quarta e ultima parte
– 10 gennaio1963 –
Relazione dell’assistente governativo Bertolissi: “I diagrammi relativi agli spostamenti dei punti sotto osservazione nella zona del Toc indicano che la velocità di abbassamento è aumentata nettamente, rispetto ai mesi di ottobre e precedenti: secondo il sottoscritto, i movimenti si stanno avvicinando alla criticità”.
– 14 marzo 1963 –
Decreto Presidente della Repubblica per il trasferimento della SADE all’ENEL.
– 16 marzo 1963 –
Viene nominato amministratore provvisorio della ENEL-SADE il professor Feliciano Benvenuti, di professione consulente economico del gruppo degli Industriali Veneziani, di cui è presidente Valeri Manera, consigliere della SADE. Viene deciso di mantenere la struttura organica del personale precedente fino a quando non ne fosse sopravvenuta una nuova. Ai vertici due direttori, ingegneri Vittore Antonelli e Roberto Marin; vicedirettore generale per il ramo tecnico amministrativo Alberico Biadene, che è anche direttore dell’azienda di produzione e del servizio costruzioni idrauliche.
– 16 marzo 1963 –
Il Consiglio comunale di Erto Casso delibera l’acquisizione della scuola elementare di Pineda, costruita dalla SADE e donata al Comune.
– 20 marzo 1963 –
L’ENEL-SADE fa richiesta di un ulteriore invaso fino a quota 715, 15 metri oltre la quota di sicurezza indicata da Ghetti. La Commissione Ministeriale commenta: “E’ di questo periodo la decisione di non proseguire nella lodevole attività esplicata con esperimenti su modello idraulico al Centro di Nove, nonostante che il prof. Ghetti, nel concludere la sua relazione, sottolineasse l’opportunità di estendere le prove a valle della diga per avere certe indicazioni sulla possibilità di consentire anche maggiori invasi del serbatoio (…) senza pericolo di danni. La grande messe di dati raccolti con encomiabile diligenza e capacità dal personale della SADE sul bacino, non risulta essere stata oggetto di ulteriori esami ed elaborazioni”.
– 30 marzo 1963 –
Il servizio Dighe autorizza quota 715 senza un parere scritto della Commissione di collaudo, che non si è più riunita.
– 11 aprile 1963 –
Inizia il terzo ed ultimo invaso.
– 1° luglio 1963 –
Il Sindaco di Erto Casso, rassicurato dalla donazione della scuola, revoca l’ordinanza del 22.6.1962, ripristinando il libero accesso al bacino. La SADE e l’ENEL avvisano la Prefettura di Udine dello “stato di pericolo nella zona del Vajont” e “richiamano la responsabilità” del sindaco di Erto. In realtà, la strada di circonvallazione, posta sullo stesso lato della scuola, è già fuori asse di mezzo metro, a due anni dall’inizio dei lavori di costruzione. Il sindaco ripristina la vecchia ordinanza ed il divieto di accesso.
– 22 luglio 1963 –
Il sindaco di Erto telegrafa alla Prefettura di Udine e all’ENEL di Venezia, richiedendo provvedimenti urgenti e segnalando i pericoli “per inspiegabili acque torbide lago, continui boati et tremiti terreno comunale”. Non ottiene risposta.
– 27 luglio 1963 –
Verbale relativo alla presa in consegna dell’impresa elettrica SADE da parte dell’ENEL. Per quanto riguarda il bacino del Vajont, nell’allegato A, foglio 9, è scritto che il bacino è in esercizio, alimentatore della centrale del Colomber, anch’essa in esercizio.
– 1° settembre 1963 –
La quota dell’acqua raggiunge m. 709,40. A questo livello, con piccole oscillazioni fino a m 710, l’acqua resterà fino al 26 settembre, quando inizierà l’ultimo svaso.
– 2 settembre 1963 –
Scossa tellurica. Da questa data, ed ininterrottamente fino al 9 ottobre, tutti i capisaldi sul versante sinistro subiscono un continuo aumento di velocità: il 2 6,5 mm, il 15 settembre 12 mm, il 26 22 mm, il 2 ed il 3 ottobre 40 mm, fino ai 200 mm del 9 ottobre.
