In un’epoca in cui tutto sembra richiedere una bandiera, un’etichetta, una tifoseria, la figura di Michail Bakunin torna a interrogare il presente con una domanda scomoda: è possibile pensare senza appartenere?
Nato nel 1815 nell’Impero Russo, Bakunin fu uno dei padri dell’anarchismo moderno. Rivoluzionario, filosofo, agitatore politico, trascorse gran parte della propria vita tra esili, carceri e fughe. Ma ridurre la sua vicenda a quella di un semplice ribelle sarebbe un errore. La sua eredità più interessante non è forse l’anarchismo come dottrina, bensì la diffidenza radicale verso ogni forma di potere che pretenda di sostituirsi alla coscienza dell’individuo. Bakunin non contestava soltanto lo Stato. Contestava ogni struttura che, nel nome del bene comune, finisse per trasformarsi in un’autorità incontestabile. Per questo entrò in conflitto non solo con monarchi e imperatori, ma anche con coloro che, come Marx, immaginavano una rivoluzione guidata da una nuova élite politica. La loro frattura non fu soltanto una disputa tra personalità, ma uno scontro tra due visioni dell’uomo. Da una parte l’idea che la libertà potesse essere organizzata dall’alto; dall’altra la convinzione che ogni potere centralizzato, anche quando nasce con intenzioni emancipatrici, finisca inevitabilmente per produrre nuove forme di dominio.
Oggi, a distanza di quasi centocinquant’anni dalla sua morte, il pensiero di Bakunin conserva una sorprendente attualità. Non tanto perché le sue soluzioni siano applicabili alla lettera, quanto perché ci obbliga a riflettere sul rapporto tra libertà e appartenenza. La società contemporanea appare divisa in schieramenti permanenti. La politica, i social network, perfino il dibattito culturale sembrano funzionare secondo una logica binaria: o con noi o contro di noi. In questo scenario, chi rifiuta di identificarsi completamente con una parte viene spesso considerato ambiguo, incoerente oppure opportunista. Al di là di tutto, esiste una terza possibilità, esiste la scelta di non essere né carne né pesce. Una definizione che, nel linguaggio comune, assume spesso un significato negativo, come sinonimo di indecisione o mancanza di carattere, ma può anche rappresentare qualcosa di molto diverso: la capacità di conservare lucidità senza diventare prigionieri di una tribù ideologica. Non appartenere completamente a nessuno non significa non avere idee. Significa mantenere il diritto di cambiare opinione, di criticare i propri alleati, di riconoscere una verità anche quando proviene dall’avversario. Significa rifiutare la fedeltà cieca.
In questo senso, Bakunin offre una lezione che va oltre l’anarchismo stesso, egli ci ricorda che la libertà non è soltanto una questione politica. È anzitutto una disciplina mentale. È la capacità di non consegnare il proprio giudizio a un partito, a un leader, a una corrente culturale o a una moda del momento. Naturalmente, questa posizione ha un prezzo. Chi non appartiene fino in fondo a nessun gruppo difficilmente riceve protezione da qualcuno. Rimane esposto alle critiche di tutti. Ma proprio questa solitudine può trasformarsi in una forma di indipendenza. In un mondo che premia l’allineamento e la semplificazione, la vera rivoluzione potrebbe non essere gridare più forte degli altri. Potrebbe essere pensare con la propria testa.
Forse è questo il lascito più profondo di Bakunin: non l’invito a distruggere ogni autorità, ma il monito a non considerare mai nessuna autorità definitiva. Nemmeno quella della propria parte.
