di Stefania Bonora
foto di copertina generata con A.I.
Lo sciopero del 1° marzo 1944 alla Piaggio.
Lavoratori, collegati alle bande partigiane, diffondono clandestinamente idee antifasciste nella Piaggio di Finale, stabilimento di fondamentale importanza nella produzione aeronautica bellica: la fabbrica aderisce così, il 1° marzo 1944, allo sciopero delle fabbriche del Nord Italia (le cui parole d’ordine sono PANE e PACE), benché il Prefetto di Savona emani una circolare con cui, dichiarando il previsto sciopero atto di sovversione e sabotaggio, minaccia dure punizioni. Dopo la sciopero la polizia, su indicazione delle autorità nazifasciste (e forse anche di qualche spiata dall’interno della fabbrica), arresta 25 lavoratori ritenuti responsabili dell’organizzazione dello sciopero, anche se non tutti gli arrestati lo erano. Con altri lavoratori della provincia di Savona, essi vengono deportati nel lager di Mauthausen, dove sono costretti a lavorare come schiavi, e dove molti trovano la morte per gli stenti e le brutalità che subiscono. Su una lapide, collocata sul lungomare di Finalmarina, sono incisi i nomi dei deportati della Piaggio di Finale che morirono in quel lager: Frattini Italo, Scacciotti Goffredo, Lanfranco Filippo, Enricario Carlo, Purgatorio Filippo.

La memoria dei deportati della Piaggio e le pietre d’inciampo dedicate.
La posa delle “Pietre di inciampo” (Stolpersteine in tedesco) a Finale Ligure fu promossa nel 2019 da Teo de Luigi, regista romagnolo ma residente nell’entroterra finalese, in collaborazione con le associazioni A.N.P.I. e A.N.E.D locali. Sono state inaugurate in occasione del Giorno della Memoria il 21 gennaio con la presenza delle Autorità, di numerose classi di studenti, della cittadinanza. Il progetto dell’artista tedesco Gunter Demnig, si è diffuso dal 1992 (anno dell’ideazione) in molte città italiane e consiste nella collocazione di piccoli blocchi di pietra quadrati, rivestiti in ottone e recante nome, data di nascita, data e luogo di deportazione e morte della vittima del nazifascismo. Sono migliaia le pietre posate in Italia e in Europa e costituiscono il più grande monumento diffuso alla Memoria. Le pietre d’inciampo dedicate ai deportati della Piaggio sono state collocate presso le case a Finale dove avevano abitato; non ci sono pietre d’inciampo per i deportati che non avevano abitato a Finale.

Ai fratelli FRATTINI sono dedicate le PIETRE D’INCIAMPO poste davanti all’abitazione sita in via Pertica n.16. Italo Frattini, insieme al fratello Giovanni faceva parte di una famiglia antifascista, da tempo sotto il controllo della polizia. Il più giovane Giovanni riuscì a sopravvivere al lager e tornò a casa in gravi condizioni per malnutrizione, violenze e stenti subìti, tanto che la madre non lo riconobbe. Aveva perso tutti i denti in seguito ad un colpo in bocca assestatogli da un tedesco col calcio del fucile, dopo una sua reazione emotiva all’uccisione, avvenuta davanti a lui, del fratello Italo che non aveva saputo ripetere il suo numero in tedesco durante l’appello. Il suo viaggio di ritorno dalla Germania fu lungo e difficoltoso; giunto alla stazione ferroviaria di Milano, stremato e seduto su un marciapiede ormai privo di forze, vide un collega della Piaggio finalese, Eugenio Calcagno, anch’egli arrestato la notte dello sciopero; era di ritorno dai campi di lavoro a Linz (non lontano da Mauthausen), addetto alla rimozione di macerie all’aperto e poi saldatore. “Genio” Calcagno, dopo aver faticato a riconoscerlo, lo caricò sulle spalle e lo accompagnò al treno per Savona e poi per Finale. Ripresosi fisicamente, Giovanni Frattini si adoperò nel sociale come promotore e aiutante nelle squadre giovanili del calcio finalese e nell’A.V.I.S.
Filippo Lanfranco detto Pippo, era nato a Magliolo, amava dipingere e suonare. Prima della guerra era Ufficiale Radiotelegrafista a bordo di navi mercantili sulla linea Genova-Odessa e proprio in Russia aveva conosciuto Ludmilla (detta Lubov), la ragazza che divenne sua moglie. Essendo contrario alla guerra, si dette malato, si fece sbarcare e trovò subito lavoro come disegnatore alla Piaggio di Finale. La sua cultura e i suoi viaggi avevano sviluppato in lui un pensiero critico verso la propaganda di regime, tanto da diventare membro della cellula comunista all’interno dello stabilimento. Era stato uno degli organizzatori dello sciopero e aveva preparato il volantino, stampato con un ciclostile clandestino costruito da lui con un amico dentro allo stabilimento. Persona conosciuta e stimata, era stato avvertito che, figurando il suo nome tra gli organizzatori dello sciopero, sarebbe stato presto arrestato. Alle sollecitazioni di un amico a fuggire, rispose: “Ricordati ragazzo che fuggire sarebbe tradire. Sono un dirigente della cellula comunista, sono stato promotore dello sciopero: il mio dovere è seguire sino in fondo la sorte dei miei sfortunati compagni”. La moglie cercò in tutti i modi di farlo liberare, ma riuscì solo a vederlo nel campo di concentramento di Fossoli (Mo) e a fargli avere qualche pacchetto di sigarette. Le sue abilità artistiche e la conoscenza delle lingue favorirono qualche piccolo aiuto alla sua sopravvivenza nel lager, ma la normale ripresa dell’assunzione di cibo, una volta raggiunti i magazzini tedeschi dopo la liberazione del campo, gli costò l’indigestione e la vita, come capitò a molti poveri prigionieri con l’apparato digerente al collasso, disabituato a grassi e proteine. Non avendo abitato a Finale, per lui non ci sono pietre d’inciampo.

