“Fuori della finestra, un piccolo geco si era arrampicato sui vetri aderendovi con le zampette stellate. Il ventre palpitava come un pendolo vivo. Dava la caccia a un grillo fermo sul vetro, poco distante” Stanislao Nievo, scrittore, poeta e giornalista italiano.
Il geco è un piccolo rettile appartenente al sottordine dei sauri “Sauria”, un clade che comprende tutti i rettili moderni, anche gli uccelli, il loro ultimo antenato comune e tutti i suoi discendenti, è imparentato con la lucertola alla quale infatti un po’ assomiglia, ed è diffuso in tutte le parti del mondo a clima temperato. Ad oggi esistono circa 1.200 specie diverse di geco che, come detto, sono diffuse in tutti i paesi dal clima temperato, incluso il Mediterraneo, specialmente nelle fasce costiere, e che si sono adattate a più diversi habitat, dai deserti alle giungle, alle aree mediterranee. In Europa la specie di geco più diffusa è quella del “geco comune”. In Italia, come in gran parte dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, il geco più presente è il “geco dei muri mediterraneo”, detto anche “geco muraiolo” o “tarantola muraiola”, “Tarentola mauritanica”, così nominato nel 1758 da Carl Nilsson Linnaeus, medico, botanico e naturalista svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi. Il geco dei muri è un piccolo sauro che appartiene ai “Fillodattili”, i gechi fillodattili o “gechi con le dita a foglia”. La “tarentola mauritanica” è la specie di geco fisicamente più grande presente in Europa con una lunghezza totale intorno ai 16 centimetri. Il geco comune ha un corpo robusto, largo, con squame morbide e delicate, a volte un po’ grassottello, ma sempre piatto, e questo gli permette di infilarsi praticamente ovunque, anche nei pertugi più stretti. Vive nelle pietraie, nei muri a secco, nei cumuli di legna e anche negli edifici e nelle abitazioni, dove il geco non teme affatto la presenza dell’uomo o di altri animali. Il geco ha la testa larga, in proporzione più grande rispetto al corpo, e il muso appuntito con grandi occhi tondi privi di palpebre ma dotati di una membrana trasparente e protettiva, ha pupille strette e verticali che però al buio riempiono l’intero occhio; l’iride è grigia e la bocca ricorda un angolo ottuso. Il dorso e la coda del geco comune sono di colore grigio o bruno, colori che possono cambiare a seconda delle condizioni ambientali e della luce, consentendogli un buon mimetismo. Tutto il corpo del geco è ricoperto da varie file di tubercoli prominenti che gli conferiscono un aspetto spinoso, ruvido, che a molte persone crea un senso di fastidio e repulsione. La coda presenta delle bande più scure e quando si rigenera dopo essere stata persa per “autotomia” è invece priva dei tubercoli. L’autotomia è la capacità di alcuni animali di perdere spontaneamente una parte del corpo o di auto mutilarsi, ed è usata per liberarsi di arti incastrati o feriti e come strategia di sopravvivenza per sfuggire ai predatori, distraendoli con la parte staccata che continua a contrarsi e a muoversi. Questo meccanismo di difesa è regolato da riflessi automatici e trattandosi di parti non vitali che spesso sono in grado di ricrescere, non comporta la morte dell’animale. Nella tarantola mauritanica la determinazione del sesso in base alle caratteristiche estetiche esterne non è sempre possibile, ma in linea di massima gli esemplari maschi si riconoscono perché, rispetto alle femmine, hanno dimensioni maggiori e una testa più grande e massiccia, con un collo più largo; le femmine inoltre hanno artigli su tutte le dita dei piedi anche se poco visibili o nascosti. Una peculiare caratteristica del geco, unica nel mondo dei rettili, è che questo piccolo sauro possiede una voce e “parla” con un ampio repertorio di suoni, utilizzati per diversi scopi, come per respingere gli aggressori, durate il corteggiamento, per comunicare coi propri simili ma anche con individui di altre specie. In genere il geco maschio si rivolge alla femmina con brevi suoni ringhianti e richiami, con un massimo di undici ripetizioni consecutive, mentre la femmina risponde con un solo verso e solo durante la stagione riproduttiva.
“Ogni sera, appena s’accende la luce, il geco che abita sotto le foglie su quel muro, si sposta sul vetro, nel punto dove splende la lampadina, e resta immobile come lucertola al sole. Volano i moscerini anch’essi attratti dalla luce; il rettile, quando un moscerino gli capita a tiro, lo inghiotte” Italo Calvino, scrittore e poeta italiano.
Il geco comune è un animale notturno e crepuscolare, e anche piuttosto territoriale; lo si può osservare in prossimità di fonti di luce artificiale dove resta anche molto a lungo in attesa di prede attratte dalla luce, prede alle quali, una volta individuate, si avvicina lentamente per catturarle poi in un balzo. Spesso si possono osservare anche diversi individui nel giro di pochi metri l’uno dall’altro, se non addirittura più esemplari sotto la stessa luce, usata come riparo e punto di avvistamento preda. Il geco si nutre principalmente di insetti ditteri, zanzare, mosche, moscerini, e di lepidotteri, ma mangia anche ragni, scarafaggi, blatte e locuste. Per questa sua particolare dieta il geco rappresenta un prezioso alleato nel mantenere sotto controllo le popolazioni di insetti molesti o dannosi sia per l’uomo che per l’ambiente. Occasionalmente preda anche le formiche, alate o no, e piccoli invertebrati, talvolta non disdegna neppure un po’ di verdure e frutta. In inverno il geco si “vede” meno poiché, per proteggersi dal freddo e affrontare lo stato letargico, detto bruma, si rifugia in luoghi stretti e riparati, come fessure nei muri, cavità e cortecce degli alberi, scantinati, soffitte, tra i mobili di casa, sotto i pavimenti o vicino ai davanzali delle finestre; in questo periodo il geco sospende l’alimentazione e abbassa il metabolismo, risvegliandosi a primavera. Tuttavia, se le temperature sono miti, possono rimanere attivi.
