seconda e ultima parte
“Pelliccia dura che salva la vita, se mi accarezzi ti pungi le dita. Se mi minacci mi chiudo e mi arriccio non puoi sbagliarti. Io sono il riccio”

Suona così una simpatica filastrocca per bambini, raccontando del riccio e dei suoi aculei. Gli aculei sono peli modificati, rigidi e cavi, composti di cheratina, e servono al riccio per difesa, offesa e protezione. Ogni aculeo è dotato di un muscolo che ne permette l’erezione in caso di spavento, eccitazione e pericolo, e si restringe vicino al follicolo; questo gli permette di assorbire meglio gli urti. Gli aculei, infatti, servono al riccio sia come ammortizzatori naturali in caso di caduta accidentale, sia come vero e proprio scudo quando viene minacciato, appallottolandosi su se stesso e proteggendo in tal modo il ventre altrimenti scoperto e vulnerabile.

“Il riccio fa talmente pensare al guscio delle castagne, che si direbbe che sia uscito da lì come un pulcino dall’uovo” Fabrizio Caramagna. Negli esemplari adulti la lunghezza degli aculei è di circa due/tre centimetri e sono in un numero generalmente intorno ai 5000, ma possono arrivare anche a 6000 o più. Quanto ad abitudini di vita, il riccio è un piccolo mammifero notturno; questa sua disposizione non è tanto legata ad una necessità di difesa o salvaguardia, che gli è garantita sempre e comunque dagli aculei, quanto piuttosto ad un adattamento alimentare legato al fatto che le sue prede sono reperibili soprattutto durante la notte. Il riccio, nonostante il suo aspetto tozzo e goffo, è un agile camminatore e un ottimo nuotatore. Ha un’andatura abitualmente lenta e si muove a una velocità media di circa 110-220 metri all’ora, ma in corsa può raggiungere anche picchi di nove chilometri orari.

Il riccio durante il giorno si riposa e dorme nascosto nella sua tana ed esce poi di notte alla ricerca di cibo, percorrendo tragitti abituali. I mammiferi di questa specie in una notte arrivano a percorrere da uno a tre chilometri. Il loro territorio di caccia è piuttosto esteso e, mentre il maschio si muove in zone che possono estendersi da 30 a 100 ettari, coprendo quindi superfici importanti che vanno da 300 mila metri quadri ad un chilometro quadrato, le femmine, invece, hanno campi d’azione più piccoli che non superano generalmente la decina di ettari ed inoltre si muovono anche più lentamente rispetto al maschio. I ricci che vivono in ambienti aperti di solito si muovono di più rispetto agli individui della stessa specie che hanno come habitat aree boschive o comunque più riparate; curioso è il fatto che il riccio durante la stagione estiva cambi spesso la propria tana, anche fino a 20/30 volte.

Il riccio è un animale notturno e solitario che non manifesta comportamenti territoriali e dorme in nidi poco profondi che costruisce con foglie e ramoscelli. I ricci possono condividere i loro rifugi con altri esemplari della stessa specie ma mai contemporaneamente; sebbene, come già detto, non mostrino aggressività verso i propri simili, tendono comunque a marcare il limitare dei luoghi condivisi attraverso la “comunicazione ferormonale”, per mantenere i loro spazi e le giuste distanze.

“La temperatura è già bassina, l’aria è fresca la mattina, non è facile trovare tante cose da mangiare. Mi preparo un bel lettuccio per restare un po’ al calduccio, sono proprio assonnato, l’autunno è ormai arrivato” – “Il riccio assonnato”, filastrocca di Rita Sabatini.
Durante i mesi invernali, o meglio da ottobre ad aprile, il riccio va in letargo utilizzando la “strategia del sonno”, la condizione biologica dell’ibernazione, per sopravvivere durante i periodi più freddi dell’anno, riducendo al minimo le proprie funzioni vitali. Il battito cardiaco e la respirazione rallentano, il metabolismo e la temperatura corporea si abbassano notevolmente; condizioni queste necessarie per il riccio, come per gli altri animali che affrontano il letargo, a superare il periodo di quiescenza più o meno profonda. Il riccio, come ogni altro animale che va in letargo, si prepara per superare i mesi più rigidi dell’anno raccogliendo muschio e foglie secche in quantità necessaria per crearsi un giaciglio quanto più comodo ed accogliente possibile, ed accumulando riserve di cibo necessarie ad affrontare il digiuno del periodo di quiescenza.

Il riccio comune è un animale onnivoro ed ha una dieta molto variegata; si nutre principalmente di insetti, lumache, lombrichi, ragni, scorpioni, piccoli anfibi, rettili, uova di uccelli che nidificano a terra, ma si ciba anche di vegetali come funghi, bacche, frutta, ghiande, e, in caso di estrema necessità, anche di foglie. Il riccio non disdegna neppure di nutrirsi di piccoli mammiferi, in particolare di topi, dei quali è considerato uno spietato cacciatore.
“Il riccetto aveva ancora gli occhi chiusi. E tutta la pelle rosa, senza peli. Gli aculei erano bianchi e morbidi, un po’ scomposti. Si alzavano giusto dietro le orecchie e proseguivano rivestendo tutto il dorso. È nato forse due o tre giorni, pesa solo venticinque grammi” scrive Massimo Vacchetta nel suo libro “25 grammi di felicità”.

La gestazione del riccio comune può durare da 40 a 50 giorni, con una media di 35/40 giorni, ed il numero dei piccoli, ad ogni parto, può variare da uno a nove, anche se generalmente nascono tre/sei cuccioli. Il piccolo di riccio nasce con la pelle completamente nuda e rosa, con gli occhi e le orecchie chiuse ed un peso piuma intorno ai dieci grammi, anche se può arrivare fino a 35. Il cucciolo alla nascita è già provvisto di aculei, ma bianchi, morbidi e nascosti sotto la pelle per non ferire la madre durante il parto, ed il loro numero è intorno al centinaio. Un paio di giorni dopo il parto, gli aculei presenti alla nascita sono sostituiti da altri più robusti e scuri, ed anche il colore della pelle cambia, e da rosa diventa grigia; gli aculei diventano infine “adulti”, forti e pungenti nel giro di alcune settimane. L’ Unione Mondiale per la Conservazione della Natura “IUCN”, ritiene che la popolazione europea del riccio comune sia al sicuro dal rischio di estinzione; la popolazione italiana è addirittura considerata abbondante e non esistono evidenze di declino importante in nessuna zona del loro ampio areale. Negli ultimi anni, un problema importante per il riccio è rappresentato, in maniera indiretta, dall’utilizzo massiccio di pesticidi, poiché questi, in quanto tossici, nuocciono e spesso portano alla morte per avvelenamento le sue prede. In passato il riccio è stato oggetto di caccia, che peraltro era molto praticata, mentre oggi è vietata per legge a tutela della specie.

Da tempo, in Italia, non solo è vietata la caccia, ma anche la cattività. L’unica specie di riccio che si può tenere in cattività ed allevare come animale da compagnia è il riccio pigmeo africano “Atelerix albiventris”. Anche il riccio comune con le sue caratteristiche particolari ed uniche è, come qualsiasi animale, un esempio straordinario della bellezza della Natura; è un piccolo mammifero che ispira tenerezza e simpatia, e, pensando alla sua dolcezza, chiudo questo articolo a lui dedicato con le belle parole di Fabrizio Caramagna che mi strappano un sorriso, quasi sognante, ogni volta che le leggo.
“Il riccio. I suoi occhi sono come una goccia di silenzio e i suoi aghi sono piccole punte che cercano di toccare il cielo”.
