Di Giuseppe Novello si ricorda prima di tutto la vena di caricaturista graffiante, ma non crudele, tutta tesa alla rappresentazione della piccola borghesia di campagna, con i suoi atteggiamenti i tic, le manie, i piccoli vizi e difetti quotidiani con i gustosi ritratti di figure tipiche dell’epoca: il notaio, l’avvocato, il farmacista, il vecchio garibaldino, la serva padrona, il tenore sfiatato, il figlio ripetente, lo zio sordo. Vignette con quell’inconfondibile tratto sottile, come sottile era l’ironia che l’avrebbe reso famoso, ma che non risparmiava neppure a sé stesso. Quando qualcuno lo chiamava «maestro» rispondeva buttandola in ridere: «Macché maestro, bidello!».

Raffinato umorista, parlando della sua vecchiaia diceva «Sono nato il sette del sette del novantasette. Sono il primo a meravigliarmi di essere ancora vivo. Faccio le mostre così la gente dice: “Ma come, è ancora vivo?” Le mostre, del resto, sono un poco come i funerali, tutti quelli che ci vanno si sentono in obbligo di parlare bene del protagonista». Celebre la storiella che raccontava di quando a Codogno: “Veniva per casa la vedova di un falegname. Per farle un piacere, le chiesi una foto del morto e ne ricavai un ritratto. A opera finita, chiamai la vedova. Mi aspettavo gratitudine, commozione. Mi disse: ‘Bel el quader. Ma, sciur, g’ho urgensa de un par de mutand’. Da allora, non ho più puntato all’immortalità”. Forse si inalberò una sola volta nella vita. Nel ’55 gli fu assegnato il «Cuore d’oro», un premio a personalità ‘la cui opera fosse ispirata da sentimenti di bontà e fratellanza’. Lui replicò “Non mi riesce di portare con disinvoltura questa strana aureola che mi hanno inchiodato sul capo, come a una figurina del presepio e di accettare, alla mia età, questo attestato che richiama a dolci consuetudini di collegi femminili”. Collaborò con la Stampa, con “Fuorisacco“, supplemento satirico della Gazzetta del Popolo.

Negli anni ’30, con Mondadori, fece uscire due raccolte di vignette, “Il signore di buona famiglia” e “Che cosa dirà la gente”, tutte tese alla rappresentazione della piccola borghesia di campagna, con i piccoli vizi e difetti quotidiani. Celebri i gustosi ritratti di figure tipiche dell’epoca come la ragazza da marito, il ragioniere in cerca di dote, il bambino prodigio. Ma Giuseppe Novello fu anche e soprattutto pittore e le sue tele, dipinte tra il 1923 e l’anno della morte (1988), portano in luce l’intimismo vaporoso e casalingo dell’artista. Sugli altri soggetti dominano infatti gli interni: letti disfatti, un indumento caduto e dimenticato per terra, il soggiorno a mezza luce pieno di soprammobili di dubbio gusto.

E poi tante vedute bassaiole: con il sole, la nebbia, le nuvole della verde campagna paesana. Una validissima interpretazione del mondo provinciale da parte di un grande artista, autentico vanto per Codogno, che di questo mondo era parte integrante. Quanta nostalgia per il caratteristico manifesto-simbolo della Fiera di Codogno, dipinto da quel grande artista codognese che fu Giuseppe Novello: la torre campanaria, due mucche e l’allevatore di spalle col mantello. Ed il manifesto, che fino a qualche anno fa annunciava l’evento fieristico, ha in sé tutto il delicato umorismo tra l’ingenuo ed il malizioso tipico del disegnatore codognese, un tratto semplice per “raccontare con l’immagine” la storia stessa di questo importante appuntamento agricolo per l’intero territorio lodigiano.
Forse se non l’avesse inventato Giuseppe Novello avrebbe potuto tratteggiarlo Guareschi in persona.
