illustrazione di Mayra Castellon
In un piccolo paese della pianura padana, vicino all’argine del Po, la vita scorre tranquillamente. L’unico punto di ritrovo, l’unico diversivo per i pochi abitanti del luogo, consiste nel ritrovarsi la sera all’osteria per bere un bicchiere di vino e parlare di raccolti, di semine, di fatti piccoli o grossi del circondario. L’osteria più frequentata è l’Osteria della Vittoria, ma se qualche forestiero dovesse cercarla con questo nome, sicuramente non la troverebbe. Per tutti infatti è solo “l’Usteria d’la vedua” (L’osteria della Vedova). Lei, la bellissima proprietaria, è l’incarnazione dei desideri di tutti i clienti. Alta, con un fisico asciutto e sodo nei punti giusti, con due occhi scuri che sembrano frugare fin nel profondo l’anima degli avventori, con una parlata forte, sicura, senza peli sulla lingua, di chi è abituata da anni a trattare con ubriachi e molestatori in genere. Dura con chi si lascia andare a gesti poco ortodossi nei suoi confronti. Gli avventori l’ammirano e la temono al tempo stesso. Da anni ormai è vedova, ma non si conoscono storie di letto sul suo conto, per cui sembra essere, di fatto, immune ai pettegolezzi e alle dicerie di cui si vive nei paesi bassaioli. I clienti abituali sono quattro: Pierin detto “La mata” perché perde facilmente la ragione, Cecù Barbè per la sua professione di barbiere, Don Lisander per i lasciti avuti di terreni paterni e Franco Cò Rus per i suoi capelli rossi. Del resto, un detto popolare dialettale recita “Nei paisi di campagna pochi i ghan un num ma tutti una scumagna” cioè “Nei paesi di campagna tutti hanno un soprannome con cui sono conosciuti”. Di certo la situazione non è diversa nel paesello bassaiolo, dove tutti hanno una scumagna che diventata spesso riconoscimento generazionale, tramandata di padre in figlio e, nel caso di figlia, riconvertita al femminile. Gli storici quattro clienti sono tutti scapoli, grandi giocatori di carte, ed in particolare di scopa d’asse e grandi bevitori di vino durante il gioco ma, anche prima e dopo. Naturalmente le partite a carte sono il momento “sacro” dell’osteria, perché attorno al tavolo dei quattro si radunano in religioso silenzio, durante la partita, tutti gli altri avventori per poi scoppiare in un vociare incredibile alla fine della stessa su come si dovevano comportare ed agire i giocatori. I quattro si conoscono da anni, ma non smettono di punzecchiarsi tra di loro o di lanciare facili e a volte grevi battute nei confronti della vedova, che semplicemente ignora le loro parole ed i loro sospiri smaniosi. Il secondo obbiettivo dei quattro perdigiorno, poiché il lavoro non è certo al centro dei loro pensieri, è il giovane garzone Ginetto, figlio di una lontana parente della ostessa che l’aveva preso, ormai da tempo, come aiutante. Ginetto è oggetto di scherzi di ogni tipo e riferimenti volgari al fatto che, pur giovanissimo, non aveva ancora “consumato”, perché non ha neppure la fidanzata e quindi è casto, non per sua volontà, e puro. Ginetto non sembra prendersela più di tanto, non replica mai, fedele alla regola del cliente che ha sempre ragione, e sorride. Spesso però mentre si allontana dal tavolo dei quattro con i bicchieri e la bottiglia vuota e dà loro di spalle il suo sorriso si trasforma in una smorfia di compatimento, con un che di superiorità e di mistero del tipo “Se solo voi sapeste…”. Ed in effetti Ginetto ha tutti i motivi per sorridere perché, una volta usciti gli ultimi avventori dell’osteria, pulito per terra, riordinato, chiuso ante e porte si infila allegramente nel letto caldo della vedova, pensando alla fortuna che gli è capitata ed alla invidia che quelle sue notti di passione creerebbero nei quattro bauscia.
