In una casa mezza decrepita ed abbandonata alle incurie del tempo e delle stagioni, in un vicoletto stretto ed umido, che terminava direttamente sulla parte sabbiosa della spiaggia, a due passi dal mare, un vecchio, seduto su una panca, fumava stancamente un mezzo toscano. Di sott’occhi, guardava il nipotino che sulla spiaggia rincorreva allegramente una farfalla, saltellando qua e là, tra le barche messe lì, al sole, sulla riva, quasi fossero persone vive, stanche dopo una lunga attività lavorativa, in paziente attesa di ritornare a solcare il mare. La pelle del vecchio, segnata dal tempo e bruciata dal sole di troppe stagioni, contrastava con il colorito pallido del bimbo. “Eh sì – rifletteva il vecchio, seguendo distrattamente con lo sguardo gli anelli di fumo del suo toscano – si vede anche da questo che è un bimbo di città”. Del resto, quella era stata la strada da lui stesso indicata al figlio tanti anni prima. Ricordava ancora le parole pronunciate all’ora: “Tu devi studiare, devi imparare a leggere e scrivere, devi diventare dottore, non ammazzarti di lavoro come noi sul mare, dal tramonto all’alba”, e che nodo in gola quando l’aveva accompagnato alla stazione perché partisse per il collegio in città, e poi le attese, i progetti, l’ansia di vederli realizzarti, i primi successi scolastici ed infine la laurea.
Che gioia poter parlare all’osteria davanti ad un bicchiere di vino, tra una partita e l’altra a briscola, del suo figlio “dottore” che abitava in città, dove aveva una bella casa con tanto di cameriera, uno studio avviato e dove faceva una bella vita. Taceva invece, davanti agli altri, il fatto che lo vedeva sempre meno, perché il figlio era sempre oberato di impegni. Proprio in quel momento che, con la morte della moglie, la solitudine si era fatta sempre più forte fino a sembrare, certe sere al tramonto, che gli spezzasse il cuore, si lasciava andare ai ricordi, riviveva così i momenti passati, felici tanto che i ricordi erano diventati attimi sempre più consistenti nella sua giornata. Si rivedeva bambino quando, dopo il tramonto, aspettava con impazienza insieme ad altri suoi coetanei che le donne interrompessero la dolce nenia del rosario, affinché iniziassero i racconti dei vecchi: fiabe bellissime di mondi lontani, irraggiungibili, dove i pescatori tornavano dal mare con le reti stracolme di pesci di tutti i tipi, per loro e per tutte le famiglie della marina, dove i pesci si animavano e rappresentavano storie di tempeste, di pirati, di tesori in fondo al mare e lui si addormentava beatamente al suono di queste parole. Come era diversa la realtà! Il lavoro di pescatore era faticoso, interminabile, dalla sera alla mattina. Era dura la vita del pescatore. Spinto da una grande passione per il mare e per il pesce, chi sceglie questa professione si trova a dover sacrificare buona parte del proprio tempo libero e i propri affetti: “colpa” delle tante ore trascorse in barca e della necessità di riposare nelle poche ore residue. Quando le persone pensano al mare, si immaginano le vacanze, il sole, i bagni. Invece per il pescatore il mare significa fatica, significa lavorare sotto la pioggia, al freddo e con condizioni meteorologiche avverse, a ritmi molto intensi. Per fare il mestiere di pescatore ci vuole tanta passione. Il profitto per il pescatore arriva solo con la vendita della merce, del pescato. Questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. Si viveva, quindi, di quanto dava il mare, legati a lui da un filo sottile ma indissolubile, fatto di sudore e di lacrime, di amore e di odio, di preghiere e di rabbia. Ma il tempo passa, si diventa vecchi, non si è più in grado di andare a lavorare, magari ci si rende conto di essere un po’ inutili, di essere quasi di peso ed allora a volte, si desidera morire. Tristemente, il vecchio chinò il capo, mentre due grosse lacrime scorrevano lungo le sue guance furtivamente arginate da un fazzoletto a scacchi che teneva in mano. Non voleva che il nipotino, che ancora stava giocando tranquillo, lo vedesse così, voleva che conservasse un ricordo felice di quelle giornate al mare, di quel suo nonno pescatore che non voleva andare ad abitare in città con loro, che voleva restare laggiù a morire, come diceva lui, fino all’ultimo legato a quel mare che aveva amato ed a volte odiato, ma che aveva accompagnato le stagioni della sua vita.
