Sono una barca di sale
con gli occhi rivolti all’orizzonte.
Da lontano guardo Cuba
come una ferita,
non smette di sanguinare.
Le mie strade sono al buio,
rotte, come vene spezzate nella memoria.
Ho un coagulo in mezzo al crocevia
dove il tempo si arresta.
Un semaforo verde lascia passare
la nostalgia e il dolore,
attraverso con loro
la notte senza ritorno.
Ho dentro di me un’isola devastata
che mastica macerie e silenzi.
I ricordi frantumati tintinnano,
sono vetri nelle tasche.
Il dolore del popolo
mi cammina tra le viscere,
ogni passo è un tamburo sordo.
Ho tempeste nello stomaco
che non digerisce più il buio,
fulmini di assenza
mi attraversano le costole.
La mia isola mi lancia nell’impotenza
di remi galleggianti,
li afferro e subito diventano
ombre d’acqua.
Sono sull’andare e venire,
onda sulle onde
che strappano la mia speranza.
Ogni marea restituisce
frammenti di voce.
Quando scrivo la parola “Cuba”
potrei scrivere naufragio,
potrei scrivere ululato
che dipinge il silenzio,
scrivere cenere
dispersa nel respiro del mare.
Il dolore per la mia Cuba
mi spinge tra i fori
di un ricordo migratorio.
Lì abita una bambina
che raccoglie sole dalle rovine.
Quando penso alla parola radici
potrei lasciarla andare in una bottiglia,
nuda tra i maleodoranti gabbiani
che beccano i resti del sogno.
Potrei annunciare che resto affogata
aprendo la bocca all’oblio,
che brucio
in questo dolore di sprofondamento.






Un paese dentro il buio, dove gli anziani muoiono di fame. I bambini non nascono e quei pochi che nascono sono a rischio. Un paese con un’alta mortalità infantile e basso tasso di natalità, dove i genitori hanno lasciato i figli con i nonni per emigrare, molti giovani non fanno figli, e quasi tutti vogliono scappare, un paese corrotto, con un forte mercato nero. Un paese dove un neurochirurgo che estirpa tumori nel cervello, deve andare in un bicitaxi, pedalando perché lo stipendio che prende gli basta per mangiare neanche una settimana. Dove i dottori lasciano il lavoro e si mettono a vendere dolci. Dove gli alimenti non riescono a conservarsi perché non c’è elettricità. Mio padre è morto e mio fratello è stato tutto il giorno a cercare un carro per portarlo nel cimitero ed era il 2024. Già Cuba stava attraversando un forte degrado e una forte crisi. Ora è tutto peggiorato ancora. I letti in ospedale al posto delle gambe hanno i mattoni per stare su, le lenzuola pulite le devi portare a casa se vieni ricoverato. I guanti devi comprarli al mercato nero per venire operato, anche in urgenza, e anche filo ago e anestetici. Le farmacie hanno gli scaffali vuoti. Le persone che hanno famigliari fuori da Cuba si fanno inviare i medicinali, poi li vendono a prezzi altissimi.
