Giorni fa, nel ricettario di mia madre, ho trovato un foglietto volante con su appuntate le istruzioni per fare la “ciancifricola”. Accanto al titolo, tra parentesi, c’era scritto “Assunta”, il nome della nostra vicina di un tempo. Nonostante sia un piatto semplicissimo, mia mamma si è presa la briga di annotarlo con le sue raccomandazioni. Me le immagino mentre ne parlavano. “Son differenti dalle ova al pomodoro, son più buone, vedrai”.

Per fare la ciancifricola ci vogliono: pomodori maturi maturi e tritati. Si fanno saltare e rosolare in padella con olio extravergine di oliva toscano, cipolla, aglio e basilico. Dopo una ventina di minuti, si aggiungono le uova e le si rompono nella padella rigirandole e trascinandole in tondo. Devono rimanere leggermente umide e sembrare uova strapazzate.
Ne ho cercato le origini. Così come nel territorio fiorentino preparavano la pappa al pomodoro, o la francesina, i contadini di origine senese, della Val di Chiana, della Val d’Orcia, del Monte Stigliano, facevano la ciancifricola. Prendevano dall’orto pochi ingredienti e stampavano una cena all’ultimo minuto. Assenti le fonti scritte, fatta esclusione de “La cucina toscana” di Giovanni Righi Parenti. Lo studioso ne spiega il nome bizzarro che deriva da due verbi: cianciare (parlare a vanvera, perdendo tempo in chiacchiere inutili) e fricolare, verbo senese in disuso (darsi da fare in modo inconcludente). Cicalare e tramestare. Mentre si preparava la ciancifricola, si chiacchierava e si rimestava. Ho deciso: per Ferragosto preparerò la ciancifricola come antipasto. La servirò in bicchierini di vetro etnici e cucchiaini antichi. Un piatto povero, ma gustoso per ricordare l’Assunta. Ai miei occhi di bambina appariva vecchia, ma avrà avuto sessant’anni. Capelli grigi raccolti in una crocchia lenta, guance rilasciate e molli su cui si posavano gli occhiali di tartaruga. A lei associo certi pomeriggi allietati dal tè delle cinque. Mentre mangiavamo il suo ciambellone con i pinoli, aspettavamo in tivù la rubrica di Enza Sampò sulla moda (o forse erano solo dei brevi servizi per le sfilate). Assunta mi sorrideva, mi diceva “Stai boncitta”. Era di Siena o forse delle campagne vicino a Grosseto. Mi faceva attendere un po’ e poi ritornava in cucina. Aveva in mano o una scatola rossa di latta, o un bauletto Sperlari, a volte una cesta di vimini. Tirava fuori, a seconda del contenitore, nastri colorati e gross grain, perline e bottoni, oppure pezzi di vecchie tende e tovaglie. Un vero tesoro per vestire le mie bambole, e quante ciance fatte insieme per decidere i modelli degli abiti!
