La vita di un genio della musica spesso è difficile: la sua arte nasce in molti casi dalle sue sofferenze, dai suoi tormenti interiori, dai suoi affanni nella vita privata. Insomma, specialmente nel passato, tutti i casini di una vita si trasformavano in arte e solo dopo la morte arrivava il successo, il riconoscimento del pubblico, la gloria che appartiene solo ai migliori. Tutto questo con Johan Sebastian Bach non si avverò, anzi avvenne quasi il contrario. Bach proveniva da una famiglia di musicisti ed era un polistrumentista: sapeva suonare, a livelli magistrali, quasi tutti gli strumenti della sua epoca ed eccelleva nell’organo, nel clavicembalo e nel clavicordo, nel fortepiano (antenato del pianoforte), nel violono e nella viola ed era anche un ottimo cantore. A noi sono arrivate più di 1200 composizioni, ma qualcuno pensa che sia soltanto la metà, se non un terzo, della sua produzione. Fu stimato da tutti in vita e cercato dalle corti d’Europa, ma quando, nel 1750, nella città di Lipsia, consegnò l’anima al cielo nessun giornale dell’epoca diffuse la notizia, nessun necrologio, nessun lutto ufficiale, niente di niente.
Probabilmente fu dovuto al fatto che Johan Sebastian Bach scriveva musica difficile da eseguire, quasi per pochi ed in uno stile, quello barocco, che era ormai in declino. Carl Phillip Emanuel, uno dei suoi figli disse: “Mio padre scriveva in uno stile antico” e in questa affermazione sembra quasi di rivedere il ripetersi delle faide generazionali nelle quali i padri non riescono a capire la musica che piace ai figli e viceversa, perché i gusti cambiano, le mode passano, gli stili si evolvono. La produzione musicale di Bach venne spartita tra i figli ed andò a formare un catalogo immenso che prende il nome di BWV (Bach-Werke-Verzeichnis, che significa proprio “Catalogo delle opere di Bach”) e che oggi conta per la precisione 1.128 composizioni. Questo catalogo però è in continua espansione perché numerosi frammenti vengono aggiunti di tanto in tanto. Il figlio Carl custodì la sua parte con ordine, Wilhelm Friedemann, il maggiore, fu più disordinato, ne vendette alcuni per risolvere i suoi problemi finanziari, altri li perse e a questi si aggiungono tutte quelle partiture che lo stesso Johann Sebastian scrisse su fogli volanti per le funzioni domenicali e che alla fine furono usati per accendere il fuoco o addirittura per avvolgere i cibi.
Bach finì nel dimenticatoio: nessuno più ascoltò la sua musica, nessuno più la suonò nei grandi teatri, altri artisti presero il suo posTO, Mozart e Behetoven su tutti, che, però, spesero parole di miele nei suoi confronti. Il primo, sentendo l’esecuzione di un suo pezzo nella chiesa di Lipsia, disse “Qui c’è qualcosa da cui possiamo imparare” e poi si mise a guardare tutti gli spartiti con attenzione. Beehetoven invece, giocando sul significato della parola bach in tedesco, affermò: “Non è un ruscello, ma un mare”.
Tutto ciò non impedì, tuttavia, che di Johann Sebastian non si parlò più fino a quando nel 1829, un giovane musicista di nome Felix Mendelsson, per caso, non si imbatté in una copia manoscritta de “La passione secondo Matteo”, rimanendone così affascinato da volerla riproporre. Chi più gli stava vicino gli suggerì di lasciar perdere, perché era roba vecchia, difficile da eseguire e da far ascoltare, ma lui insistette e pur di realizzare questa sua impresa, ingaggiò la Singakademie di Berlino, gli affiancò un coro e come per magia Bach riemerse dalla polvere del passato per essere innalzato alla giusta gloria che gli competeva.
A me, come a molti, piace la musica, ma un po’ per pigrizia, un po’ per tante altre ragioni, non ho mai avuto la furbizia di studiarla per capire la magia che si nasconde dietro quei cinque righi pieni di punti e di segni strani. Mi sono sempre chiesto però, perché Bach viene considerato oggi il padre della musica moderna? Perchè noi oggi dobbiamo ringraziare un parruccone di quasi tre secoli fa per la musica pop, rock e jazz che ascoltiamo? Da ignorante della materia cercherò di spiegarlo a chi, come me, guardando uno spartito vede solo un groviglio di segni senza senso.
Prima di lui i clavicembali venivano accordati in modo tale che alcuni pezzi suonassero magnificamente in alcune tonalità, ma in altre, risultavano davvero pessimi. Introdusse allora un sistema chiamato “sistema temperato” con il quale divise un’ottava in 12 semitoni uguali: questo sta a significare che in realtà le note non sono sette ma dodici! Oggi lo ringraziano i chitarristi o i pianisti pop che possono eseguire un cambio di tonalità, senza che lo strumento sembri scordato. Riorganizzò il modo con cui gli accordi si incastravano tra di loro per creare emozioni, come suspance oppure tensione. Quegli schemi sono gli stessi che distrattamente ascoltiamo quando passano alla radio le nostre canzoni preferite. La musica è matematica e Bach lo aveva capito bene, tanto che riuscì a combinare le sue composizioni attraverso tecniche come i canoni e le fughe, in modo tale che i suoi pezzi potessero essere ribaltati, rallentati, suonati al contrario in una specie di percorso che trovava la sua fine nel suo inizio. Costruì strutture nelle quali la musica formava dei cerchi concentrici, delle spirali che oggi possiamo facilmente ritrovare nella musica techno, elettronica o progressive.
Quando nel 1977 fu lanciata la sonda Voyager, a bordo fu inserito il famoso disco d’oro che conteneva le testimonianze dell’umanità da consegnare a dei possibili alieni. All’interno, nella sezione musicale furono inseriti ben tre suoi brani, più di chiunque altro artista, accompagnati da una battuta tra scienziati che recitava: “Avremmo voluto mettere solo Bach, ma sarebbe sembrato un vanto eccessivo”.
A chiusura di questo racconto vorrei esprimere due pensieri: il primo è che se qualche lettore musicista dovesse trovare delle castronerie in quello che ho detto (riguardo alle innovazioni apportate da Bach), si potrà sentire libero di tirarmi le orecchie e magari rispiegarmele come si deve, sarà mio piacere correggere questo pezzo. Il secondo è che tutto ciò che ho detto riguarda solo ed esclusivamente la musica, non la Trap. La Trap è immondizia musicale che anche il protagonista di questo articolo non avrebbe mai preso in considerazione.
