Un detto popolare dialettale recita “Nei paisi di campagna pochi i ghan un num ma tutti una scumagna” che vuol dire che nei paesi di campagna tutti hanno un soprannome con cui sono conosciuti. Se l’uso comune è quello tra contadini e gente umile del popolo, le scumagne non risparmiano neppure i personaggi famosi ed entrano nel gergo nazionale, uscendo di fatto da quello popolano, grazie al grande giornalista sportivo Gianni Brera.

Brera, non solo inventò una serie di termini calcistici ormai diventati di uso popolare dal centroavanti alla mezzala, dalla melina alla palla-goal, ma portò l’uso della scumagna, forse grazie alle sue origini padano-contadine in quel di San Zenone Po, a livello nazionale.

Così nascono i famosi soprannomi di Brera dati a grandi interpreti del mondo del calcio tra cui ricordiamo “Abatino” Gianni Rivera, “Rombo di Tuono” Gigi Riva, “Bonimba” Roberto Boninsegna, ma potremmo continuare per altri cento personaggi ed altrettante scumagne che hanno travalicato i tempi diventando immortali. Tra i tanti anche due lodigiani: Giovanni Lodetti di Caselle Lurani detto “Basleta” per il mento pronunciato. e Gianpiero Marini detto “Pinna d’oro” per via dei piedi lunghi.

Scumagne che spesso nascono dalle caratteristiche fisiche dei personaggi come Francesco Agello detto il “Fantino dei cieli” per la sua statura, detentore del record mondiale di velocità su idrovolanti conquistato il 23 ottobre 1934 con un idrovolante MC72 a Desenzano, con 709,209 chilometri orari, record tuttora imbattuto. Lo stesso Agello era anche soprannominato “L’aquila di Lodi” per i suoi natali in detta provincia. Altri soprannomi che contrassegnarono la vita di questi personaggi derivavano invece dalle loro gesta. Per questo Agello fu definito “Infrangibile”, poiché superò incidenti romanzeschi, dimenticandosene un minuto dopo. Il giornalista Maner Lualdi sul “Corriere dell’Informazione” sottolineava “Ognuno di noi considerava Agello un raro, riuscitissimo incrocio tra il mammifero e il pennuto al quale il buon Dio avesse concesso tutte le virtù dell’eliotarso, il falco giocoliere dell’Africa che vola per divertirsi e per sbalordire, con le sue acrobazie, e anche i vantaggi dell’invulnerabilità”. Le scumagne fanno parte di storie e tradizioni popolari che stanno scomparendo, ma che nella bassa lodigiana qualcuno vorrebbe recuperare. C’erano “Cecu el magher”, “Bigat e Carlota” e “Pepu el biulcon” e tanti altri conosciuti di fatto solo con la loro “Scumagna” cioè il soprannome dialettale che portavano, a volte, da generazioni, “passandolo” da padre a figlio. Proprio per mantenere viva questa tradizione è nata una originale operazione di recupero della memoria e della storia del popolo contadino basso lodigiano. L’idea progettuale è venuta a Marco Rancati, ultimo affittuario della storica cascina San Rocco di Secugnago datata 1884. Rancati è un cultore della storia contadina ed ha pensato di raccogliere le pietre delle case un tempo abitate dai contadini ed ora abbattute inserendole in un arco della sala cucina della casa padronale che abita. Ogni pietra apparteneva ad una casa ormai scomparsa. Rancati ha poi chiesto al ricercatore storico-sociale Giacomo Bassi di Casalpusterlengo di mettere su ogni pietra il nome e la “scumagna” del “Paisan” che abitava in quella casa, facendo rivivere questi antichi richiami.
Gran cultore del dialetto, dei piatti gastronomici tipici di un tempo e delle scumagne è stato anche l’oste Carlo Livraghi di Casalpusterlengo, forse più noto con il soprannome generazionale di Masnantin (cioè mugnaio, professione dei suoi nonni) che, proprio all’ingresso della sua osteria, nella storica “Cuntrada di morti” (contrada dei morti, forse per l’esistenza di un antico cimitero, ora rione Sant’Antonio) ha fatto realizzare un autentico monumento alla scumagna con una serie di 45 piastrelle ceramiche con nome, cognome, ovviamente, soprannome, dei suoi avventori.
