Certo siamo ad un diverso livello rispetto ai carnevali più famosi d’Italia come Viareggio o Venezia ma anche il territorio lodigiano vanta tradizioni carnevalesche che affondano le loro radici nel tempo.Fino a pochi anni fa c’era quella di “bruciare” l’immagine del Carnevale, atto che aveva un significato liberatorio e di evasione dalle angustie quotidiane ma che assumeva anche i connotati di un rito propiziatorio per la fertilità della terra e per la prosperità della casa. Si trattava di una cerimonia che prendeva l’allestimento di un grande fantoccio fatto di stracci riempiti con foglie secche di granoturco, che veniva issato su una catasta di legna. Si appiccava poi il fuoco e intorno al falò bruciante tutti (bambini, giovani, adulti) ballavano ed intanto cantavano in coro una filastrocca di addio all’inverno ed alla brutta stagione che ripeteva “Carneval el và, Pasqua la vegn” (Carnevale se ne va, arriva Pasqua).

Altra tradizione era quella della solitaria maschera, popolarmente denominata “l’umon”, che a piedi percorreva il tratto di strada tra Orio Litta e Livraga, facendo quindi il giro del paese. Una manifestazione che in qualche modo percorreva la tradizione di Livraga come “piccola Viareggio della Bassa” per la ricchezza delle sue sfilate.

Ricordiamo infine che anche il Lodigiano ha una sua maschera, anche se meno nota di Arlecchino, Balanzone o Pulcinella: si tratta di Pampaluga o Pampalughin, nato a Lodi agli inizi del Novecento grazie al burattinaio Arnaldo Cefis che presentò questo personaggio nel suo teatrino, che aveva sede nelle immediate vicinanze di Corso Roma. Si tratta di un contadino dall’aria tonda al tempo stesso arguto e scaltro come il più noto Bertoldo. Durante il Carnevale non c’era casa ricca o povera dove mancasse l’allegria con degustazione di frittelle, vino nuovo, canti e quattro salti di ballo.
Nelle stalle di filatrici aspettavano che i giovani accompagnati dai suonatori, andassero a visitarle. Nelle cascine era consuetudine trasformare in mascherate i racconti che avevano accompagnato i contadini nelle veglie invernali nelle stalle. Mentre le donne erano nelle stalle a cucire, la mascherata, lasciata la nebbia delle strade, entrava, preceduta da un presentatore che diceva a gran voce: “Larghi, larghi, in questa stala, che vegn in den la mascherada…” ( Fate passare il corteo mascherato) .

Venivano poi rappresentati racconti con re, regine, principi, soldati in guerra. In certi paesi della Bassa si tenevano cavalcate e sfilate di carri allegorici, come a Livraga e Codogno, dove si ricordano lo spettacolo raffigurante le gesta degli Argonauti e la rappresentazione della fiera di Sinigallia.
