“L’estate sta finendo e un anno se ne va”, cantavano i Righeira nel 1985. E fino a qualche anno fa sembrava funzionare davvero così. Passato Ferragosto, arrivavano i primi temporali, le giornate iniziavano ad accorciarsi e qualcuno pronunciava inevitabilmente quella frase che nessuno voleva sentire: “L’estate è finita”. Per studenti e universitari significava soprattutto una cosa, tornare sui banchi. Una tragedia, certo, ma almeno c’era una consolazione. Settembre diventava l’occasione perfetta per sfoggiare i primi outfit della nuova stagione e fuori da scuole e università, tra jeans, zaini e felpe, per anni c’è stato un particolare impossibile da non notare. Un’invasione di Converse. Alte, basse, nere, bianche, rosse, blu. Qualcuno le teneva immacolate, altri iniziavano a maltrattarle dal primo giorno perché, diciamolo, una Chuck Taylor troppo pulita ha sempre avuto qualcosa di sospetto.
Oggi Converse vive un momento meno dominante rispetto ad alcune stagioni del passato. Il mondo delle sneaker corre velocissimo dietro a nuovi modelli e nuovi oggetti del desiderio, ma loro sono ancora lì. Continuano a reinventarsi attraverso collaborazioni e contaminazioni con moda e cultura pop. Perché si può perdere qualche posizione nelle classifiche di vendita, ma uscire dalla storia del costume è decisamente più difficile. Ci sono scarpe che invecchiano e poi ci sono le Converse. Anzi, probabilmente una Chuck Taylor appena uscita dalla scatola è meno interessante di una vissuta, scolorita, con la gomma segnata e qualche storia da raccontare.
Converse nasce in Massachusetts nel 1908, quando Marquis Mills Converse fonda la Converse Rubber Shoe Company. Nel 1917 arriva una scarpa destinata al basket che cambierà la storia dell’azienda e che qualche anno più tardi legherà il proprio nome a Charles “Chuck” Taylor, giocatore di basket e soprattutto straordinario ambasciatore del prodotto. Taylor attraversò gli Stati Uniti promuovendo la scarpa e contribuendo al suo sviluppo, fino a vedere il proprio nome comparire sulla celebre patch alla caviglia. Le All Star diventano inseparabili dal basket americano, ma la parte più interessante della loro storia comincia quando scendono dal parquet.

Poche scarpe sono riuscite ad attraversare mondi così diversi senza perdere la propria identità. Negli anni Settanta e Ottanta diventano quasi un’uniforme per punk, rocker e outsider. I Ramones contribuiscono a trasformarle in un simbolo. Jeans stretti, perfecto e Converse consumate e il look era praticamente fatto. Poi arriva il grunge e Kurt Cobain le indossa senza alcuna intenzione di trasformarle in un oggetto fashion. Probabilmente è proprio per questo che lo diventano ancora di più.
Nel frattempo finiscono ai piedi di generazioni di ragazzi, musicisti, skater, attori e creativi. Passano dai campi da basket ai concerti, dai club al cinema e infine alla moda. Una sneaker nata per lo sport diventa prima simbolo di ribellione e poi un classico del guardaroba, senza quasi cambiare faccia. Ed è forse questo il vero segreto delle Converse. Con un vecchio Levi’s sono a casa. Con chino e camicia Oxford diventano preppy, ma con qualche regola in meno. Con un pantalone sartoriale creano invece quella piccola imperfezione che spesso rende un look più interessante. Poi naturalmente c’è il vintage. Perché se esiste una sneaker autorizzata a essere scolorita, sporca e leggermente maltrattata è proprio la Chuck Taylor. Personalmente continuo a diffidare di quelle troppo perfette. Le Converse hanno attraversato più di un secolo vedendo nascere e scomparire tendenze, sneaker da collezione, collaborazioni e modelli venduti a cifre che probabilmente avrebbero fatto sorridere lo stesso Chuck Taylor. E loro sono ancora lì, con la tela, la gomma, la punta bianca e una silhouette inconfondibile anche a distanza.
Forse è proprio questa la differenza tra una tendenza e un’icona. La prima deve arrivare al momento giusto, la seconda può permettersi anche di arrivare in ritardo, e nel caso di Converse anche un pò consumate e sporche.
