Ci sono lezioni che arrivano quando siamo bambini e ci accompagnano per tutta la vita. Io ero una bambina di città, ma ogni estate trascorrevo due mesi a casa di mia nonna, a Meneses nella campagna cubana. Per me era un mondo completamente diverso: i ritmi lenti, il profumo della terra dopo la pioggia, le serate sotto la zanzariera e le giornate passate all’aperto.
Lì avevo trovato una compagna di giochi, ma io ero “la bambina di città”, “quella diversa”. Quella che parlava in modo diverso, che aveva abitudini diverse, che apparteneva a un altro mondo. All’inizio sembrava felice della mia compagnia. Mi cercava, mi coinvolgeva nei giochi, mi trattava con affetto, poi qualcosa cambiò. Cominciò a escludermi, a preferire un’altra bambina, a parlare male di me. Un giorno arrivò persino a definirmi egoista e io ricordo ancora il dolore di quelle parole.
Quella sera non volli nemmeno cenare, mi rifugiai sotto la zanzariera e piansi in silenzio. Mi sentivo ferita e confusa e non riuscivo a capire come una persona che fino a poco prima cercava la mia amicizia potesse vedermi in quel modo. Mia nonna si accorse subito che qualcosa non andava. Si sedette accanto a me e mi lasciò piangere senza interrompermi. Quando finalmente riuscii a parlare, le raccontai tutto.
«Dice che sono egoista.»
Mia nonna rimase in silenzio per qualche istante. «E tu cosa pensi?»
«Non lo so… Forse ha ragione.»
Lei scosse dolcemente la testa. «No, piccola. Il problema è che spesso le persone non vedono chi siamo davvero.»
«Perché?»
«Perché è più facile costruirsi un’idea degli altri che conoscerli veramente.»
Non aggiunse altro per qualche minuto. Poi mi disse una frase che non ho più dimenticato: «Non lasciare che siano i giudizi degli altri a raccontarti chi sei.»
Con il tempo ho capito quanto fosse profonda quella lezione. Tutti abbiamo fatto esperienza di essere visti per meno di quello che siamo. Di essere ridotti a un’etichetta, a un’impressione, a una caricatura. Le nostre qualità passano inosservate, mentre ci vengono attribuiti difetti che non possediamo. È un’esperienza sgradevole che genera dubbi, insicurezza e risentimento. Forse accade perché siamo tutti un po’ pigri. Conoscere davvero una persona richiede attenzione, tempo e curiosità. È molto più semplice catalogare gli altri e trattarli come un’abbreviazione mentale. Tutto ciò che è complesso, inatteso e originale viene spesso ignorato. Anche per questo la gentilezza è così importante, ma non tutta la gentilezza è autentica.
Ci sono persone gentili solo quando hanno bisogno di qualcosa. Esistono favori fatti per senso di colpa, disponibilità che cercano approvazione, sorrisi che nascondono risentimento. Esiste una cortesia interessata che assomiglia alla bontà senza esserlo davvero. La vera gentilezza è un’altra cosa e, soprattutto, non cerca ricompense e non è una strategia, nemmeno uno scambio. Forse per questo, quando penso a mia nonna, non ricordo soltanto il conforto che mi diede quella sera. Ricordo soprattutto la lezione che cercò di insegnarmi: non lasciare che l’amarezza ti renda simile a chi ti ha ferito, prova a essere un po’ più gentile.
La gentilezza che cura le ferite: ricordo d’infanzia a Cuba