– 2 settembre 1963 –
Lettera del Sindaco di Erto Casso all’ENEL SADE: “Richiamato il mio precedente telegramma del luglio u.s., rimasto, tra l’altro senza risposta (…); constatato che le popolazioni di Erto e Casso stanno vivendo in continua apprensione ed in continuo allarme; considerato anche che altri queste cose minimizzano, ma che per la gente di Erto comportano, la sicurezza, la vita e gli averi, questa amministrazione fa nuovamente presente le proprie preoccupazioni per la sicurezza della popolazione e del paese e i propri dubbi sulla stabilità delle sponde del lago di Erto, e, pertanto, esige da codesto spettabile Ente la sicurezza e la certezza che il paese non vivrà nell’incubo” e diffida pertanto la ENEL SADE a “togliere dal Comune la causa dello stato di pericolo pubblico, a mettere la popolazione di Erto in stato di tranquillità e sicurezza e solo dopo rimettere in attività il bacino”. La lettera viene inviata per conoscenza anche al Ministero dei Lavori Pubblici, al Genio Civile ed alla Prefettura di Udine. Negli archivi del Ministero di tale lettera non c’è traccia.
– 4 settembre 1963 –
L’acqua raggiunge quota 710: non salirà più oltre questa soglia.
– 12 settembre 1963 –
Biadene risponde alla lettera del Sindaco di Erto, parlando di “affermazioni piuttosto azzardate”, richiamandosi, per tranquillizzare gli ertani, agli studi geologici “eseguiti a suo tempo dal compianto prof. G. Dal Piaz”.
– 15 settembre 1963 –
Sul Toc si apre una nuova fessura; si notano inclinazioni degli alberi, avvallamenti della strada di circonvallazione e l’accentuarsi della lunga fessurazione a forma di M che attraversa la montagna.
– 18 settembre 1963 –
Riunione alla diga tra Biadene, Mario Pancini, altri tecnici ENEL SADE e i consulenti Caloi ed Oberti: Biadene rinuncia a raggiungere i 715 metri e si riserva di decidere lo svaso, qualora la situazione peggiori.
– 26 settembre 1963 –
Biadene decide di iniziare l’opera di svaso.
– 27 settembre 1963 –
Inizia lo svaso.
– 30 settembre 1963 –
Mario Pancini, direttore del cantiere, in partenza per le ferie, informa personalmente la sede di Roma della ENEL SADE della situazione e dell’inizio dello svaso. Prega l’ingegner Baroncini, direttore centrale delle costruzioni idrauliche ENEL, di convincere il professor Penta a fare un nuovo urgente sopralluogo.
– 1° ottobre 1963 –
Pancini parte per l’America. Al cantiere lo sostituisce l’ingegner Beniamino Caruso, direttore dei lavori del medio Piave. Caruso non riceve nessuna consegna da Pancini. Contemporaneamente il geometra Rittmeyer, dipendente SADE presso la diga ma con trasferimento accordato a Venezia, si vede revocare detto trasferimento e riceve disposizione di rimanere sul posto: una decisione che segnerà tragicamente il suo destino.
– 2 ottobre 196. Biadene si reca personalmente a Roma alla sede ENEL SADE e discute della frana con l’ingegner Baroncini: lo prega di insistere presso Penta perché si rechi alla diga. Caruso si reca sulla diga e, accertati nuovi movimenti dei capisaldi e altre recenti fenditure, si rivolge al Genio Civile. Lo fa due giorni dopo e senza rivolgersi al responsabile, Violin, né a nessun altro in modo formale.
– 5 ottobre 1963 –
Relazione di Caloi, in cui si parla di una frana avvenuta il 10 agosto 1963 alle ore 4 e 45. Non se ne conosce l’entità né l’ubicazione.
– 6 ottobre 1963 –
La strada che costeggia il lago a sinistra è quasi intransitabile per le continue crepe che si aprono nel manto stradale.
– 7 ottobre 1963 –
Caruso torna alla diga e avverte Biadene del peggioramento della situazione; il Genio Civile dispone un sopralluogo dell’Assistente governativo. Alcuni operai trovano in una zona boscosa del lato sinistro del monte Toc due fessure larghe un metro e lunghe circa dieci; durante la giornata se ne aprono altre; rotolano sassi, si sentono crepitii provenienti dalle viscere del monte.
– 7 ottobre 1963 –
In serata viene dato ordine di far sgomberare il Toc, con esclusione delle frazioni Pineda, Liron, Prada.
