Che mondo sarebbe senza la musica? Poco tempo fa ho letto un articolo di un giornalista che si lamentava perchè ogni momento della nostra giornata viene riempito dalla musica: in televisione, al supermercato, quando andiamo farci una corsetta la parco, quando prendiamo un mezzo pubblico. Secondo questo autore, abbiamo perso la capacità di assaporare il silenzio. Per carità, ogni tanto, un po’ di silenzio ci vuole anche, ma volete mettere la compagnia delle note? Specie, poi, se sono le nostre preferite. Ogni momento storico ha avuto un motivo o un artista che ha saputo rapire il cuore del pubblico attraverso una canzone, un motivo, un semplice ritornello. Ogni generazione ha avuto uno o più artisti per i quali si è strappata i capelli: da bambino mi stupivo nel vedere filmati in cui orde di ragazzine urlavano e svenivano per i Fab-Four, salvo poi impazzire io stesso per i miei idoli adolescenziali. Oggi non lo farei più (anche perchè non ho più materia prima da strapparmi dalla testa), però impazzisco ugualmente per alcuni virtuosi della chitarra elettrica. Ogni momento storico ha avuto il suo eroe musicale per eccellenza, ma questo valeva anche per quanti vissero prima che la musica leggera, per come la conosciamo noi oggi, nascesse? La risposta è si. Valse per mostri sacri come Mozart e Behetoven, ma, solo uno su tutti riuscì a scatenare le fantasie più sfrenate dei tuoi spettatori come una grande rockstar odierna sa fare: Niccolò Paganini.
Originario di Genova, benché la famiglia arrivasse dall’entroterra spezzino, in 58 anni di vita raggiunse apici quasi inarrivabili, non tanto come compositore, quanto come violinista. Sicuramente il suo talento era innato e immenso, ma si pensa sia stato dovuto anche a una malattia nota come sindrome di Marfan, che colpisce il tessuto connettivo e che può portare alla aracnodattilia, dove in pratica le dita delle mani sono molto più lunghe e sottili del normale, in più sono anche molto mobili e permettono evoluzioni e movimenti quasi proibitivi. Non fu purtroppo l’unica malattia a colpirlo: già da bambino, per poco, non morì (come accadde alla sorella) a causa del morbillo che, comunque, gli provocò degli strascichi durante tutta l’esistenza, fu affetto anche dalla tubercolosi che lo portò all’afonia, dalla sifilide i cui trattamenti dell’epoca a base di mercurio gli fecero perdere tutti i denti e infine da una necrosi dell’osso mascellare. Tutte malattie che modificarono significativamente il suo aspetto fisico tanto da alimentare una delle molteplici leggende che lo circondavano e che volevano avesse fatto un patto col diavolo. Certo lui non se ne fece un cruccio di questa storia e anzi, fiutando quello che noi oggi chiameremmo un’abile operazione di marketing, contribuì ad alimentarla con dei piccoli trucchi. Uno di questi consisteva nel produrre apposta dei suoni sgradevoli dietro le quinte, mentre accordava il suo strumento. Un’altra delle leggende che gli giravano intorno era quella che fosse stato carcerato per aver commesso un omicidio per cui, avuto il permesso di poter suonare il violino in cella, a forza di sfregare le corde e non potendone avere di ricambio, si trovò a poter usare solo quella del sol. Prima dei concerti allora incideva le altre corde, così che, suonando con gran impeto, queste potessero rompersi, lasciandolo continuare solo con quella del sol. Qualcuno arrivò addirittura a dire che fosse un serial killer e che fabbricasse le corde con le interiora delle proprie vittime. Questa storia del patto col diavolo, escamotage che anche altri artisti avrebbero poi sfruttato in futuro, vedi il più noto Robert Johnson, se da una parte non fece altro che accrescere la sua fama, dall’altra gli provocò non pochi disagi, specialmente quando rese l’anima al cielo. Morì nel 1840 a Nizza e il vescovo del paese ne vietò la sepoltura in terra consacrata, d’altronde se uno scende a patti con certi elementi, è il minimo che ci si possa aspettare. Il suo corpo fu inizialmente imbalsamato ed in quello stato iniziò un lungo pellegrinaggio per trovare un luogo dove riposare in eterno. Per due mesi rimase nella cantina di casa a Nizza, quando finalmente le autorità imposero di spostarla fu parcheggiata al lazzaretto di Villefranche sur mer. I comandanti dei battelli si rifiutarono di portarla a Genova, per cui, dopo essere stata appoggiata per lungo tempo su un piroscafo, fu interrata nella spiaggia dell’isola disabitata di Saint Ferreol, nell’arcipelago di Lerin di fronte a Cannes. Alcuni pescatori della zona si lamentarono, per cui fu nuovamente dissotterrata e spostata vicino ad un oleificio a Saint Hospice. Dopo quattro anni, a seguito delle insistenze del figlio Achille e grazie all’intercessione del re Carlo Alberto di Savoia, a patto che il movimento fosse fatto in gran segreto e di notte, la bara fu portata a San Biagio in Valpolcevera e sepolta temporaneamente in un orto di Villa Paganini a Ramairone. Un anno dopo il figlio ottenne il permesso di trasferirla a Villa Gaione, nel parmense, dove aveva acquistato una villa, ma ancora l’avventura non era finita. Nascosta in una delle due sagrestie di Villa Gaione, dopo ben otto anni, quando alla fine fu costruito il cimitero, fu interrato in una cripta dove rimase per altri ventitré anni. Finalmente nel 1876, dopo ben trentasei anni dal decesso, la chiesa tolse ogni veto e il corpo fu inumato nel cimitero di Villetta a Parma, dove ancora oggi può essere visitato all’interno di un monumento in stile neoclassico.
Alla fine dei conti, se questa storia del patto col maligno gli procurò qualche supporter in più in vita, gliene bastò uno solo dopo la morte, la Chiesa, per creargli un lungo pellegrinaggio prima di poter riposare in una tomba degna del suo talento. O forse anche questa ulteriore appendice ne ha accresciuto ancora di più la fama? Chi lo sa?