“Già nel IV secolo a.C. Aristotele si meravigliava del fatto che il geco corresse verso l’alto o verso il basso di un albero, anche a testa in giù. L’aderenza di questa lucertola tropicale incuriosisce da molto tempo gli studiosi dei rettili. È dovuta alla presenza di ventose? Di una colla?” Jean-Michel Courty, insegnante, ricercatore e professore di fisica francese.

Il geco è un vero e proprio “climber” del mondo animale, è il re dell’arrampicata su parete grazie alle sue zampette che gli permettono di arrampicarsi su muri e vetri, e anche di camminare sui soffitti a testa in giù, sempre saldo e senza mai cadere. La capacità e la maestria nell’arrampicata e nell’adesione alle superfici dei gechi, che si muovono rapidi e sicuri come veri equilibristi su qualsiasi “terreno”, sono straordinarie, uniche, da sempre hanno affascinato e incuriosito, e da sempre sono state ampiamente e lungamente studiate da ricercatori e scienziati.
“La cosa più straordinaria sono le zampe, vere e proprie mani dalle dita morbide, tutte polpastrelli che premute contro il vetro vi aderiscono con le loro minuscole ventose: le cinque dita s’allargano come petali di fiorellini in un disegno infantile, e quando una zampa si muove, si raccolgono come un fiore che si chiude, per tornare poi a distendersi e a schiacciarsi contro il vetro, facendo apparire delle striature minutissime, simili a quelle delle impronte digitali. Insieme delicate e forti, queste mani paiono contenere un’intelligenza potenziale, tale che basterebbe esse potessero liberarsi dal compito di restare Ii appiccicate alla superficie verticale per acquistare le doti delle mani umane” Italo Calvino.
Questa eccezionale e sorprendente caratteristica del geco è dovuta alle sue speciali zampe, dotate di ampi e particolarissimi cuscinetti in grado di aderire ad ogni tipo di materiale, anche il più liscio. Questo avviene senza alcun tipo di secrezione adesiva, ma attraverso milioni di microscopici peli chiamati “setae” che ricoprono i polpastrelli, che terminano a loro volta con centinaia di “nanopeli” o “spatulae”. Il segreto di questa grande capacità adesiva sta in un particolare tipo di interazione elettromagnetica, la “forza di Van der Waals”, che avviene tra le due superfici che entrano in contatto, la zampetta del geco e ciò su cui questa si appoggia. La struttura del polpastrello del geco massimizza infatti l’area di contatto consentendo alle deboli attrazioni tra le molecole delle zampe e quelle della superficie di appoggio di cumularsi e sostenere così l’intero peso dell’animale, che può quindi camminare su pareti anche completamente lisce, su piani verticali e a testa in giù. Il geco in passato è stato oggetto di falsi miti e credenze che lo dicevano dannoso o addirittura velenoso per l’uomo, probabilmente a causa del suo aspetto un po’ preistorico e nel caso di alcune specie anche per il nome, come per la “tarentula muraiola”, che si associa facilmente alla tarantola, il ragno il cui morso è effettivamente pericoloso. Oggi invece la simbologia del geco, animale discreto, silenzioso e prezioso alleato dell’uomo grazie alla sua alimentazione, è positiva, e questo piccolo rettile è considerato praticamente ovunque un portatore di fortuna, protezione e prosperità. Il geco simboleggia la straordinaria capacità di addestramento alle avversità, l’attenzione dei dettagli e la saggezza nascosta. Per la sua capacità di autotomia, di lasciar cadere parte della coda in caso di attacco per poi farla ricrescere, è anche simbolo di rinascita e rigenerazione. Nei paesi asiatici, come la Thailandia e le Filippine, il geco è tradizionalmente considerato guardiano della casa contro le energie negative, e il suo “canto” è auspicio di felicità e lunga vita. Tra gli indigeni australiani e maori, e in genere in tutte le culture oceaniche, il geco è simbolo di adattabilità e incarna la capacità di superare e sopravvivere ad ogni avversità. Il geco, un rettile tenace e tranquillo, è “guardato” con timore e riverenza dagli aborigeni australiani che gli attribuiscono poteri soprannaturali. I gechi sono considerati anche un tramite tra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti, silenziose sentinelle del passato, e messaggeri dell’universo, che proteggono ed esortano a seguire senza paura il flusso degli eventi. Personalmente ho sempre amato il geco, ad ogni geco che entra nella mia casa viene dato un nome, e sono sempre stata affascinata dalla sua bellezza, in particolare dalla bellezza delle sue straordinarie zampette, che potrei stare ad ammirare all’infinito ogni qualvolta ho la possibilità di osservarle; così per me, potermi informare su questo “piccolo rettile maestro dell’arrampicata estrema che mangia le zanzare” e conoscere la sua vita, le sue abitudini e i segreti delle caratteristiche che lo rendono tanto unico nel mondo animale, è stato fantastico, oltre che molto interessante ed istruttivo. Dopo le mie ricerche, quindi, ammiro e “adoro” il geco ancora più di prima, e dal momento che non sono la sola a provare certi “sentimenti” per questo piccolo sauro, chiudo il mio articolo con queste belle e romantiche parole di Fabrizio Caramagna…
“Adoro i gechi. E non solo perché portano fortuna. Mi piacciono le ventose che li portano dovunque, la timidezza silenziosa, la tonalità sabbiosa, come se fossero creature provenienti da un deserto lontano e fiabesco” .
