Gerolamo Spezia era nato a Vezzano Ligure il 21 giugno 1925. Aveva l’età dei sogni ancora acerbi, delle speranze appena affacciate alla vita, quando la guerra lo costrinse a diventare uomo prima del tempo. Lavorava all’Arsenale Militare Marittimo della Spezia come apprendista motorista: un mestiere fatto di fatica, precisione, mani sporche di ferro e d’olio, giornate scandite dal rumore dei motori e dal dovere silenzioso di chi impara a costruirsi il futuro. Ma l’8 settembre 1943 cambiò ogni cosa.

Gerolamo Spezia – Piero
L’Italia si spezzò, l’esercito si sbandò, le città caddero nella paura e sulle montagne cominciarono a salire uomini decisi a non piegarsi. Gerolamo non esitò. Lasciò il lavoro, lasciò la sicurezza fragile di una vita ancora possibile e scelse la strada più dura: quella della Resistenza. Assunse il nome di battaglia “Piero” ed entrò nelle prime formazioni partigiane operanti nell’entroterra spezzino, inquadrato nella brigata “Val di Vara” della colonna “Giustizia e Libertà”. Da quel momento la sua giovinezza prese il passo rapido e clandestino fame, freddo, paura trattenuta in gola, attese lunghe e improvvisi lampi d’azione. Partecipò a numerose operazioni di sabotaggio e, per il coraggio dimostrato, venne nominato capo squadra.
Il 18 settembre 1944 fu tra i protagonisti di una delle azioni più audaci. Un nucleo di partigiani di Piana Battolla, comandato da Daniele Bucchioni, ufficiale dell’esercito, detto “Dany”, attaccò nei pressi di Albiano Magra una colonna corazzata tedesca. Fu un’azione rapida, violenta, condotta con decisione. I colpi esplosero improvvisi lungo la strada, la colonna nemica fu colpita, subì gravi danni e, nella confusione, alcuni ostaggi riuscirono a fuggire. Per quei giovani combattenti fu una vittoria strappata con il coraggio e con il rischio, una di quelle azioni che davano respiro alla popolazione e dimostravano al nemico che la montagna non era domata.

Daniele Bucchioni – Dany
Ma l’autunno del 1944 portò con sé un dolore ancora più profondo. Gerolamo seppe che, per rappresaglia, la Brigata Nera aveva arrestato la fidanzata, la madre e il padre. Poi giunse la notizia più crudele: suo padre era stato fucilato in un sobborgo della Spezia. Da quel momento la guerra, per lui, non fu più soltanto lotta per la libertà della patria. Divenne anche una ferita personale, una frattura intima, un confronto diretto con l’ingiustizia e con il male. Quando, tra l’8 e il 10 ottobre 1944, i tedeschi scatenarono un massiccio rastrellamento nel territorio di Calice al Cornoviglio, Gerolamo Spezia si trovava al comando della sua squadra. I nazifascisti avanzavano con uomini, armi e mezzi superiori, decisi a schiacciare le formazioni partigiane della zona. Le montagne della Val di Vara, che fino a poco prima erano state rifugio e difesa, si trasformarono in un teatro di guerra.
Lo scontro più duro si accese nella zona di Rocchetta Vara, in località Montignola, sulla direttrice per Borseda. Lì il terreno era aspro, fatto di rocce, pendii, vegetazione fitta e passaggi stretti. Ogni pietra poteva diventare riparo, ogni curva del sentiero poteva nascondere la morte. I partigiani sapevano di essere inferiori per numero e armamento, ma sapevano anche che bisognava guadagnare tempo. Ogni minuto di resistenza poteva consentire ad altri compagni di sganciarsi, di mettersi in salvo, di non cadere nella morsa del rastrellamento.
Le colonne tedesche puntarono sul Calicese muovendo da quattro direttrici. I partigiani, ricorda “Dany”, diedero l’allarme: “Il segnale consisteva in brevi raffiche di mitragliatrice alternate da colpi singoli che, se ripetuto due volte a breve intervallo, significava pericolo imminente e grave per tutti e comportava, per i civili, l’abbandono degli abitati, l’occultamento del bestiame e dei beni”.In ogni casa era stato predisposto un rifugio: un’ampia buca scavata in cantina, nei fondi o nelle stalle. I tedeschi furono attaccati per primi a Borseda alle otto del mattino, e respinti: ebbero molte vittime. A mezzogiorno fiorì uno dei più bei garofani rossi della Resistenza spezzina e lunigianese: le donne di Borseda, “portavano minestra calda, pane e vino per i combattenti, incuranti del sibilo dei proiettili e degli scoppi delle artiglierie e dei mortai”. Si cementò con questo atto di amore il patto della libertà tra i partigiani giellisti e la loro gente.