– 8 ottobre 1963 – A 48 ore dal disastro
Ore 10,30. Biadene e Caruso si recano alla diga e verificano l’ulteriore peggioramento della situazione. Caruso si reca da Violin al Genio Civile di Belluno, che a sua volta invita l’assistente governativo Bertolissi a recarsi presso la diga. Caruso lo prega di “non spargere voi allarmistiche”. Violin chiede una relazione scritta.
Ore 12,00. Biadene telefona alla sede di Venezia della ENEL SADE, perché si invii un telegramma al Sindaco di Erto Casso, affinché emetta ordinanza di sgombero della zona del Toc e stabilisca il divieto d’accesso alle sponde del bacino, nonché il transito delle strade nella sponda sinistra del Vajont. L’ordinanza viene emessa.
Ore 15.30. Bertolissi si reca alla diga e redige un rapporto che sottolinea “la gravità della situazione per cui si attendono istruzioni da codesto Servizio Dighe”. Consegnato all’ingegnere capo del Genio Civile, Almo Violin, la mattina del 9, il rapporto viene spedito a Roma nel pomeriggio per posta ordinaria. Biadene telefona anche alla sede di Roma della ENEL SADE, pregando Baroncini di convincere Penta e la Commissione di Collaudo di fare un nuovo sopralluogo. Penta accetta di inviare un proprio assistente, professor Esu, venerdì 11. I carabinieri fanno sgomberare alcuni abitati sotto quota 730.
– 9 ottobre 1963 – Il giorno del disastro
Mattina. I movimenti della frana fanno sì che il canale di scarico dell’invaso sia ostruito. Biadene scrive a Pancini, chiedendogli di rientrare dalle ferie: “… in questi giorni le velocità di traslazione della frana sono decisamente aumentate (…). Le fessure del terreno, gli avvallamenti sulla strada, l’evidente inclinazione degli alberi sulla costa che sovrasta La Pozza, l’aprirsi della grande fessura che delimita la zona franosa, il muoversi dei punti anche verso la Pineda che finora erano rimasti fermi, fanno pensare al peggio. Ieri abbiamo telegrafato al Sindaco di Erto e alla Prefettura di Udine, chiedendo che sia ripristinata l’ordinanza di divieto di transito sulla strada; intanto il serbatoio sta calando 1 metro al giorno e questa mattina dovrebbe essere a quota 700. Penso di raggiungere quota 695 sempre allo scopo di creare una fascia di sicurezza per le ondate (…). Mi dispiace darle tante cattive notizie e di doverla far rientrare anzitempo… (…). Che Iddio ce la mandi buona”.
Ore 12:00. Durante la pausa pranzo alcuni operai ENEL fermi sul coronamento della diga vedono ad occhio nudo il movimento della montagna.
Ore 13:00. Dietro le baracche degli operai in sponda sinistra, si apre una crepa larga 50 centimetri e lunga 5 metri. Dopo tre ore la crepa ha progredito di 40-50 centimetri.
Ore 15-16. Un operaio, attraversando la zona del Massalezza a una quota superiore alla strada vede alberi cadere e sollevare grandi zolle di terra con le radici fuoriuscite dal terreno.
Ore 17:00. Caruso riceve da Venezia le direttive di avvertire il Comando dei Carabinieri per disporre il blocco del traffico stradale nella zona di pericolo.
Ore 17:50. Biadene telefona a Penta, che lo rincuora: “mi raccomanda la calma e di non medicarci la testa prima di essercela rotta”. E’ in quella telefonata che Biadene, per la prima volta, informa Penta degli esperimenti su modello del CIM e sulla presunta quota 700 come quota di sicurezza. Subito dopo Batini telefona a Biadene, che gli conferma il procedere dello svaso, “compatibilmente all’esercizio di Soverzene”, messo abusivamente in funzione per produrre energia elettrica con l’acqua dello svaso.
Ore 20:00. I camion non sono più in grado di transitare sulla strada in sponda sinistra. La strada per il Toc viene sbarrata dalla SADE. Caruso incontra al Caffè Deon di Belluno il comandante dei Carabinieri e gli spiega la necessità del provvedimento di chiusura della statale di Alemagna, prima e dopo Longarone. Il comandante telefona da un bar alla Caserma di Cortina d’Ampezzo e dà l’ordine, che viene trasmesso al maresciallo di Longarone.
