La morte si è affacciata
su un abisso opaco,
come un vetro senza sguardo.
Ha tremato
davanti a ciò che non comprende.
Sotto di lei il vuoto
ha aperto la sua gola di cemento,
e ha inghiottito senza rumore
un uomo.
Non c’è linguaggio
che regga il ferro spezzato del reale,
né parola che possa trattenere
ciò che cede.
Le frasi si incrinano
come muri dopo la scossa,
inermi davanti al punto esatto
in cui il mondo smette di tenere.
E resta sterile ogni pensiero,
come polvere su pietra,
che non diventa nulla
se non distanza.
Un uomo di trentaquattro anni
è morto in un giorno qualunque,
con il peso semplice delle cose vive
e la fiducia nelle superfici.
Il tetto ha ceduto senza avviso,
e il cielo non ha guardato indietro.
A Rosignano il mattino
ha continuato il suo corso,
indifferente alla frattura
di un lavoro che uccide
ma la morte non fa rumore abbastanza.
Questa poesia nasce dalla lettura delle notizie relative all’incidente sul lavoro avvenuto nel livornese, dove un operaio di 34 anni ha perso la vita durante un’attività su un solaio, cadendo da un’altezza di circa sei metri. Non si tratta di una rielaborazione della cronaca in senso narrativo, ma di un tentativo di attraversare ciò che la cronaca, per sua natura, tende a comprimere: la singolarità di una vita e la sua improvvisa interruzione dentro un contesto di lavoro ordinario. La scrittura nasce dal bisogno di non lasciare che queste morti si dissolvano nella ripetizione delle notizie o nella loro inevitabile riduzione a dinamica tecnica. È anche una forma di denuncia, rivolta alla persistenza di condizioni di rischio ancora presenti in molti contesti lavorativi ma soprattutto, è un gesto di accompagnamento nel dolore.
