di Stefania Ronzitti
Ci sono Storie che non dobbiamo dimenticare. Ci sono Persone che non dobbiamo dimenticare. Guerrino Sbardella era uno di sette fratelli, tutti militanti antifascisti. Era nato il 4 gennaio 1916 a Colonna, in provincia di Roma, e quindi aveva solo 28 anni quando fu fucilato sugli spalti di Forte Bravetta a Roma,il 2 febbraio 1944. Nella nostra famiglia Guerrino è sempre stato giustamente considerato un eroe e non potrebbe essere altrimenti. Chi sacrifica la propria giovane vita per il futuro e il bene degli altri, come altro lo possiamo definire?

Le mie radici si fondano anche sul suo esempio e sui principi di giustizia e libertà che lo ispirarono. Fin da piccola ho sentito raccontare la sua storia in casa perché Guerrino era il fratello di uno zio con il quale sono cresciuta, nonché cugino di mia nonna materna. All’epoca mi sembrava che la vicenda fosse molto vecchia e, invece, a rivederla alla luce della maturità, mi rendo conto che erano passati davvero pochi anni da quando era accaduta, e che sono stata davvero fortunata a nascere sfiorando di poco quel periodo.




Come ho detto, Guerrino aveva solo 28 anni. Era un giovane uomo, ma già sposato e con due bambini. Probabilmente fu chiamato così perché nacque nel 1916, proprio in mezzo agli anni della Prima Guerra Mondiale. Di mestiere faceva il tipografo. Mi sembra di ricordare che, per qualche motivo, non partì militare come i suoi fratelli, forse riformato, e, invece, alla fine della guerra fu l’unico tra tutti loro a non esserci più… Purtroppo oggi sono venute a mancare le persone che avrebbero potuto fornimi dettagli e testimonianze dirette di quello che avvenne, ma mi ha molto aiutato, per ricostruire la storia di quel periodo, un libro, “FORTE BRAVETTA Una fabbrica di morte dal fascismo al primo dopoguerra”,che ebbi la fortuna di procurarmi ad una conferenza tenuta dal suo autore, Augusto Pompeo.Un libro davvero prezioso che entra nel dettaglio di tutto quello che accadde, grazie a una ricerca puntigliosa presso archivi, resoconti della polizia, interviste a testimoni, lettere dei condannati, ecc.

Nella Roma di quel triste periodo dell’occupazione tedesca, molta gente ascoltava Radio Londra e,anche non aiutando apertamente i partigiani, pur non schierandosi attivamente nella lotta all’occupante tedesco, contribuiva ugualmentein modo silente, fingendo di non sapere, ad esempio, se nell’appartamento del vicino si svolgevano strane riunioni, oppure si conservavano giornali clandestini o addirittura armi. E in moltissime case private, e in tanti istituti religiosi, si nascondevano ebrei, giovani in età di leva, oppositori ricercati, ecc. In un clima del genere la polizia tedesca aveva bisogno di collaboratori fidati, che lo stesso Kappler definirà traditori, spesso stipendiati oppure pagati profumatamente per ogni arresto e perquisizione, dalle duemila alle cinquemila lire per ogni partigiano, o per ogni ebreo fatto catturare, e anche di più se l’informazione era particolarmente preziosa. In una situazione difficile come quella che si era creata a Roma, con abitazioni distrutte, sfollati provenienti dalle vicine province, era facile per gli occupanti introdurre spie e delatori che, appunto, in cambio di soldi, fingendosi oppositori, entravano in contatto con la Resistenza, riuscendo talvolta perfino a ricoprire ruoli importanti nelle organizzazioni clandestine.
E in uno di questi squallidi personaggi incappò anche Guerrino.
Guerrino viveva a Roma, nella zona di Torpignattara, esattamente a Villa Certosa, una piccola borgata. Nel 1943, dopo l’occupazione tedesca, aderì al Mcd’I (Movimento Comunista d’Italia), una formazione della Resistenza distinta dal PCI, anche conosciuta col nome di Bandiera Rossa, una delle organizzazioni partigiane più numerose e attive nella capitale occupata. Bandiera Rossa operava soprattutto nelle periferie delle borgate romane e svolgeva attività di sabotaggio, propaganda clandestina, raccolta di armi e azioni contro i nazifascisti. Nella storia della Resistenza ebbe una presenza molto consistente, con oltre un migliaio di combattenti e subì pesanti perdite per arresti, deportazioni e fucilazioni. Guerrino divenne caposettore della sua zona. Anche il suo mestiere si rivelò utile alla causa, e infatti come tipografo ebbe il compito di stampare manifestini e volantini di propaganda antifascista e antinazista e alcune copie del giornale clandestino Bandiera Rossa. Partecipò anche ad azioni di sabotaggio.
