foto di copertina generata con A.I.
di Claudia Carosi
Il territorio di Finale Ligure, in provincia di Savona, ha visto, nel lungo periodo della Resistenza, una grande presenza partigiana di uomini e donne scesi in campo per combattere, con armi o senza, il nemico nazifascista, e molti sono caduti in combattimento, in stragi, o per esecuzioni sommarie, irrorando con il loro sangue le nostre montagne e pianure. Negli anni ’70, fra quanti sono sopravvissuti, ho avuto la fortuna di conoscere qualcuno di loro, e in particolare due donne : Caterina Bianca Paganetto, “Manlia”, partigiana combattente, e Nella Giacobbe, “Nelly”.
Di entrambe ricordo la grande semplicità e naturalezza con la quale raccontavano la loro adesione alla Resistenza: “Era l’unica cosa da fare” dicevano, e mostravano una grande modestia nell’ aver partecipato ad azioni molto pericolose, come se fossero state cose normalissime. E sono proprio alcune donne partigiane del territorio finalese che vorrei qui ricordare:
Caterina Bianca Paganetto, detta Katia, collaborò da subito con La Resistenza, come staffetta (col nome di “Manlia”) agli ordini del comandante partigiano Virgilio Fedi (“Manlio”), portando in bicicletta informazioni ai vari gruppi partigiani e a quelli rinchiusi nelle carceri di Savona. Era stata assunta come centralinista alla Teti, nell’ufficio di Pietra Ligure; per questo aveva un lasciapassare di cui approfittava per portare le armi rotte ai cantieri di Pietra, dove operai capaci le aggiustavano. Inoltre, grazie al suo lavoro di telefonista, poteva ascoltare notizie nemiche e avvisare i partigiani di eventuali rastrellamenti, mettendoli in salvo. Un giorno, però, rischia di essere scoperta, perché nella tasca di un fascista ucciso viene trovato un biglietto: “Rina telefonista Pietra”, a seguito del quale viene diramato l’ordine di sparare a vista su di lei. Così Katia raggiunge i partigiani in montagna. Nel 1960 le viene conferita la croce al merito di guerra e nel 1984 il diploma d’onore di combattente per la libertà d’Italia.

Vincenzina Pera (“Zinaide”), patriota della 5^ Brigata Garibaldi, gruppo Fratelli Figuccio. Nata a Calizzano, studia a Firenze dove si diploma come infermiera e dove lavora per un certo periodo prima di trasferirsi a Torino e tornare poi a Calizzano durante la guerra. Ben presto si impegna a curare i partigiani feriti, girando per boschi, caverne, posti sperduti, accampamenti. A Calizzano riceve gli ultimi pensieri del partigiano Gino Marzola per portarli alla famiglia del giovane che risiedeva a Finalpia.

