terza parte
– 1° gennaio 1961 –
Inizio della costruzione della galleria di sorpasso, tra quota 624 e 614.
– 7 gennaio 1961 –
Il Genio Civile di Belluno, su incarico del Servizio Dighe, richiede ufficialmente alla SADE indagini sulla fenditura al fine di stabilire se si tratti di una rottura profonda o superficiale.
– 10 gennaio 1961 –
Il Genio Civile di Belluno incarica l’assistente governativo di informare settimanalmente sul movimento franoso e sul comportamento della diga.
– 31 gennaio 1961 –
La SADE commissiona al CIM, Centro Modelli Idraulici di Nove di Fadalto (Vittorio Veneto) un modello del bacino di Vajont e della diga in scala 1:200, al fine di valutare l’entità di onde provocate da frane che si verifichino dentro il bacino. Il CIM è un centro studi SADE affidato all’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova. Secondo statuto, il CIM deve costruire e sperimentare “grandi modelli idraulici di impianti in esercizio o in costruzione da parte della SADE”. Nel Comitato direttivo del CIM di Nove, accanto ai professori Augusto Ghetti e Francesco Marzolo, dell’Istituto di Idraulica, vi sono quattro rappresentanti della SADE: il responsabile dell’Ufficio studi, ingegner Tonini, e gli ingegneri Indri, Sestini ed il fratello dello stesso Ghetti.
– 2 febbraio 1961 –
Al Consiglio provinciale di Belluno i gruppi comunista e socialista presentano una interpellanza sulle misure da richiedersi “per scongiurare il pericolo che sovrasta la popolazione di Erto, Longarone e paesi limitrofi”. Viene accolta la proposta di incaricare un geologo di fiducia dell’Amministrazione di provvedere a nuove indagini. Il presidente della Provincia, Alessandro Da Borso, chiede la collaborazione del suo collega di Udine, essendo il comune di Erto in provincia del capoluogo friulano. La risposta, che egli riferisce nel Consiglio provinciale del 13 febbraio, è: “la provincia di Udinesi disinteressa completamente di quella questione che non la riguarda”.
– 3 febbraio 1961 –
Quindicesimo rapporto geologico di Müller sulla frana del Toc. Mueller parla di due differenti frane, una a Est e una a Ovest del torrente Massalezza. Diverse le interpretazioni di questa doppia frana: per Edoardo Semenza si tratta di una frana unica che Müller divide “in porzioni tipografiche unicamente per comodità di esposizione”; per gli ingegneri della SADE si tratta di due distinte frane. Le conclusioni cui giunge Müller sono senza speranze per l’intero impianto: “A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere quindi considerato di circa 200 milioni di metri cubi”. Secondo Müller le contromisure sono ormai irrealizzabili sul piano pratico, umano ed economico. La sola misura di sicurezza possibile e percorribile è l’abbandono del progetto: “Alla domanda se questi franamenti possono venire arrestati mediante misure artificiali, deve essere risposto negativamente in linea generale; anche se, in linea teorica, si dovesse rinunciare all’esercizio del serbatoio, una frana talmente grande, dopo essersi mossa una volta, non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto”. La relazione Müller non verrà mai inviata agli organi di controllo.
– 13 febbraio 1961 –
Nella seduta del Consiglio provinciale di Belluno viene votato all’unanimità un ordine del giorno in cui si dà mandato alla Giunta di prendere contatti con i ministri competenti per predisporre tempestivamente tutte le misure di sicurezza per garantire l’incolumità delle popolazioni nella zona del bacino del Vajont. Tale relazione non viene mai fatta leggere al professor Müller, che viceversa era stato informato della precedente e rassicurante relazione di Caloi. I due studiosi non vengono mai fatti incontrare.
– 21 febbraio 1961 –
Nuovo articolo di Tina Merlin sull’Unità dal titolo “Mentre si lascia alla SADE la possibilità di sottrarsi agli obblighi di legge, una enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto”.
– 10 aprile 1961 –
Relazione Caloi: rispetto alla precedente relazione del 1959-60, secondo Caloi la roccia si è frantumata, con un enorme decadimento delle proprietà elastiche della roccia del versante sinistro, che da solido e compatto, nel giro di un solo anno, sarebbe divenuto minutamente fratturato: un fenomeno senza precedenti nella letteratura tecnica, a detta dello stesso Caloi.
