Una automobile ha contribuito a farlo conoscere al grande pubblico dei lettori come cronista sportivo, una altra automobile, la sua, è stata la “culla” di quello che forse è il suo libro con più pathos ed infine, proprio in automobile, ha trovato la prematura tragica morte. Gianni Brera, grande giornalista sportivo e scrittore, ebbe un rapporto diretto e stretto, con l’automobile che lo aveva portato lungo le strade del Tour de France del 1949, seguito per la prima volta come inviato della Gazzetta dello Sport. Era il tour che aveva consacrato Fausto Coppi sugli altari internazionali del ciclismo ed aveva fatto determinato anche il successo professionale del cronista che, al suo ritorno, a neppure trent’anni, era stato promosso giovane ‘condirettore’ della testata. Al Tour aveva scritto di terribili salite, di sforzi sovrumani sui pedali per abbattere le pendenze inesorabili delle montagne francesi ma anche di auto. “L’ammiraglia è la centralina della squadra, da qui partono i comandi preziosi al corridore”, diceva Brera. Ma molto aveva scritto delle gesta del campionissimo Fausto Coppi, a cui l’univano idealmente le comuni originarie povere radici, oltre alla passione per la caccia e l’essere nati nello stesso anno, il 1919, e nello stesso mese, settembre, a una settimana esatta di distanza: Giôann l’8 e Faustéin il 15, a circa cinquanta chilometri di distanza. Ed anche in questo “rapporto” tra due grandi del mondo dello sport entra in gioco l’automobile. Un viaggio in macchina, lento, sulla via Emilia, tra Milano e Bologna, a non più di 80 chilometri all’ora, nell’inverno del 1958 che si trasforma in una biografia romanzata, forse uno dei più bei libri di Gianni Brera: “Coppi e il Diavolo” un racconto che segue le tappe della carriera del campione fin dall’infanzia, descrivendone l’ambiente famigliare, umano e sportivo, nel quale il corridore nato a Castellania, paese in provincia di Alessandria, cresce e si forma prima di diventare un mito del ciclismo mondiale. Giôannbrerafucarlo, come amava definirsi, fece salire Fausto Coppi a bordo della sua 1100, che aveva ribattezzato Fiordiligi, come la compagna di Brandimarte nei poemi dedicati al paladino Orlando di Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto e partì dalla sua casa di Milano, in via Cesariano alla volta di Bologna, dove i due dovevano presenziare ad un evento sportivo. Un viaggio di oltre 200 chilometri durato più di tre ore fatto per parlare ed ascoltarsi. L’Airone, soprannome inventato dal giornalista Orio Vergani, raccontò al Giôann la sua carriera, i suoi ricordi, le sue ambizioni. Sarà la base del libro, che si sviluppa non come un semplice riepilogo di corse e vittorie, ma la storia della vita di un uomo: le sue debolezze, i suoi trionfi e anche i suoi sbagli. La fatica, ma, al tempo stesso, la passione di pedalare per vincere il “Diavolo” che per Coppi è stata prima la bicicletta, poi il rivale ciclista Gino Bartali, ed a seguire, in un avvicendarsi sempre più problematico, l’amore passionale per la “Dama Bianca” Giulia Occhini, che fu la protagonista di una relazione sentimentale extraconiugale con il ciclista, che, in quel periodo storico, destò gran scandalo, per concludere la sua vita terrena con la malaria mortale.

Ed ancora l’automobile diventa protagonista dell’ultimo attimo di vita di Gioânnbrerafucarlo, come amava talvolta firmarsi, che certamente non avrebbe mai pensato di finire i suoi giorni terreni proprio su una strada di Codogno, anziché sulle rive del Po, di cui si dichiarava “figlio legittimo”, mentre guardava lo scorrere lento, ma ingannevole e traditore della sua corrente e la mente riandava alle interminabili partite a calcio sui sabbioni del grande fiume. Non avrebbe certo associato la sua dipartita proprio in quella bassa di nebbie ed umido, ma anche di brasati e di intingoli (La pucia) e di cacciagione, di rossi corposi e al tempo stesso briosi, importati del vicino Oltrepò, che evocano ricordi di miti come il Buttafuoco ed il drago Tarantasio o il cane a sei zampe dell’Eni dei pozzi di metano di Caviaga o di quelli di petrolio di Cortemaggiore o di lontane storie di catechesi come il Sangue di Giuda, tra il ragù d’oca ed un bicchiere di tosto e robusto barbera ad accompagnare il salame, rigorosamente tagliato a fette grosse almeno un dito. Era la notte del 19 dicembre del 1992, fra venerdì e sabato. Brera aveva trascorso la serata con gli amici al ristorante “Sole” di Maleo, poi, con il titolare si era fermato a fare quattro chiacchiere davanti al camino, fra ricordi e aneddoti di una vita. Alla fine, intorno alle tre, si mise in macchina con gli amici Vittorio Ronzoni e Pierangelo Mauri. Pochi minuti dopo, il tragico schianto: una Lancia Thema uscita da una discoteca, e condotta da un giovane, sbandò vistosamente e finì contro la loro auto che viaggiava in direzione opposta. Uno scontro violentissimo che non lasciò scampo a Brera e ai suoi amici. Brera se ne andò in un amen, come aveva sempre desiderato, per fuggire gli oltraggi dell’“orrida vecchiezza”.
