Se la città di Massa può “vantare” di avere la “Fontana dei culi” nome popolare della fontana dei Quattro putti in Piazza della Liberazione, inaugurata nel 1928, come Fontana del Littorio, opera progettata dall’architetto Cesario Fellini, che deve il suo celebre soprannome dialettale alla posa delle quattro statue di putti in marmo bianco che si affacciano col il didietro scoperto verso l’esterno della vasca, Milano non è da meno con la popolare “Cà di ciapp”.

Forse anche il ricchissimo mercante Ermenegildo Castiglioni che aveva avuto l’idea della realizzazione, ma che non poté vederla concretizzata, in quanto morì il giorno di Natale del 1896, cinque anni prima dell’inizio dei lavori e fu sepolto al Cimitero Monumentale di Milano con sulla tomba l’iscrizione “Credente in Dio”, si sarebbe scandalizzato per la coppia di statue colossali, allegoria della pace e dell’industria, rappresentate come donne prosperose e seminude poste sopra il portale d’ingresso di Palazzo Castiglioni in Corso Venezia 47. Le due statue, opera di Ernesto Bazzarro, uno degli scultori lombardi più importanti della fine del XIX secolo, con una tecnica vicina all’impressionismo, suscitarono scandalo tanto da far pubblicare vignette satiriche sulla vicenda del palazzo Castiglioni sul giornale “Il Guerin Meschino” nei mesi successivi all’inaugurazione. Le figure femminili risultavano incomprensibili nel loro significato simbolico, secondariamente erano criticate perché non avevano un ruolo preciso, non erano cariatidi a sostenere il portale o un balcone, e in ultimo, ma sicuramente era questo l’argomento principale, erano accusate di essere troppo procaci e nude, tanto che il popolino milanese prese a definire ironicamente il palazzo la “Ca’ di ciapp”, cioè “Casa delle chiappe”.

Le due statue furono, per questo motivo, trasferite nei magazzini della ditta Galimberti, l’impresa a cui era stata affidata la costruzione del palazzo, e successivamente poste su un fianco di Villa Luigi Faccanoni, in via Buonarroti 48 sempre a Milano, oggi diventata la Clinica Columbus.
Palazzo Castiglioni, dove abitò dal 1931 il grande pilota Arturo Ferrarin, che aveva sposato Adelaide Castiglioni, figlia di Ermenegildo, fino alla sua morte nel 1941, fu costruito dall’architetto Giuseppe Sommaruga (1867-1917) nel periodo dal 1901 al 1904, e di fatto costituisce il “manifesto” artistico dell’Art Nouveau a Milano. Il committente era l’ingegner Ermenegildo Castiglioni Marazzi, che, nel 1886, aveva ereditato dal nonno Ermenegildo Castiglioni una grande fortuna, quantificabile in 50 milioni di euro attuali. Nelle sue intenzioni l’edificio doveva differenziarsi da tutti gli altri ed a questo fine incaricò della progettazione l’architetto Sommaruga, noto per diverse interessanti soluzioni. L’idea del committente di manifestare la propria grandezza, si può ritrovare nel palazzo particolarmente imponente, se paragonato al restante liberty italiano e nella volontà di realizzare un edificio di uno stile piuttosto nuovo per l’Italia, il liberty, appunto, come elemento di rottura, di contrasto in un contesto tra i più nobili della città.
L’edificio, realizzato dall’impresa Costruttori F.lli Galimberti, aveva tre piani, con due facciate, una principale sulla strada e una secondaria sul giardino, più gli annessi staccati dal corpo principale e costituenti le scuderie e la rimessa. Le polemiche legate alle due statue seminude e la loro successiva rimozione incise sul portale che, rimasto privo di questi due elementi importanti, dovette essere modificato: fu rialzato occupando parte della finestra superiore, la quale nella restante parte fu tamponata da un bassorilievo: il risultato finale fu quello di togliere forza all’elemento centrale del palazzo, ovvero il portale e il gruppo di finestre del piano nobile che lo sovrastavano.
L’appartamento di Ferrarin era celebre per i raffinati mobili disegnati da Franco Albini, architetto, urbanista, designer e accademico italiano: uno dei più importanti e rigorosi architetti italiani del 20° secolo, aderente al razionalismo italiano. Ferrarin visse con la moglie in questo splendido palazzo fino alla sua morte. Gli arredi interni furono distrutti dalle truppe americane che occuparono il palazzo nel 1945 e li utilizzarono come legna da ardere. Si salvarono le decorazioni, i ferri battuti, alcuni dei quali opera del grande “Mago del ferro” il lodigiano Alessandro Mazzucotelli e le lampade. L’edificio fu sottoposto a vincolo monumentale il 5 marzo 1957. Nel 1965 l‘Associazione Calcio Milan trasferì la sua sede in questo palazzo, dove rimase fino all’anno successivo, quando si spostò in via Filippo Turati 3. Nel 1967 gli eredi della famiglia Castiglioni vendettero il palazzo all’Unione del Commercio a causa degli eccessivi costi di manutenzione. L’architetto Eugenio Gerli e l’ingegner Giorgio Keffer firmarono il progetto di trasformazione dell’edificio in uffici con il mantenimento del solo ingresso, dello scalone, della veranda, di alcune sale al piano nobile, delle facciate e della palazzina su via Marina. Il resto dell’edificio fu svuotato, sotto il giardino venne costruito un auditorium, la palazzina su via Marina fu inglobata in un edificio moderno. Al progetto si oppose la studiosa del Liberty Rossana Bossaglia che chiese alla Soprintendenza di negare la autorizzazione e di destinare l’edificio a museo del Liberty. Nonostante il vincolo, il Soprintendente dell’epoca Gisberto Martelli approvò il progetto dopo un lungo carteggio con l’Unione del Commercio che minacciava di abbandonare il palazzo al degrado. Attualmente è sede dell’Unione Commercianti di Milano (Unione del commercio – Confcommercio).