Il 6 dicembre 1943 Bandiera Rossa preparò un’azione simultanea in decine di sale cinematografiche di Roma. L’obiettivo era raggiungere migliaia di persone riunite per gli spettacoli e dimostrare che la Resistenza era presente e organizzata anche nella capitale occupata. I volantini denunciavano i delitti della cosiddetta banda Bardi-Pollastrini, formazione paramilitare fascista responsabile di torture, estorsioni e arresti, da poco sciolta dalle autorità tedesche. Gli spettatori raccolsero i fogli e molti riuscirono a portarli via prima dell’intervento della polizia tedesca. Un esito davvero tragico di questa vasta operazione si ebbe al Cinema Principe in Via Cola di Rienzo. Qui le SS e i collaborazionisti fascisti, avvertiti da infiltrati all’interno dell’organizzazione, attesero i partigiani all’uscita. Furono arrestati Romolo Iacopini, Augusto Paroli, Ricciotti de Lellis, Amerigo Onofri. La storia ci rimanda anche i nomi delle abiette figure che infiltrandosi nell’organizzazione condussero all’arresto degli appartenenti all’azione, guidando le SS o addirittura assistendo all’operazione dal marciapiede di fronte.
Guerrino riuscì a sottrarsi alla cattura, ma venne arrestato successivamente – sembra la sera stessa- nella sua abitazione. Qui ritorna il ricordo dei racconti della famiglia. Francesca, la moglie di Guerrino, tra l’altro cugina diretta di mia madre, aveva in braccio il bambino più piccolo quando fecero irruzione in casa le SS, e in quell’occasione un tedesco le sferrò un forte colpo col calcio del fucile. Le SS erano guidate da un delatore che aveva rivelato l’indirizzo in Via dei Savorgnan. Nell’abitazione i nazisti trovarono bombe a mano, proiettili di fucile, armi di vario genere e copie di giornali comunisti. Guerrino venne portato a Via Tasso, un luogo che, solo a nominarlo, incuteva terrore, sede della Gestapo. Via Tasso non era un carcere ordinario, ma un luogo di polizia politica: gli interrogatori avevano la priorità rispetto alla detenzione e i detenuti potevano essere riportati lì più volte per nuovi interrogatori, se necessario. Era lì, quindi, che si seviziavano gli arrestati per farli parlare e svelare informazioni sulle organizzazioni clandestine, depositi di armi, e magari indurli a denunciare i loro compagni ancora fuori. Non c’era una durata fissa per rimanervi: potevano essere poche ore, ma anche settimane.

Non ho più modo di sapere quanto tempo Guerrino rimase a Via Tasso. So per certo che poi fu trasferito a Regina Coeli, che era il carcere giudiziario di Roma e luogo di custodia. Alla fine, il 28 gennaio 1944, il Feldgericht, cioè il Tribunale Militare Tedesco, lo condannò a morte insieme ad altri dieci militanti del Mcd’I arrestati a dicembre. Guerrino scrisse diverse lettere di addio prima di andare a morire: all’amata moglie, ai figli, ai parenti e agli amici, raccomandando loro di occuparsi dei suoi figli che sarebbero rimasti senza un padre. Queste lettere si possono anche leggere sul libro dedicato: “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. Un fratello di Guerrino ebbe il permesso di vederlo prima della sua esecuzione, e a lui Guerrino donò del pane e il suo cappotto, di cui ormai non avrebbe più avuto bisogno.