Ore 22:00. Rittmeyer telefona a Biadene, a Venezia, per comunicare la sua estrema preoccupazione, dato che la montagna ha cominciato a cedere visibilmente. E’ preoccupato altresì per la frazione di Erto delle Spesse, a quota 729. Una telefonista di Longarone sente il colloquio, si intromette per chiedere se non ci sia pericolo anche per Longarone. Biadene la tranquillizza ma consiglia Rittmeyer di “dormire con un occhio solo”. Altre versioni sostengono che la telefonata nella quale si inserisce la centralinista è un’altra, per l’esattezza quella del telefonista dell’ufficio SADE di Longarone che chiede di mettersi in contatto con la fabbrica Mec Marmi, per informarli che non era escluso che durante la notte, a causa di qualche franamento, dell’acqua potesse fuoriuscire dalla diga e preoccupare gli operai della fabbrica.
Ore 22.39. La frana si stacca.
Abbiamo già visto cosa succede nei pochi minuti successivi.
L’unica opera umana che resiste al disastro, senza riportare alcun danno strutturale, è proprio la grande diga del Vajont, ideata, progettata e — si può dire senza tema di smentita — voluta ad ogni costo dall’ingegner Carlo Semenza (con l’avallo incondizionato della SADE e di tutti i suoi collaboratori).
– 11 ottobre 1963 –
Sull’onda dell’enorme impatto emotivo causato dalla dimensione e dalla dinamica del disastro, la politica si muove subito. Viene nominata la Commissione di inchiesta sulla sciagura del Vajont, per espressa volontà del Ministro ai Lavori Pubblici, di comune accordo con il presidente del Consiglio. Insediata il 14 ottobre, alla Commissione vengono concessi due mesi di tempo per presentare la relazione. Il suo compito è quello di “accertare (…) le cause, prossime e remote, determinanti la catastrofe”. La Commissione consegnerà la relazione in 90 giorni.
– 7 novembre 1963 –
Ultima relazione senza senso della Commissione di Collaudo. Con una cinica dichiarazione a metà fra il grottesco e il raccapricciante, la Commissione definisce concluso il suo mandato perché “la prosecuzione delle operazioni di collaudo” della diga è impossibile, ancorché inutile, visto che al posto dell’invaso c’è una landa desolata fatta di fango, roccia e vegetazione divelta.
– 20 febbraio 1968 –
Con il deposito dell’istruttoria e la richiesta a procedere da parte del giudice istruttore Mario Fabbri, inizia l’iter processuale penale che abbiamo già visto nel dettaglio. In primo grado, oltre alle richieste di condanna per gli imputati, il PM chiede anche che venganon dichiarati responsabili civili:
La Montedison (che aveva assorbito la SADE)
L’ENEL (nella persona del presidente Vito Di Cagno)
Il Ministero dei Lavori Pubblici (nella persona del ministro in carica)
Come con le richieste penali, anche quelle civili vengono in gran parte disattese, soprattutto per quanto il ministro in carica all’epoca dei fatti, il cui coinvolgimento non viene riconosciuto. Nonostante questo, un processo civile c’è stato, per quanto lunghissimo e, anche qui, ampiamente controverso. Vediamolo brevemente.
– 1975 –
La Corte d’appello dell’Aquila rigetta la richiesta del comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando viceversa l’ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannandole stesse pubbliche amministrazioni a pagare le spese processuali alla Montedison. Viene altresì deciso che vengano compensate le spese tra il comune di Longarone e la Montedison.
– 1982 –
La Corte d’appello di Firenze, ribaltando la precedente sentenza della Corte d’appello dell’Aquila, condanna in solido l’ENEL e la Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la sola Montedison per i danni subiti dal Comune di Longarone, riservandosi di quantificare in altra sede l’ammontare dei danni stessi e la loro ripartizione fra i responsabili civili.
– 1986 –
La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso intentato dalla Montedison alla sentenza del 1982.
– 1997 –
Il tribunale civile e penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal Comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra patrimoniali e morali, oltre a Lire 526.546.800 per spese di lite ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. In questo stesso anno la Corte suprema di cassazione, rigetta il ricorso dell’ENEL nei confronti del comune di Erto e Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l’ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale civile e penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologistico.
Fonte della cronologia: Fondazione Vajont