Dopo una forte resistenza, “Dany” decise lo “sganciamento” dei partigiani, cioè il ripiegamento ordinato verso i boschi. A coprirli ci pensarono lui e Gerolamo Spezia “Piero” , che “sparavano come dannati”. Gerolamo, il comandante Daniele Bucchioni ed un gruppo di partigiani si appostarono tra le rocce. Il nemico saliva, avanzava, premeva. Le prime raffiche spezzarono il silenzio della montagna. Poi tutto divenne confusione: spari, urla, schegge, pietre colpite dai proiettili, fumo, odore acre di polvere da sparo. Il combattimento si fece subito violento. I nazifascisti tentavano di stringere la posizione, ma la resistenza dei partigiani li inchiodò per ore. Spezia era lì, con il suo Bren, deciso a non cedere. A un certo punto divenne chiaro che la posizione non poteva essere tenuta ancora a lungo. Bucchioni invitò Gerolamo a sganciarsi, a ripiegare, a cercare scampo finché era possibile. Ma “Piero” rifiutò. Non volle lasciare solo il suo comandante, non volle abbandonare quella linea estrema di difesa. Anzi, continuò a coprire il ripiegamento degli altri, come se la sua giovane vita potesse ancora farsi barriera fra il nemico e i compagni. Una scheggia lo colpì alla mano. Il dolore dovette essere lacerante, ma egli non si fermò. Strinse l’arma, riprese posizione, continuò a sparare le ultime raffiche. Il Bren crepitava tra le rocce, voce metallica di una volontà che non voleva arrendersi. Intorno a lui la montagna sembrava tremare sotto il fuoco nemico. Poi arrivarono i colpi decisivi. Gerolamo fu raggiunto al petto e alla testa. Cadde lì, nel pieno del combattimento, tra le pietre della Montignola, sulla strada che guarda verso Borseda, nel territorio di Rocchetta Vara. Aveva diciannove anni.
Prima di sganciarsi, Daniele Bucchioni compì un gesto di pietà e di rispetto. Collocò il corpo di Gerolamo fra le rocce, per sottrarlo all’ulteriore furia dei proiettili, quasi volesse affidarlo alla montagna stessa. Poi gli appuntò sul petto il suo nastrino tricolore. Fu un gesto silenzioso, compiuto nel momento più tragico, ma carico di significato: il riconoscimento di un sacrificio, l’ultimo saluto a un compagno che aveva scelto di restare. I tedeschi, vedendo quel segno sul petto del giovane caduto, credettero perfino di aver ucciso lo stesso comandante. Ma ad essere rimasto su quelle rocce era Gerolamo Spezia, “Piero”, il ragazzo di Vezzano Ligure che aveva lasciato l’Arsenale per salire in montagna, il partigiano che aveva combattuto per ore per proteggere i suoi compagni, il giovane ferito negli affetti più profondi; eppure, capace di trasformare il dolore in coraggio.
Bucchioni rese onore al giovane caduto. Dopo quel breve saluto, dopo quel commosso pensiero rivolto a un ragazzo che aveva appena sacrificato la propria vita, fu costretto ad allontanarsi. La battaglia non era finita, il rastrellamento continuava, e il pericolo di accerchiamento restava altissimo. Bisognava ricongiungersi con gli altri gruppi partigiani, attestati in una zona strategicamente più sicura, e ristabilire al più presto i collegamenti tra i vari gruppi di combattenti. Riuniti i suoi uomini, Bucchioni comprese che occorreva informare urgentemente il comandante del Primo Battaglione, Orazio Montefiori “Martini”, che si trovava sul Monte Cornoviglio. Gli ultimi avvenimenti dovevano essere comunicati senza indugio: la pressione tedesca, la violenza dello scontro, la caduta di Spezia, il rischio concreto che le formazioni partigiane venissero strette in una morsa senza possibilità di scampo.