– 10 aprile 1961 –
Quarta visita della Commissione di collaudo, in base alla quale Penta e Sensidoni dichiarano che gli spostamenti sul fianco sinistro sono andati attenuandosi fino ad annullarsi e che non è da temere un serio aggravamento della situazione per un aumento del livello del lago.
– 15 aprile 1961 –
Visita di Penta al bacino, mentre l’acqua è sotto quota 600 e si sta procedendo alla costruzione del bypass. La situazione è tranquilla. “E’ da ritenere pertanto che nelle condizioni attuali e sempre che il livello del lago si mantenga attorno alle quote attuali non sussistano immediati pericoli”.
– 20 aprile 1961 –
Lettera di Carlo Semenza all’ingegner Vincenzo Ferniani: “Ella può immaginare il mio stato d’animo in questa situazione. (…) Dopo l’abbassamento del livello del serbatoio, probabilmente anche a causa del freddo sopravvenuto, i movimenti sul fianco sinistro si sono praticamente arrestati e credo che fino a che il livello sarà tenuto basso non sarà il caso di avere nuove preoccupazioni. Ma cosa succederà col nuovo invaso? (…). Non le nascondo che il problema di queste frane mi sta preoccupando da mesi: le cose sono probabilmente più grandi di noi e non ci sono provvedimenti pratici adeguati. (…) I professori Dal Piaz e Penta sono piuttosto ottimisti: tendono a non credere che avvenga uno scivolamento in grande massa e sperano (anch’io lo spero!) che la parte mossa si sieda su se stessa. Sono entrambi d’accordo su ogni provvedimento di sicurezza. (…). Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani”.
– 5 maggio 1961 –
Alle interrogazioni del presidente del Consiglio provinciale di Belluno, avvocato Da Borso, risponde Benigno Zaccagnini, ministro dei Lavori Pubblici, che parlando della frana del 4.11.1960 sostiene che si tratti di “roccia continua, omogenea e di sicura stabilità”. Il ministro rassicura Da Borso scrivendogli che “in linea generale mi pare che quel terreno stia fermo e possa dar luogo solo a frane superficiali del materiale di riporto”. Tutt’altro che rassicurato, Da Borso decide di andare personalmente a Rima per ottenere maggior chiarezza. Al ritorno a Belluno “è costretto a confessare che a Roma è come battere la testa contro un muro perché la SADE è uno stato nello stato”.
– 10 maggio 1961 –
La galleria di sorpasso è ultimata. La SADE domanda l’autorizzazione a riprendere l’invaso sperimentale e proseguire fino a quota 660. 19 luglio. Lettera dell’ingegnere SADE professor Indri al professor Augusto Ghetti dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova e responsabile della ricerca commissionata dalla SADE al CIM di Nove. Nella lettera vengono specificati i criteri con cui devono essere condotte le prove sul modello. La SADE vuole difatti conoscere l’entità dell’onda creata dal crollo di una frana, dell’ordine di 20-40 milioni di metri cubi, con invaso a quote comprese tra i 680 e 720 metri sul livello del mare. Le prove prevedono che, secondo l’interpretazione degli ingegneri SADE degli studi di Müller, si tratti di due frane distinte e che si stacchino prima l’una e poi, di conseguenza, l’altra. Come materiale di frana impiegato nell’esperimento viene scelta prima la sabbia, poi, una volta verificato che la sabbia bagnata non è adatta allo scivolamento, ghiaia, in ciottoli arrotondati. In un primo momento, per tener ferma la ghiaia sul tavolato che simula il piano inclinato del Toc, vengono incernierate delle tavole di legno: al momento di effettuare le prove, le tavole di legno provocano onde più alte della ghiaia stessa. Viene deciso di eliminare le tavole e trattenere la ghiaia con reti di canapa, prima in caduta libera per gravità, quindi accelerata dalla spinta di un trattore. Per simulare i tempi di caduta, viene usato come riferimento la frana di Pontesei: “… il Comitato ha proposto l’esecuzione di altre esperienze di caduta di frana prolungando i tempi fino a 5 minuti, dato che si ritiene che i tempi di caduta dell’ordine di un minuto o due siano troppo brevi in relazione all’andamento che questi fenomeni hanno normalmente: ad esempio la frana di Pontesei, che ha avuto un tempo di caduta prossimo ai dieci minuti”. Diversa la testimonianza dell’ingegnere Linari, presente alla frana di Pontesei, che, interrogato se avesse riferito le modalità di caduta a Biadene e Semenza, dichiarerà al Giudice Istruttore: “Ciò ebbe la durata approssimata di 30 secondi e a questo punto, per mia fortuna, cercai di scappare”. Gli studi si protrarranno per più di un anno.
