seconda parte
Quando, alle 22 e 39 della piovosa serata del 9 ottobre 1963, mezza parete del monte Toc si stacca e viene giù, non si tratta dell’evento franoso “rilevante ma gestibile” che gli ingegneri della diga avevano previsto. No. Quella sera succede qualcosa di completamente diverso. Invece di qualche decina di milioni di metri cubi di roccia che erano stati accuratamente calcolati come destinati a staccarsi e a scivolare lungo il crinale alla velocità di pochi metri al secondo, il pezzo di montagna che collassa e si riversa nell’invaso creato dalla diga, ha un volume di 270 milioni di metri cubi e si muove molto, ma molto, più rapidamente di quanto fosse prevedibile, cioè a oltre 30 metri al secondo. È come se la mano di Dio, quella sera, avesse staccato dalla montagna l’equivalente roccioso di circa 100 piramidi di Giza, le avesse accatastate insieme, e poi spinte giù lungo il declivio del Toc per 250 metri alla velocità di circa 110 chilometri orari. Questi numeri ⎼ insieme a tutti gli altri che verranno ⎼ cristallizzano una dimensione puramente tecnica del disastro del Vajont, ma non dicono assolutamente nulla sulle sue reali proporzioni, almeno fino a quando non capita di camminarci sopra e di esserne circondati, ma senza saperlo.

L’arrivo
Ad un certo punto della salita che da Longarone porta alla diga, costeggiando il monte Salta, c’è una curva piuttosto stretta verso sinistra, preceduta da un semaforo. Superato quello si entra in una stretta galleria con le pareti di roccia nuda. Una serie di ampie “finestre” ad arco consentono alla luce di illuminare questo spettacolare tratto di strada, e lo fanno somigliare ad una specie di terrazzo porticato carrabile. Le ultime aperture sono affollate da chi ha deciso di salire al Vajont con le due ruote o a piedi. Sono tutti con la macchina fotografica in mano, perché è solo da lì che si può fotografare la grande diga quasi frontalmente e da una distanza talmente ravvicinata che sembra quasi di toccarla. Ma essendo in macchina non ho questa possibilità. Mi riservo di scendere a piedi più tardi, a fine visita, prima di intraprendere il viaggio di ritorno.
Un centinaio di metri dopo la galleria c’è un piccolo parcheggio. Da lì si deve tornare indietro a piedi fino ad un casotto in legno che fa da biglietteria e punto di ritrovo tra il pubblico e le guide. Il sito, infatti, è di proprietà dell’Enel e vi si può accedere solo tramite visita guidata. Gli altri del gruppo di cui faccio parte stanno arrivando alla spicciolata e la guida ancora non si vede, quindi ne approfitto per guardarmi intorno. Cerco di allineare la mia conoscenza topografica del luogo, appresa dai documentari e dalle foto, con il paesaggio che mi circonda, ma senza troppo successo. Davanti a me, ma più in basso, vedo la parte posteriore della diga. Sarà la lontananza, ma non sembra poi così imponente. Con i suoi 262 metri di altezza ⎼ praticamente come cinque Statue della Libertà messe l’una sull’altra ⎼ quella del Vajont è, a tutt’oggi, la diga a doppia curvatura più alta del mondo, ma da quanto posso valutare, essa si erge dal terreno per molto meno. E questa è la prima cosa a sorprendermi. Poi c’è il Monte Toc.
Da quella posizione, vale a dire a ridosso della diga e guardando verso valle, lo dovrei ammirare alla mia sinistra, imponente e trasfigurato. Invece la maggior parte del mio campo visivo in quella direzione è occupato da una altura ricca di vegetazione. Al di là di essa, ma apparentemente lontana chilometri, spunta la vetta del Toc e, appena sotto, una piccola zona completamente brulla, apparentemente liscia e bianca splendente, che dovrebbe delineare la porzione di montagna franata quella maledetta notte. Ma è tutto inspiegabilmente sotto dimensionato rispetto a quello che mi ero prefigurato. Non c’è traccia della gigantesca macchia bianca a forma di “m”, fatta di lastroni di roccia calcarea stratificata, portata alla luce dal crollo del versante nord-est del Toc. Sapevo che il fronte franoso era lungo quasi due chilometri, quindi avrebbe dovuto riempire tutto il mio arco visivo, ma non è così. Quindi mi appoggio alla ringhiera che dà sul piccolo strapiombo sottostante e che corre lungo tutto il tratto di strada che dalla fine della galleria porta al primo parcheggio, in uno stato di leggero disorientamento. Ed è qui che un piccolo particolare, che noto solo adesso, mi scaraventa nel baratro della realtà di quello che è stato e che, tutt’ora, rappresenta il Vajont per un cittadino di questo paese. Attaccati al corrimano della ringhiera, uno accanto all’altro, ci sono dei piccoli rettangoli di tessuto, ognuno dei quali riporta il nome di un bambino. Sono i bambini morti quella sera.
Percorro con lo sguardo tutta la ringhiera e mi accorgo che è piena di questi piccoli fazzoletti con le scritte colorate ormai sbiadite. Sono centinaia. È una cosa terribile da vedere, così tutti in fila, tutti uguali, come piccole lapidi al vento di un cimitero militare, senza un volto, una parvenza di fattezza, con la sola indicazione del nome e dell’età al momento della morte.
Mi assale un dolore indicibile, e devo asciugarmi qualche lacrima. Lo faccio con un gesto istintivo, rapido e furtivo, come se mi vergognassi di aver ceduto all’emozione. Ma non c’era niente di cui vergognarsi allora, così come non ho niente di cui vergognarmi adesso, mentre verso le stesse, identiche lacrime, scrivendo di quelle bandierine e della brezza che le agita, lassù, lungo la strada che porta ad un altro Vajont: il mio.
continua…
