illustrazione di Colonna
Ci son o modi di dire e detti popolari che hanno origini antiche a molti sconosciute. “Non lo faccio” oppure “Non lo dico” …” gnanca se vè zu Palèta”. Un modo di dire, ormai quasi completamente scomparso nel basso lodigiano, un diniego assoluto, irrealizzabile che pone come incredibile assioma questo, quantomeno strano, riferimento a un personaggio di nome Paletta che non può assolutamente arrivare o scendere ( Vè zu) da qualcosa o da qualche luogo non ben definito. Un modo di dire che affonda però le sue radici nella storia del territorio. Siamo nel 1713, la Lombardia è governata dagli Austriaci che cercano di mettere ordine dopo il governo degli Spagnoli, imponendo una legalità con metodi spesso bruschi e drastici. A quel tempo viveva nella bassa Camillo Paletta, un giovane ed aitante, ora diremmo, playboy che si dava un gran daffare per conquistare donzelle ed anche donne sposate. Quando c’era l’occasione non se ne lasciava scappare neppure una. Tra le tante conquiste fatte però Paletta si era innamorato di Domenichina Galleana. Lui era un bel giovane con la forza di un torello ed era solito fare innamorare le donne per poi piantarle. Quella volta, però, si innamorò di Domenichina che era sposata e quindi faticava ad incontrarsi con lui perchè “Il paese è piccolo e la gente mormora”, così i due amanti misero a punto un piano diabolico per sbarazzarsi del marito di lei, il terzo incomodo. Una notte mentre l’uomo dormiva, stanco morto per il pesante lavoro giornaliero, la donna aprì la porta di casa al Paletta, che lo strangolò con la sola forza delle sue mani, anche se aveva con sé una corda per ogni evenienza. Il marito si dibattè ma la donna aiutò l’amante a tenerlo fermo, tappandogli la bocca. Poi con un carretto lo portarono in una stradina fuori paese e lo buttarono in un fosso, per far credere ad un incidente. Ma le chiacchiere di paese incolparono i due amanti che vennero arrestati e torturati fino a quando non ammisero il delitto. Vennero condannati alla forca. Il 29 agosto del 1713 davanti ad una imponente folla in piazza Maggiore a Lodi furono torturati con delle tenaglie incandescenti ed infine impiccati, per dare un esempio pubblico di cosa poteva succedere a chi voleva delinquere durante la reggenza austriaca. Tra la folla assiepata nella piazza di Lodi c’erano molti uomini, un tempo invidiosi della fama di gran conquistatore di Paletta e mai alla sua altezza, che a gran voce lo schernivano “ Vè zu da lì, Palèta, nimal e assasin” ma il giovane ormai non poteva fare più nulla per sfuggire alla sua già annunciata fine, ne certamente scendere dal patibolo. La sua fine però, coniugata in quel modo tra il serio ed il faceto tipico dei lodigiani, divenne un monito quasi proverbiale per intere generazioni.