– 25 luglio 1961 –
Tre deputati DC bellunesi interpellano il ministro dei Lavori Pubblici sui rischi del bacino, resi evidenti dalla costruzione della galleria di sorpasso: il ministro chiede al presidente della IV Sezione una risposta e questi chiede una relazione a Pancini, ingegnere alle dipendenze SADE. Significativa la risposta offerta dalla società: la galleria di sorpasso serve perché la frana del 4 novembre ha riempito un tratto della gola, dividendo così il serbatoio in due parti. Agosto-settembre. Vengono ultimati i quattro piezometri sulla sponda sinistra del Toc: si tratta di tubi di acciaio infissi nel terreno attraverso fori-sonda, raggiungendo profondità comprese tra 167 e 221 metri. I piezometri assolvevano a due funzioni: controllare il livello dell’acqua dentro la roccia e verificare se la frana era superficiale o profonda: nel primo caso lo spostamento di uno strato superficiale di terreno avrebbe rotto i tubi, incastonati a grande profondità; nel secondo caso, i tubi avrebbero continuato a funzionare, a conferma che la frana toccava uno strato molto profondo di terreno e roccia, superiore alla profondità raggiunta dai piezometri stessi. Uno dei quattro tubi va subito fuori uso, mentre gli altri tre, fino al giorno della frana, non si rompono né subiscono deformazioni.
– 1° agosto 1961 –
Frosini, presidente della IV sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, va in pensione ed è sostituito dall’ingegnere Curzio Batini, Capo del Servizio Dighe, responsabile ultimo delle autorizzazioni per gli invasi. 19 settembre. Al CIM giungono in visita il professor Giovanni Padoan, che ha sostituito Greco alla presidenza del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e l’ingegner Curzio Batini. Insieme a loro, il vicedirettore generale della SADE, ingegner Marin, e lo staff della diga: Semenza, Biadene, Tonini, Pancini, Dal Piaz. Ad essi viene mostrato un esperimento addomesticato, una simulazione con meno ghiaia, “per non mostrare onde eccessive”.
– 5 ottobre 1961 –
La SADE domanda di poter raggiungere quota 680.
– 16 ottobre 1961 –
Con decreto del prefetto di Udine, la SADE è autorizzata ad occupare permanentemente tutti gli immobili che le servono per completare la strada di circonvallazione sul versante sinistro del bacino, espropriando di fatto tutti i proprietari di terreni.
– 17 ottobre 1961 –
Quinta e ultima visita della Commissione di collaudo e parere positivo alla ripresa dell’invaso, per quanto nel verbale si legga: “Non si può escludere che con l’aumento dell’invaso la frana si rimetta in movimento”.
– 19 ottobre 1961 –
Senza attendere l’autorizzazione, la SADE riprende l’invaso.
– 31 ottobre 1961 –
Muore Carlo Semenza. Lo sostituisce l’ingegnere Alberico Biadene.
– 31 ottobre 1961 –
Relazione di Penta, relativa ai sopralluoghi del 10.4.1961 e del 17.10.1961: egli sostiene che è impossibile sciogliere l’alternativa tra moto superficiale e moto profondo per la frana. Secondo Penta non ci sono elementi sufficienti per una interpretazione catastrofica come quella di Müller, anche se non la si può escludere; egli propende però per una “lama”, ovvero per un semplice moto di detrito superficiale.
– 16 novembre 1961 –
Autorizzazione alla ripresa dell’invaso, ma solo fino a quota 640, con incrementi non superiori al metro al giorno e con l’obbligo di rapporti quindicinali sullo stato della diga e delle sponde. La SADE ha già iniziato l’invaso il 19 ottobre.
