Cuba è entrata nella fase più drammatica della propria storia contemporanea dalla caduta dell’Unione Sovietica. L’isola che per decenni ha costruito la propria identità politica sulla resistenza, sulla promessa di uguaglianza sociale e sulla sopravvivenza al confronto con Washington, oggi appare soffocata da una crisi che non è soltanto economica, ma sistemica, istituzionale, energetica, sanitaria e demografica. Una crisi lenta, stratificata, cresciuta nell’ombra per anni fino a inglobare il Paese in un buio quasi letterale: quello dei blackout quotidiani, delle centrali elettriche fatiscenti, delle città paralizzate per mancanza di combustibile e di una popolazione sempre più esausta, impoverita e senza prospettive.
In questo contesto assume un significato particolare la nuova linea emersa negli ambienti politici statunitensi attorno a GAESA, il conglomerato economico delle Forze Armate Rivoluzionarie cubane. Quando Jeremy P. Lewin, consigliere del segretario di Stato Marco Rubio e sottosegretario ad interim, ha dichiarato che “il regime deve restituire queste risorse al popolo cubano”, Washington ha introdotto un concetto finora rimasto implicito: non soltanto sanzionare il sistema economico controllato dai militari, ma iniziare a discutere del “giorno dopo”, della possibile restituzione di patrimoni e asset accumulati dall’élite del potere in un eventuale scenario di transizione politica. Non è più soltanto il linguaggio della pressione diplomatica m quello della successione politica.
GAESA non è un attore marginale nell’economia cubana. Secondo numerosi studi accademici e analisi economiche indipendenti, il conglomerato controlla settori chiave dell’economia nazionale: turismo, commercio al dettaglio in valuta estera, logistica portuale, immobili, telecomunicazioni, finanza e importazioni. Attraverso una rete opaca di società, il complesso militare amministra una quota enorme della ricchezza nazionale. Per anni Washington ha colpito GAESA con sanzioni mirate, soprattutto durante la prima amministrazione Trump, sostenendo che i profitti derivanti dal turismo internazionale e dalle attività finanziarie non finissero nelle mani della popolazione ma rafforzassero l’apparato repressivo dello Stato. Oggi però il discorso sembra essersi spostato oltre. Le misure collegate all’Ordine Esecutivo 14404 e la retorica di Lewin suggeriscono che gli Stati Uniti non considerino più alcuni patrimoni del conglomerato semplicemente come beni statali, ma come ricchezze sottratte a una popolazione precipitata nella povertà.
Nel diritto internazionale esiste una distinzione sostanziale tra sanzionare, congelare, confiscare e restituire asset. Le sanzioni limitano l’accesso economico; il congelamento impedisce la movimentazione dei fondi; la confisca trasferisce il controllo giuridico; la restituzione, invece, introduce un principio politico e morale: l’idea che quelle risorse appartengano legittimamente al popolo e non alla struttura che le gestisce. È un linguaggio utilizzato in altri scenari post-autoritari. Dopo la caduta di Muammar Gheddafi in Libia furono congelati miliardi di dollari collegati al regime; in Iraq, dopo Saddam Hussein, parte dei fondi recuperati venne utilizzata per programmi di ricostruzione; nell’Europa orientale post-sovietica diversi governi avviarono processi di recupero patrimoniale contro le vecchie nomenclature comuniste. La differenza fondamentale è che Cuba non è ancora ufficialmente in una fase post-rivoluzionaria. Il sistema è ancora in piedi, ed è proprio questo che rende la dichiarazione americana così significativa.
L’isola sta vivendo contemporaneamente una crisi economica e una crisi finanziaria, due fenomeni collegati ma distinti. Una crisi economica implica il crollo della produzione, della capacità industriale, dei consumi e dei servizi; una crisi finanziaria riguarda invece la scarsità di valuta estera, il collasso della liquidità, l’impossibilità di accedere al credito internazionale e di sostenere importazioni strategiche. Cuba soffre entrambe. Lo Stato produce sempre meno ricchezza ma, soprattutto, non possiede dollari sufficienti per comprare carburante, medicinali, pezzi di ricambio o alimenti sul mercato internazionale. Il turismo, tradizionale fonte di valuta, non si è mai realmente ripreso dopo la pandemia. Le riforme economiche introdotte da Raúl Castro e poi da Miguel Díaz-Canel si sono rivelate incomplete e contraddittorie. Gli investimenti esteri restano limitati dalla burocrazia, dalla sfiducia internazionale e dalle sanzioni statunitensi. La doppia circolazione monetaria e il sistema di controllo centralizzato hanno aggravato inflazione e disuguaglianze.
Il risultato è una crisi umanitaria profonda. Gli ospedali cubani, un tempo simbolo della rivoluzione, affrontano carenze croniche di medicinali, antibiotici, anestetici, garze e perfino acqua corrente. Organizzazioni internazionali e testimonianze raccolte da ONG e media indipendenti parlano di reparti senza elettricità stabile, interventi chirurgici rinviati, ambulanze ferme per mancanza di carburante. La sanità pubblica è stata travolta da un lento deterioramento strutturale aggravato dall’emigrazione di medici e personale sanitario. In molte province le famiglie devono affidarsi al mercato nero per ottenere medicine basilari. Anche il tessuto sociale si sta disgregando. La scarsità d’acqua colpisce interi quartieri; i blackout possono durare oltre dodici ore; il trasporto pubblico è quasi paralizzato; la violenza e la microcriminalità risultano in aumento in un Paese che per decenni aveva fatto della sicurezza interna un elemento identitario. Negli ultimi anni quasi due milioni di cubani hanno lasciato il Paese, una delle più grandi ondate migratorie nella storia dell’isola. È un esodo che ha svuotato Cuba di giovani, professionisti e forza lavoro qualificata. La crisi demografica è diventata centrale: il tasso di natalità è crollato, la popolazione invecchia rapidamente e sempre meno persone sostengono economicamente il sistema produttivo e previdenziale.
Le centrali termoelettiche cubane sono obsolete, spesso costruite decenni fa e prive di manutenzione adeguata. I continui guasti hanno trasformato il buio in una condizione quotidiana. Intere città si fermano. Le attività produttive collassano. Le famiglie cucinano con mezzi improvvisati. Il governo ha cercato di attribuire la responsabilità quasi esclusivamente all’embargo statunitense, ma numerosi analisti sottolineano anche le inefficienze strutturali, la cattiva gestione e il fallimento delle riforme interne.
È in questo scenario che emerge la questione politica. Miguel Díaz-Canel, scelto da Raúl Castro come successore generazionale, appare sempre più un leader amministrativo più che un vero centro di potere. Prima presidente e poi segretario del Partito Comunista, Díaz-Canel rappresenta la continuità istituzionale del sistema ma non il nucleo reale del comando. Molti osservatori sostengono che il potere effettivo resti nelle mani dell’apparato militare e della famiglia Castro, soprattutto attraverso GAESA. La classe politica civile dispone di margini limitati. È qui che nasce la domanda cruciale: chi governa realmente Cuba?