Il 2 febbraio gli undici compagni vennero caricati su un camion e, da Regina Coeli, portati a Forte Bravetta, luogo dove venivano eseguite le sentenze di morte. Tra di loro c’era Ettore Arena, un ragazzo di appena 21 anni, che insisteva per non essere bendato, né fucilato alla schiena: voleva che i suoi assassini lo guardassero in faccia. Il prete che andò a confortarlo ci mise tempo a convincerlo a farsi fucilare alle spalle seduto sulla sedia, ma Ettore riuscì comunque a girare la testa e gridare “Viva l’Italia!”. Poiché il plotone della PAI (Polizia Africa Italiana) sparò a terra, Guerrino e i suoi compagni furono finiti con un colpo alla nuca da un ufficiale tedesco. L’ultima immagine che posso riportare, è ancora un ricordo della famiglia. Si raccontava che quando i familiari ebbero il permesso di vedere il corpo di Guerrino al cimitero del Verano, lui era ancora con le mani legate dietro la schiena, e che il padre ebbe il coraggio di aprirgli la camicia per accertarsi se avesse ferite anche sul davanti. Così finì la breve vita di un uomo altruista e coraggioso. Così come quella di tanti tanti altri.
Nella sua lettera alla famiglia, scritta prima di morire, così Guerrino si rivolge al fratello Angelo: … Angelo, cerca di lavorare con la mia macchina che io consegno a te per guadagnarti il pane anche per i miei figli. Angelo promettimi di vegliare sulla mia famiglia e io ti benedirò se Dio vuole dal cielo…
A Villa Certosa, in sua memoria, davanti alla sua casa, in Via dei Savorgnan 52, è stata posta una pietra d’inciampo, e in largo dei Savorgnan è stato dipinto un bellissimo grande murale intitolato Guerrino Sbardella, il tipografo partigiano. Ma Guerrino è ancora tra noi e io immagino che ci parli ancora, come in questa poesia che ho scritto per lui:
NON DIMENTICATEVI DI ME (in memoria di Guerrino Sbardella, partigiano)
Non dimenticatevi di me
e della mia giovane vita persa, ma non sprecata.
Il mio sacrificio fu concime sparso su una terra arida e cattiva e vi rese liberi.
Guerrino mi chiamarono, perché figlio di un’altra guerra,
ma pace e giustizia io le amai sempre.
Quella notte di dicembre fui strappato con la forza dalla mia casa,
dalla donna che amavo, dai miei sogni e dalla semplice vita
e i miei figli non ebbero più un padre.
Ho lanciato le mie parole alla gente dall’alto del cinema Principe:
ero tipografo e la mia carta offendeva il Regime.
Mi tradì un nemico vestito coi panni di Uomo, delatore senza anima,
insieme a dieci compagni legati da un simbolo di rossa bandiera.
Via Tasso mi vide col cuore in angoscia e il corpo straziato.
Condannati a morte, schierati in undici di fronte al plotone.
“Ettore non piangere” dissi amaro all’adolescente compagno
“è meglio star da questa parte e morire”,
ma la PAI sparò a terra.
La morte ci prese lo stesso, secca, con un colpo alla nuca.
A ventotto anni, finì la mia vita sugli spalti di Forte Bravetta,
le corde ai polsi, ma l’anima libera, ora, di parlare ai cuori
per aiutarli coerenti a lottare, a difendere la dignità e i principi corretti,
che il dono della vita ci diede.
Non dimenticateli mai quei valori
che dell’Uomo son la radice e la culla.
Due cose donai a mio fratello, nell’ora prima della fine:
il mio pane che nutrì di speranza un popolo intero,
e il mio povero caldo cappotto che lo incendiò di rabbia e dolore.
Vi prego, non dimenticatelo mai.
Stefania Ronzitti, scrittrice e poetessa, è nata a Torpignattara, quartiere di Roma che, come altri del quadrante est della Capitale, ha una lunga storia di Resistenza antifascista posta in risalto da pietre d’inciampo presso le abitazioni di numerosi combattenti per la lotta di liberazione, e targhe. In via dell’Acqua Bullicante c’è un Memoriale della Resistenza: una lapide intitolata “AI MARTIRI DELLA LIBERTÁ” che riporta i nomi di ventisei partigiani caduti, tra cui quello di Guerrino Sbardella, provenienti da Torpignattara e quartieri limitrofi. La maggior parte di essi sono stati trucidati alle Fosse Ardeatine. Stefania Ronzitti ha ricevuto molti premi nazionali per la sua vasta produzione poetica in cui un grande ruolo gioca la memoria e i ricordi infantili. Coerente con gli insegnamenti ricevuti nella sua grande e numerosa famiglia, ha un’acuita sensibilità verso le problematiche civili e sociali, che affronta con grande umanità anche nei suoi scritti.
