ultima parte
Il 23 giugno 1999 viene firmato l’accordo transattivo finale fra la Montedison (che, ricordiamo, aveva rilevato la SADE dopo l’assorbimento di quest’ultima da parte dell’Enel) e il comune di Longarone. È l’ultima propaggine del procedimento civile relativo al disastro del 1963. Il caso Vajont è chiuso.
Ma è davvero possibile considerarlo tale? La risposta è semplice. Quando le domande che hanno avuto una risposta non possono superare, in importanza, quelle rimaste ancora senza, un caso non si può considerare chiuso. E non lo sarà mai. Almeno da un punto di vista etico.
Troppi soggetti (persone, aziende e istituzioni) non hanno pagato alcun prezzo, e i pochi che lo hanno fatto non hanno pagato abbastanza. Le dinamiche sono state ricostruite minuziosamente e quantificate con una precisione quasi irreale, tale da far sembrare che qualcuno avesse assistito a tutto, e rilevato ogni singolo dato dal vivo. Nonostante questo, a distanza di 60 anni, nessuna ricostruzione, digitale o no, riesce a colmare l’attonimento per un disastro la cui dimensione sfugge ad ogni capacità di immaginazione e di comprensione, come ho già avuto modo di dire.
Le voci dei protagonisti hanno prodotto solo rumore bianco — strenui quanto sfacciati deliri di autodifesa — quando sono state chiamate a rispondere alle domande più importanti e più semplici di tutte: perché non vi siete fermati? Oppure: perché non avete evacuato la zona quando era ancora possibile? Perché, perché e ancora perché. Non c’è pace per la coscienza di chi affronta il Vajont. La sua immanenza si insinua nell’anima, ne prende velocemente il controllo, mano a mano che si procede con l’immersione nei meandri della sua drammatica storia, fino quasi a farti sentire colpevole d’impotenza. Si smette di raccontare la tragedia, e si comincia a fare i conti con essa, che sono due cose completamente diverse. O almeno, questo è ciò che è successo a me.
Prima di visitare la diga e i luoghi del disastro, il mio interesse per il Vajont si poteva definire come un appassionato bisogno civico di conoscenza. Dopo aver camminato sulla diga ed essermi completamente perso, in tutta la mia minuscola essenza, nella vastità di ciò che mi circondava, la mia è diventata un’ossessione. La stesura di questo reportage ha rappresentato una sorta di valvola di depressurizzazione. Il livello di conoscenza che è stato necessario acquisire per portare il lavoro a compimento, è il mio umile contributo alla memoria dei fatti e di chi, la sera del 9 ottobre del 1963, ha perso la vita in una frazione di secondo, senza rendersene neanche conto.
Dopo il Vajont si pensava che disastri di questo tipo non sarebbero mai più capitati. E invece non passa autunno in cui fenomeni piovosi molto intensi non provochino smottamenti, frane, allagamenti. Tra gennaio e febbraio del 2026, a Niscemi, una striscia di terreno lunga circa 4 chilometri è franata per 55 metri, causando danni catastrofici a proprietà ed infrastrutture nel territorio comunale e l’evacuazione definitiva di centinaia di famiglie dalle loro abitazioni. Nonostante significativi eventi di dissesto fossero stati registrati già nel 1997 e nei secoli scorsi, non si è fatto niente per evitare il disastro, che puntualmente si è verificato, e solo miracolosamente non ha causato né morti né feriti. E come dimenticare il ponte Morandi? Il 14 agosto del 2018 la struttura interna del ponte — degradata da decenni di inadeguata manutenzione — ha ceduto sotto l’azione di un fortissimo temporale, e nello spazio di pochi secondi circa 250 metri di carreggiata si sono disintegrati al suolo dopo una caduta di 45 metri, inghiottendo le vite di “sole” 43 persone. Se a collassare fosse stato uno dei tratti che passavano sopra il centro abitato, il bilancio delle vittime sarebbe stato molto più alto.
Sebbene, infatti, gli episodi citati siano caratterizzati da specificità ben precise, le similitudini tra loro e il Vajont sono raggelanti. E questo perché c’è una cosa che li accomuna tutti (anche altri che, forzatamente, abbiamo dovuto trascurare): vale a dire il letale mix di incuria, approssimazione e sfrenata corsa alla speculazione che caratterizza, da molti decenni, l’azione prevaricatrice dell’uomo sull’ambiente. La storia, come le onde del mare che si infrangono sulla spiaggia, uguali, ma diverse l’una dall’altra, si ripete. E si ripeterà ancora, prima o poi, da qualche altra parte nel mondo, molto probabilmente in zone sottosviluppate o in via di sviluppo.
Perché l’uso dei combustibili fossili sta letteralmente uccidendo il pianeta, ma si continua ad estrarre senza sosta. Si continua a deforestare. Si continua a sporcare. Si continua a costruire, invece che demolire. Si continua a parlare, invece di agire. E, in modo più o meno eclatante, diretto o indiretto, come fosse un corollario di sistema o una sorta di effetto collaterale accettabile di natura bellica, si continua a morire.
Non è mia intenzione trasformare questa ultima parte del reportage in un manifesto ecologista, ma una riflessione profonda sul disastro del Vajont porta necessariamente ad una sua attualizzazione, e al confronto con questo tipo di tematiche. Ora, una rivoluzione “verde” dal basso che sovverta il sistema vigente, appare quantomeno improbabile. Più plausibile, invece, è l’avvento di uno o più disastri ambientali talmente catastrofici tali da imporre un cambiamento drastico ed immediato a chi ha il potere di farlo. È necessario vigilare e trovare una narrazione in grado di convincere che l’abbandono di alcune pratiche porti ad un arricchimento, invece che un impoverimento del nostro stile di vita. Questo è il compito di scienziati e intellettuali.
Il nostro, invece, è quello di non dimenticare.
