essere stata per secoli una terra vicina al tema bizantino.



In foto: L’Arcangelo Michele e la Madonna Odigitria – Il martirio si Sant’Andrea – Santa Lucia e Santa Caterina
Il ciclo di martiri costituisce la parte più innovativa delle decorazioni della chiesa rupestre, in quanto, è il frutto di artisti che mettono da parte gli stili bizantini e, provenienti da una formazione totalmente di stile romano, affrontano le tematiche rappresentate con un linguaggio più marcatamente occidentale, quindi con una pittura che abbandona definitivamente ogni rifermento alla cultura e al linguaggio bizantino, alla sua ieraticità, per abbracciare, invece, un linguaggio che si fa didascalico e quindi di racconto.
E veniamo a Santa Margherita di Antiochia a cui è dedicata la chiesa, assisa in trono nell’abside, in abiti regali e in una luminosità che pare rispecchiare il suo nome che in greco significa “perla”. Anche qui pare ci siano delle novità stilistiche.
L’affresco di S. Margherita e le sue storie che campeggia al centro della parete absidale, presenta la santa titolare della chiesa già secondo le novità del linguaggio gotico-angioino.La santa, infatti, supera gli stili tipici della pittura bizantina a partire dalla ieraticità del volto e dalla scarso movimento del corpo, in quanto, si vede una figura che trae spunto dal mondo delle miniature. È tipico di questa scuola il gesto della santa di reggersi il manto con la mano, creando un senso di movimento e di spazialità assolutamente estraneo alla cultura bizantina.

E, infine, tra i messaggi degli affreschi, pare ci sia siano anche quelli rivolti al potere dei sovrani, che è legittimato solo dall’autorità di Dio, a cui i re devono sottomettersi. E anche i grandi Imperatori invincibili, davanti alla morte, devono arrendersi….
L’affresco più controverso e studiato della cripta di S. Margherita è certamente quello raffigurante l’incontro tra i vivi e i morti, uno dei più antichi esempi di pittura macabra in Italia e, forse, in Europa. Esiste un’ipotesi, una teoria estremamente affascinante sulla possibile identità dei tre cavalieri, cioè dei tre vivi al cospetto degli scheletri mentre subiscono l’ammonimento sulla caducità della vita terrena, secondo cui, essi sarebbero la famiglia imperiale al completo. C’è qualcuno che ha letto in questa raffigurazione un chiaro ammonimento al potere temporale in quanto la morte non fa alcuna differenza di classe.

Ringraziamo il Presidente della Pro Loco di Melfi, dott. Marco Bonacaro, e la Pro Loco tutta, per la collaborazione e l’autorizzazione alla pubblicazione delle foto della chiesa rupestre di Santa Margherita d’Antiochia.
