C’è stato un tempo in cui per essere considerati cool non servivano sneaker introvabili, felpe oversize o loghi visibili a distanza. Bastavano un blazer blu, una camicia Oxford, un paio di chino e dei mocassini consumati al punto giusto. Welcome nel mondo preppy.
Il termine deriva da preparatory school, le scuole private americane frequentate dai ragazzi delle famiglie più agiate prima dell’università. Siamo sulla East Coast, tra campus della Ivy League, tennis, canottaggio, barche a vela e weekend negli Hamptons. È proprio tra quei campus e quei circoli sportivi che prende forma un modo di vestire destinato a diventare riconoscibile in tutto il mondo, fatto da camicie Oxford, polo, blazer navy, pantaloni khaki, maglioni cricket, varsity jacket, penny loafer e l’immancabile pullover appoggiato sulle spalle.
Poi arrivò Ralph Lauren.
Non inventò il preppy, ma trasformò quel codice estetico in un immaginario desiderato da milioni di persone. E la cosa interessante è che Lauren, nato Ralph Lifshitz e cresciuto nel Bronx in una famiglia di immigrati, quel mondo lo osservava da fuori.
Partì dalle cravatte negli anni Sessanta, poi arrivò Polo Ralph Lauren. Ne abbiamo già parlato, è vero, ma raccontare il preppy senza citarlo sarebbe come parlare di tennis dimenticandosi Wimbledon. Lauren non vendeva soltanto vestiti. Vendeva un’idea di vita. Le sue campagne raccontavano case nel New England, cavalli, decappottabili e barche a vela. Lo stesso immaginario incarnato da icone come Paul Newman, Robert Redford e John F. Kennedy Jr. e, al cinema, da Ryan O’Neal in Love Story. Altro nome fondamentale è Sebago. Nato nel Maine nel 1946, con i suoi penny loafer e le Docksides è diventato parte dell’uniforme preppy, tanto da finire nell’Official Preppy Handbook del 1980. Quindi, se avete un vecchio paio di Sebago nell’armadio, pensateci bene prima di liberarvene. Negli anni Ottanta e Novanta il preppy conquistò Europa e Giappone, arrivando persino nella cultura hip-hop americana, dove Polo venne reinterpretato come simbolo di status e appartenenza.
Ed eccoci a oggi.
Dopo anni di streetwear e loghi urlati, la moda sembra aver riscoperto il piacere di abbassare la voce. Mocassini, cardigan, polo, Oxford e blazer sono tornati protagonisti. O forse non erano mai realmente spariti. Chi lo sa… Basta però entrare in un bel negozio vintage, per accorgersi che molti dei capi che oggi chiamiamo “tendenza” erano già cool trent’anni fa. La differenza è che oggi non serve sembrare appena usciti da Harvard nel 1985. Il preppy si mescola con denim, sneaker, capi oversize e vintage, diventando molto più personale. E soprattutto non servono una villa negli Hamptons, una barca a vela o un’iscrizione alla Ivy League, perché fortunatamente un paio di mocassini costa decisamente meno.
Forse è proprio questo il suo segreto. Il preppy non è mai stato soltanto una moda, ma un modo di raccontare attraverso gli abiti un certo ideale di vita e stile. Infatti possiamo comprare un vestito, ma qualche volta quello che desideriamo davvero è la storia che racconta.
E certe storie, proprio come certi capi, non passano mai di moda.