Maria Noceto (“Canacca” o “Nini”), staffetta partigiana nella Brigata SAP “Gaetano Volpi”. Suo fratello, Davide, aderisce anche lui al movimento resistenziale e perde la vita il 2 febbraio 1945 nell’eccidio di Pian dei Corsi. Maria opera nell’entroterra ligure: Calice, Feglino, Rialto e, in particolare, Perti, zona molto calda perché dai monti vicini arrivano nuclei partigiani per studiare le mosse dei “San Marco” di stanza a Calice. E’ lei che il 22 dicembre 1944 fa fallire quasi completamente un rastrellamento contro i partigiani. I partigiani si erano dati appuntamento alle 16 nella zona di Perti per requisire una mucca dell’ingegnere Gianluca Galasso con l’intenzione di festeggiare il prossimo Natale. L’appuntamento, però, a seguito della notizia di un imminente rastrellamento, era stato spostato alle 18, ma non tutti i partigiani della zona lo avevano saputo. Maria allora, girando a lungo nella frazione, riuscì ad avvertire quasi tutti tranne i tre partigiani che furono portati per la fucilazione contro il muro della chiesa di Perti Alto. Arrestata a Perti il 25 gennaio 1945 durante una retata dei “San Marco”, fu prima portata con altri a Calice e allineata contro un muro di piazza Massa, poi condotta a casa del signor Scanavino, quindi ad Altare, infine nella Villetta di Savona, famigerato luogo di tortura dei partigiani. Fu liberata alla fine di gennaio 1945.
Nella Giacobbe (“Nelly”) finisce nella Resistenza quasi per caso, come lei stessa racconta. Una domenica sera dell’ottobre 1943 passeggiava in una strada del Cuneese (dove era nata) quando vide arrivare un’Ape sgangherata che issava una bandiera rossa; uno degli occupanti, vedendo che anche lei era vestita di rosso, disse “Questa è dei nostri!”. Era un portuale di Savona, inviato a organizzare la Resistenza nelle Langhe e così Nella iniziò la sua collaborazione col movimento partigiano. Veniva a Savona per prendere il materiale da diffondere nelle Langhe: a Savona aveva una base presso la stazione ferroviaria perché suo padre lavorava nel vicino ufficio postale. A Finale entrò in contatto con Giuseppe Operto (“Enzo”) e la SAP locale e cominciò a collaborare con loro: confezionava maglie e calze per i partigiani in montagna, sorvegliava i “San Marco” prigionieri (che i partigiani avrebbero utilizzati per scambi di prigionieri), procurava cibo, vestiario, medicinali. Arrestata una prima volta nel dicembre 1943, fu aiutata da Katia Paganetto e, in seguito, liberata. Arrestata una seconda volta mentre era in chiesa per pagare al parroco una messa in memoria di due partigiani uccisi (Bellonetti Domenico e Serretta Carlo), fu condotta al “Lido”, poi al carcere di Savona, infine a quello di Cairo Montenotte in attesa del processo, che fu celebrato nel febbraio 1945. Condannata per la sua attività di staffetta partigiana a 28 anni di reclusione, tornò libera il 20 aprile 1945 grazie a un militare jugoslavo che le fornì una pistola Luger con i caricatori. Arrivata a Finale il 26 aprile fu accolta con gioia da tutta la popolazione.

Rosalia Mallarini, patriota. Nata a Vispa, frazione di Carcare, riconosciuta come patriota della IV Brigata Garibaldi “Carlo Cristoni” dal 1° ottobre 1943. La famiglia gestiva a Vispa un’osteria che divenne ben presto ritrovo dei partigiani e Rosalia (chiamata da tutti “Lia”) si dava da fare a procurare farina, patate, abiti, calze, scarpe ed altro per le necessità dei partigiani. In bicicletta arrivava fino a Mombarcaro (in provincia di Cuneo) per approvvigionarsi di quello che serviva ai partigiani e in più girava a diffondere materiali antifascisti, ordini e avvisi della Brigata e il giornale “Vie Nuove”.
Emma Cappellano (“Manola”). Nata a Calizzano, risiede a Finalpia. Partigiana combattente dal 10 maggio 1944 nella Brigata “Gaetano Volpi”. Nella Resistenza si impegna come staffetta ma anche a curare partigiani feriti o ammalati in un’infermeria segreta ricavata nel rione Pia all’interno del caffè-osteria “Paradiso”: in quest’infermeria fu curato il partigiano Mario Muzi, ferito a Boragni accanto a Mirko Bruzzi che rimase ucciso. Insieme con altre partigiane finalesi, quali Nella Giacobbe e Caterina Paganetto, tiene in custodia a Calvisio soldati tedeschi fatti prigionieri dai partigiani: queste donne corrono grossi rischi perché la zona è molto frequentata dai tedeschi e dai “San Marco” e loro devono girare per procurare il cibo anche ai prigionieri. Proprio questi loro movimenti sospetti portarono all’arresto, ad esempio, di Nella Giacobbe.
(Il racconto è tratto dalla pubblicazione “E un popolo martoriato, umiliato, abbandonato, si fece POPOLO SOVRANO” del “Centro Studi Costituzione e Democrazia” di Finale Ligure)
Claudia Carosi è originaria della provincia di Viterbo, ma molti anni fa si è trasferita a Finale Ligure (SV). Ha lavorato come insegnante nella scuola elementare del paese e attualmente è in pensione. Negli anni ‘70 è stata molto attiva in campo sociale, partecipando con passione alle campagne referendarie e alle conquiste e riforme di quegli anni. Fa parte del “Centro Studi Costituzione e Democrazia”, per il quale ha presentato in rete video storici su episodi della Resistenza.