Per quella missione fu scelto Vincenzo Selvaggio. Non era una scelta casuale. Selvaggio era ritenuto uno dei combattenti migliori, tra i più coraggiosi, pronti e scaltri. Conosceva i sentieri, sapeva muoversi in silenzio, sapeva valutare il pericolo. Ma sapeva anche che attraversare quella zona, in quelle ore, significava esporsi al fuoco nemico. Eppure, accettò il compito. Doveva raggiungere “Martini” sul Monte Cornoviglio, riferire quanto era accaduto e contribuire così a predisporre le misure necessarie per arginare l’avanzata dei tedeschi. Si mosse tra i sentieri ancora segnati dallo scontro, in un territorio ormai insidiato da pattuglie e reparti nemici. Ma durante il tragitto venne individuato dalle truppe tedesche. In località Prati di Borseda, frazione di Calice, una raffica di mitra lo colpì e lo fece cadere ferito. Prima che i compagni potessero raggiungerlo e soccorrerlo, furono i tedeschi ad arrivare su di lui. Lo interrogarono. Volevano sapere dove si trovassero nascosti gli altri partigiani, volevano strappargli con la paura e con la violenza ciò che non erano riusciti a ottenere con le armi: la via per colpire i suoi compagni.Ma Vincenzo Selvaggio, pur ferito e consapevole della sorte che lo attendeva, non tradì. La sua risposta fu netta, fiera, definitiva: «Mai! Mai! Uccidetemi, ma non parlo!» Furono parole semplici, ma immense. In esse c’era tutto il senso morale della Resistenza: la fedeltà ai compagni, il rifiuto del tradimento, la dignità dell’uomo libero anche davanti alla morte. I tedeschi lo finirono con un’altra raffica di mitra.
Così, nello stesso drammatico scenario della guerra partigiana, i nomi di Gerolamo Spezia e Vincenzo Selvaggio si unirono per sempre. Il primo cadde combattendo tra le rocce della Montignola, accanto al proprio comandante, opponendosi a un nemico enormemente superiore per numero, armi e mezzi; il secondo morì poco dopo, sulla via di una missione decisiva, custodendo con il silenzio la vita dei compagni e scegliendo il sacrificio piuttosto che il tradimento.
Per il suo eroismo, Gerolamo Spezia fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Vincenzo Selvaggio ricevette la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.

Le loro decorazioni non furono soltanto un riconoscimento militare. Furono, e restano, il segno di una grandezza morale che supera il tempo. In quei due giovani, nella loro scelta estrema, si riconosce il volto più alto della Resistenza: la fedeltà ai compagni, l’amore per la libertà, la dignità dell’uomo che non cede neppure quando tutto sembra perduto. Il nome di Gerolamo Spezia non appartiene soltanto a una lapide o a una pagina di storia. Appartiene alla memoria viva della Resistenza, a quella schiera di giovani che non cercarono gloria, non inseguirono ricompense, non ebbero il tempo di diventare adulti, ma seppero scegliere da che parte stare quando la scelta costava tutto. A Vezzano Ligure gli sono dedicate una scuola elementare, una lapide davanti alla scuola e una lapide in via Umberto I. A Rocchetta Vara, in località Montignola, lungo la direttrice per Borseda, un’altra lapide ricorda il luogo del suo sacrificio. Il suo nome compare anche, insieme a quello degli altri caduti di “Giustizia e Libertà”, nella lapide di marmo posta sul palazzo comunale della Spezia, in via Santorre di Santarosa. E accanto a lui rimane il nome di Vincenzo Selvaggio, il giovane staffetta caduto a Prati di Borseda, che davanti al nemico seppe opporre non soltanto il silenzio, ma una scelta assoluta di fedeltà. Anche lui consegnò alla storia non soltanto la propria morte, ma il senso più alto della propria vita.
Ancora oggi quei nomi parlano. Parlano della libertà come conquista e non come dono. Parlano del prezzo pagato da ragazzi poco più che adolescenti. Parlano di Gerolamo Spezia, “Piero”, che tra le rocce della Val di Vara rimase al suo posto fino all’ultimo. E parlano di Vincenzo Selvaggio, che pur ferito non rivelò nulla, perché vi sono momenti in cui il silenzio diventa più forte delle armi e la fedeltà più grande della paura.