– 5 dicembre –
La SADE rinnova la richiesta per raggiungere quota 680.
– 23 dicembre 1961 –
Il Servizio Dighe autorizza quota 655.
– 31 gennaio 1962 –
La SADE rinnova la richiesta per raggiungere quota 680.
– 6 febbraio 1962 –
Il Servizio Dighe autorizza quota 675.
– marzo 1962 –
Biadene cancella dai rapporti quindicinali al Ministero le scosse sismiche registrate dalle sofisticate apparecchiature montate alla diga. 30 marzo. Il Comitato direttivo del Centro Modelli Idraulici di Nove è del parere che “almeno per il momento non siano da compiere ricerche relative al propagarsi di una onda di piena a valle della diga”. Nella stessa sede, Indri rileva viceversa che sarebbe necessario conoscere la ripartizione della onda proveniente dal Vajont, in corrispondenza dell’abitato di Longarone.
– 20 aprile 1962 –
Muore Giorgio Dal Piaz, a causa delle ferite riportate in un incidente automobilistico che gli era occorso insieme ai membri della Commissione di collaudo di ritorno dal sopralluogo del 17.10.1961.
– 27 aprile 1962 –
Scossa sismica.
– 3 maggio 1962 –
La SADE chiede l’autorizzazione a raggiungere quota 700
– 13 maggio 1962 –
Nuova scossa sismica
– 8 giugno. 1962 –
Viene concessa l’autorizzazione a raggiungere quota 700.
– 22 giugno 1962 –
Ordinanza del Comune di Erto Casso per proibire l’accesso ai terreni perimetrali sotto quota 730 nonché di andare in barca sul bacino.
– 3 luglio 1962 –
Relazione Ghetti relativa alle prove con il modello di Nove: “Già la quota 700 m. slm può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana. Sarà comunque opportuno, nel previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente prolungato gli effetti nell’alveo del Vajont ed alla confluenza nel Piave del passaggio di onde di piena entità pari a quella sopra indicata per i possibili sfiori sulla diga”. La relazione Ghetti non viene trasmessa agli organi di controllo.
– 8 luglio 1962 –
Relazione dell’assistente governativo, Bertolissi: “Oltre alle fessure verificatesi dopo la frana del 1960, si sono verificate altre fessure, alcune superficiali, altre più profonde (…). L’indagine di un geologo sulla natura delle fessure e sui movimenti darebbe un’idea più esatta della situazione”. Non risulta che dopo 16.10.1961 siano state redatte relazioni geologiche da parte della SADE né dell’ENEL.
– 3 agosto 1962 –
Lettera dell’ingegnere capo del Genio Civile di Belluno al Servizio Dighe, nel trasmettere il rapporto dell’assistente governativo dell’ 8.7.1962: “L’ufficio scrivente conviene (…) sulla opportunità di tempestivo controllo da parte di un geologo”. Il Servizio Dighe non risponderà mai.
– 17 novembre 1962 –
L’acqua raggiunge quota 700 e vi resta fino al 2 dicembre; quindi inizia uno svaso fino a m. 647,50, raggiunti il 10.4.1963.
– 1° dicembre 1962 –
L’ingegnere Almo Violin diventa il nuovo titolare del Genio Civile di Belluno, subentrando all’ingegner Desidera. Violin sostituisce l’ingegner Beghelli, preposto al ramo dighe, con un geometra che si dichiara all’oscuro della materia e di non aver mai visto la diga del Vajont. Violin ammetterà “che non conosceva le dighe se non attraverso l e reminiscenze universitarie; di non aver mai visto l’assistente governativo; di aver visitato la diga una sola volta – per gusto personale”.
– 10 dicembre 1962 –
Relazione dell’assistente governativo, Bertolissi: “i diagrammi relativi agli spostamenti dei punti sotto osservazione nella zona del Toc, indicano che la velocità di abbassamento è aumentata sensibilmente”.
– 12 dicembre 1962 –
Nasce l’Ente Nazionale Elettricità, ENEL: in forza della legge 6 dicembre 1962 numero 1643, l’attività della SADE per quanto riguarda produzione, importazione, esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita dell’energia elettrica, passa al nuovo Ente.