Goffredo Scacciotti. Dopo aver fatto la guardia notturna, Goffredo entrò in Piaggio. Forse la sua segnalazione partì dal fatto che aveva un figlio fuggito in montagna per evitare la leva nella zona di Alto (Im) dove si era unito al gruppo del medico capo partigiano Felice Cascione. Quando i carabinieri andarono a prelevarlo, era con lui solo il figlio piccolo di 14 anni, la madre era infatti andata alla ricerca di notizie del primogenito (classe 1924). I familiari lo raggiunsero a Genova per portargli abbigliamento e generi di conforto per il suo futuro lavoro in Germania, ma persero le speranze quando videro i vagoni piombati. Dal ritorno di Antonio Arnaldi, sopravvissuto allo stesso campo di Mauthausen, ebbero le uniche notizie della terribile morte di Goffredo: sfinito dalla fame e dal freddo, era tornato morto da un viaggio in camionetta al gelo al quale le guardie tedesche sottoponevano i prigionieri più deboli per finirli, ed era stato scaricato come ghiaia al ritorno. Visitando il campo in cerca di ricordi del padre, Luciano Scacciotti restò agghiacciato e scosso dalla visione di quel posto terrificante. Una PIETRA DI INCIAMPO col suo nome è posta in vico Serra n.2, a Finalmarina dove Goffredo risiedeva con la famiglia. Purtroppo non ci sono giunte notizie degli altri due lavoratori deportati, morti a Mauthausen,Filippo Purgatorio e Carlo Enricario che risiedevano nel Ponente, ma anch’essi vengono ricordati, nella Giornata della Memoria e negli anniversari dello sciopero, dalle autorità comunali, dalle associazioni preposte, dalle RSU, da tutta la società civile.

Antonio Arnaldi, detto Tunitto, nato il 15.01.1925, sopravvissuto al lager e rientrato al suo domicilio di Finale Ligure il 26 giugno del ’45. Fu prelevato alla mezzanotte del 4 marzo 1944, aveva 19 anni, era poco più che un ragazzo tanto che, complice la sua bassa statura, quella sera un carabiniere disse: ”Ma chi siamo venuti a prendere, un bambino!”. Arnaldi si è sempre chiesto il motivo del suo arresto fra i tanti scioperanti, pensava che fossero stati i “capi” della fabbrica a fare il suo nome: aveva aderito allo sciopero per protesta e solidarietà operaia, ma “Non ne capivo niente di politica” aveva sempre affermato. Sopravvissuto miracolosamente al campo aiutato dalla sua giovane età, dopo anni di silenzio nei quali elaborò il dramma vissuto, Tunitto incominciò a raccontare agli studenti la sua tragica esperienza fatta di fame, freddo, pidocchi, violenze, cani che sbranavano i prigionieri, camere a gas, trattamenti sadici ed inumani. Nel “sottocampo” di Mauthausen denominato Gusen1, Tunitto lavorava 12 ore al giorno in una fabbrica di armi sotterranea; lo considerava un privilegio poiché la maggior parte degli internati lavorava esposta alle intemperie. Antonio morì all’età di novant’anni, davanti alla porta della sua abitazione di via Colombo n.9, dove quattro anni dopo venne installata la PIETRA D’INCIAMPO che ricorda ai passanti la sua deportazione.
(Il racconto è tratto dalla pubblicazione “E un popolo martoriato, umiliato, abbandonato, si fece POPOLO SOVRANO” del “Centro Studi Costituzione e Democrazia” di Finale Ligure)
Stefania Bonora è nata e vive a Finale Ligure (Sv). Il padre Antonio (Tugnin), operaio Piaggio classe 1922, venne prelevato dopo gli scioperi del marzo ’44 e portato insieme ad altri “piaggisti” nel centro di detenzione fascista (Istituto Merello) di Spotorno in attesa del trasferimento in Germania; riuscì a fuggire e, lievemente ferito e ricercato, raggiunse sui monti Finalesi i partigiani della divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua”. Stefania Bonora è stata presidente dell’A.N.P.I Finale Ligure e si adopera da anni nel sociale.
