Non tutti, nel piccolo paese della bassa padana, lavoravano nei campi o in attività artigianali locali. Qualcuno dal piccolo paese, come Gino Uregia (cosiddetto per le sue orecchie a sventola di rara dimensione) andava a lavorare in città, trasformandosi in un pendolare la cui vita e tempi era scandita al minuto. Questa era la giornata tipo di Gino Uregia. Suona la sveglia. L’insistente e metallico ronzio ti riporta come ogni giorno alla realtà, al tuo impegno. Puntuale come un orologio svizzero da più di quarant’anni la signora Rosa ti apostrofa così “Su, alzati, devi andare a lavorare”. Fuori è ancora buio, c’è nebbia, fa freddo, ma tutto questo non ti spaventa: tu sei un pendolare! Ti muovi in fretta, meccanicamente, i tuoi gesti si ripetono uguali da anni. Bevi il caffè. Fai la barba. Lavati. Cinque e ventotto. È tardi. Dai su di corsa. Prendi il giornale al volo. Dai, un ultimo sforzo! Sta partendo…anche questa mattina è fatta. Adesso ti aspetta la tua solita giornata. Un’ora di treno, otto ore di lavoro, ancora treno e finalmente…di nuovo a casa. Mangi senza neanche gustare. Non parli. È un pezzo che non parli più del tuo lavoro, di migliorare, di un futuro più roseo, più felice. Ritorni con il pensiero alla discussione sul treno per la partita di pallone che la tua squadra ha perso domenica scorsa: “Non capiscono proprio niente”. Queste parole, sfuggite ai ricordi e pronunciate a mezza voce, richiamano su di te l’attenzione dei figli, intenti, come al solito, nei loro piccoli litigi sulla scelta del programma televisivo, ed immediatamente tacitati dalla signora Rosa con la fatidica frase “Fate silenzio che il papà è stanco”. Ti addormenti in poltrona…suona la sveglia. “Su, alzati, devi andare a lavorare”. Ma anche per Gino Uregia giunse l’ambito e tanto atteso traguardo della pensione. Così quella mattina fece uno strappo alla “regola” ed entrò nell’Usteria d’la Vedua per bersi un caffè, anzi volle esagerare, prendendolo “Corretto Anice” e prendendo la corsa dopo del treno per arrivare in ufficio dove lo attendevano i festeggiamenti di rito. “Per i tuoi 40 anni di lavoro. I colleghi”. Così era scritto sulla minuscola targhetta d’oro che gli avevano regalato. Non ci sarebbe stato posto per niente altre, forse, niente altro ci si sarebbe potuto scrivere. In fondo non era una persona che, andando in pensione, avrebbe lasciato un vuoto incolmabile. Non si poteva certo definire uno di quelli che lascia il segno. Era semplicemente un onesto lavoratore. Mai in quarant’anni di servizio una lite, un problema, mai un giorno di malattia. “Un esempio, un raro esempio di attaccamento al lavoro”. Così lo aveva definito il direttore al momento del brindisi di commiato di fronte a tutti i colleghi, e lui si era un pò commosso, anche se aveva cercato di non darlo a vedere. E pensare che non sarebbe stato neanche sostituito perchè da qualche mese a questa parte era arrivata in ufficio una macchina nuova proprio vicino al suo posto di lavoro: un computer. Questa macchina avrebbe fatto tutto quello che lui faceva in minor tempo, senza pause per il caffè, senza distinguere tra giorni feriali e festivi, senza ferie, senza aumenti salariali. Erano finiti i tempi in cui chi andava in pensione introduceva nell’ambiente del lavoro i propri figli in una sorta di continuazione generazionale, in un sistema che permetteva di vedere una continuità del lavoro dei padri nei figli. Ora l’uomo veniva sostituito dalle macchine. “Ma non si preoccupi, vedremo, faremo qualche cosa…”. Così gli aveva evasivamente risposto il direttore quando gli aveva parlato del figlio disoccupato. Ma ora bando alle malinconie. I colleghi a gran voce invocavano il suo discorso. Quello, in fin dei conti, era il suo grande giorno. Accidenti! Di nuovo quella fitta al petto. Sarà l’emozione. Però è già da qualche giorno che si fa sentire. “Devo proprio decidermi ad andare dal medico”. Certo non si poteva stare a casa in malattia proprio l’ultima settimana di lavoro. Sembrava che non gli importasse più niente del lavoro perché stava andando in pensione. “No, non era giusto”. Poi, ora, avrebbe avuto un mucchio di tempo a sua disposizione per poter fare quello che voleva., Avrebbe portato a spasso i nipotini, curato l’orticello dietro casa, sarebbe finalmente andato a trovare quei parenti della moglie che abitavano così lontano. La moglie. Eh, sì! Avrebbe passato più tempo con lei, avrebbero potuto parlare, stare insieme e fare tante cose che prima avevano sempre rimandato per varie ragioni: i soldi che non bastavano mai, i figli da crescere, la vita stressante del pendolare: sveglia all’alba e ritorno a sera inoltrata. Sarebbero invecchiati assieme, facendosi compagnia. Da questa immagine sembrava partire per diffondersi dentro tutto il corpo un improvviso languore, una stanchezza, come se quei lunghi anni di lavoro improvvisamente venissero tutti assieme a pesarglisi addosso. Si raggomitolò su sé stesso, chiuse gli occhi. Così lo trovò il controllore al capolinea della corsa. Sul viso una espressione distesa, serena. Nelle mani stringeva ancora una piccola targhetta d’oro. “Per i tuoi 40 anni di lavoro. I colleghi”.
El pendular Gino Uregia
