La recente enciclica, “Magnifica Humanitas”, di papa Leone XIIV, firmata il 26 maggio, evidenzia, sin dalle prime pagine, il pericolo che l’IA sostituisca l’incontro autentico con l’altro, perciò viene posta la necessità di non lasciarsi ingannare dalla macchina, orientando la tecnologia al bene comune e non all’egemonia sulla mente, proteggendo la dignità umana e la custodia della persona. L’imitazione artificiale della cura e delle relazioni può, infatti, indurre a “perdere il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”, creando, oltre a disturbi emotivi e socio psicologici, un evidente danno all’identità del cristiano. La lettera, di seguito, affronta la tecnologia, non solo dal punto di vista etico, ma anche come un fattore che altera le dinamiche psicologiche e relazionali umane, in particolare quelle familiari che rischiano di essere ”intossicate” dal dominio dell’artificiale, in contrapposizione all’autentico.
A breve, la sfida psicologica centrale sarà, a mio giudizio, saper mantenere la capacità di edificare attraverso scelte fatte dall’uomo come ad esempio la solidarietà o l’incontro reale, invece di cedere alla logica dell’indifferenza o dell’apatia. Il mio cuore di psicologo mi fa soffermare su questa enciclica come un grande appello alla “vocatio ad humani custodiam”, non al fine di una nostalgica difesa di un mondo superato, ma alla custodia di ciò che rende l’uomo veramente tale: come il desiderio, il corpo, la responsabilità, l’incontro con l’altro o addirittura la consapevolezza dei propri limiti. In questo senso, l’intelligenza artificiale non è pericolosa perché “pensa”, ma lo diventa quando propone all’uomo concezioni da “macchina”. Quando, cioè, la vita psichica viene ridotta a “funzionamento”, un’imprecisione diventa solo un difetto o un guasto, quando il limite viene trattato solo come pecca o quando la relazione viene confusa con una risposta efficiente ed efficace; in questo caso, non siamo più davanti ad un progresso tecnico, bensì ad una trasformazione antropologica da studiare. L’IA non può essere una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è, di per sé, un male, ma, concretamente, non è neutrale, come alcuni vogliono far credere, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. La questione non è allora se dire sì o no alla tecnologia. Il tema è quale immagine dell’umano sta avanzando con quella tecnologia.
Leone XIV lo dice chiaramente: la tecnologia non è il male, ma esso consiste nel rischio di “smarrire il proprio volto”. È forse questa, più di ogni altra, la frase che chiarifica la lettura psicologica del testo. In quest’ottica, uno dei passaggi più importanti dell’enciclica è quello in cui il Papa distingue l’intelligenza artificiale dall’intelligenza umana. Le cosiddette intelligenze artificiali, scrive: “non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità”. Questa è una frase decisiva, perché rimette al centro ciò che la cultura tecnocratica tende continuamente a dimenticare: l’intelligenza umana non è soltanto calcolo. È esperienza incarnata: memoria, tempo vissuto, capacità di essere attraversati e trasformati da ciò che accade. Una macchina può elaborare risposte, anche molto sofisticate, ma non ha un corpo che trema, non ha una storia che ritorna, non ha un’infanzia che continua a parlare nell’adulto, non conosce colpa, vergogna, gratitudine, perdita, perdono, amore, passione. Non attraversa l’esperienza, la processa. E questa differenza, dal punto di vista psicologico, è enorme. L’IA è solo quello che programmiamo, ma l’uomo non è mai solo ciò che dice di essere, né solo ciò che sa di sé. È attraversato da “altro”, un’eccedenza che scaturisce da una parte non pienamente trasparente alla sua stessa coscienza. Sigmund Freud la espresse in modo radicale: “L’Io non è padrone in casa propria” e la chiamò inconscio, ma possiamo anche descriverla come quella zona della vita psichica in cui la persona non coincide mai del tutto con le proprie funzioni, con le proprie intenzioni, con le proprie prestazioni. La personalità umana è sempre più ampia di chiunque tenti di approcciarne una descrizione, non dobbiamo nè possiamo quindi dare un’importanza o un ruolo di onnipotenza a qualcosa che offre solo una “prestazione”.
Per la psicologia, non ci si ammala soltanto quando si è deboli, ma anche quando non si sa riconoscere più la propria fragilità, quando si invertono o confondono i ruoli di prestazione e valore, quando si eleva a dignità la potenza piuttosto che la libertà, quando si scambiano l’efficienza per maturità e si pone il controllo come fine ultimo. Un’altra distorsione psicologica del profondo è quella che il pontefice chiama: “la simulazione della relazione”. Leone XIV osserva che l’imitazione artificiale di un rapporto può diventare pericolosa soprattutto quando si inserisce in un contesto già povero di relazioni reali. In quel caso, scrive, “il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”. Una successiva e basilare direttiva socio psicologica della “Magnifica Humanitas” è proprio “il limite”. Nella nostra cultura si tende a interpretarlo come un difetto a cui rimediare. Il corpo che invecchia, la malattia, la sofferenza, la dipendenza, la vulnerabilità, l’errore, il fallimento, persino la morte: tutto viene sempre più spesso inscritto dentro l’immaginario “del superamento, dell’ottimizzazione, del potenziamento”. È il sogno di un uomo liberato dalla fragilità e, dunque, apparentemente più libero, poichè “la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa”. In psicologia si afferma qualcosa di molto simile: l’uomo non diventa sé stesso eliminando ogni mancanza, ma imparando a darle forma e senso. Un’altra affermazione molto significativa dell’enciclica che, a mio giudizio comporta molteplici implicazioni, è: “Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento”. E’ acclarato infatti che la macchina corregge l’errore per ristabilire il funzionamento. L’uomo, invece, può incontrare una verità nell’errore. Può scoprire, proprio attraverso il fallimento, che stava vivendo secondo una forma non più vera. Ci sono patologie e sintomi che non chiedono di essere zittiti, ma ascoltati; fragilità che non vanno sottovalutate, nè cancellate come semplici imperfezioni del sistema. La vulnerabilità non è un residuo da eliminare. Un uomo senza mancanze sarebbe ancora capace di desiderare? Senza fragilità sarebbe capace di legame odi amore? di amore? Secondo la fede cristiana, Dio non salva l’uomo abolendo la carne perché debole, ma entrando nella carne. Il Verbo non si fa algoritmo. Non si fa pura potenza, non si fa intelligenza disincarnata. Si fa carne. E qui la carne significa limite, ferita, relazione, dolore, amore. Nella conclusione, l’enciclica richiama “la carne del Figlio, povera e vulnerabile” e la collega alla carne di chi è spogliato della dignità e ridotto al silenzio. In generale, credo che ogni progetto di” disincarnazione” dell’umano rischi di produrre non un uomo più grande, ma un uomo più povero: più potente, forse, ma meno capace di abitare la propria vita. In un tempo in cui la comunicazione digitale plasma l’immaginario collettivo e orienta desideri, paure, appartenenze, la verità non può essere ridotta a una questione tecnica.
Leone XIV scrive che “la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”. Per questo l’enciclica di Leone XIV non va letta come un rifiuto del progresso, ma come una domanda rivolta al progresso: “Ciò che stiamo costruendo rende davvero la vita più umana?”.
