quarta e ultima parte
Molte lingue dei segni hanno mezzi linguistici per esprimere la categoria linguistica della evidenzialità, non diversamente dalle due lingue orali sopra ricordate, entrambe non indoeuropee. Anche la LIS grammaticalizza questa categoria linguistica e il morfema è proprio il grado di apertura degli occhi (associato all’Impersonamento, in cui il corpo del segnante è usato come classificatore). È questo uno dei diversi dati che trovo di interesse teorico: una categoria linguistica la cui grammaticalizzazione appare crosslinguisticamente rara, più frequentemente veicolata attraverso la comunicazione non verbale, il cui significante è lo stesso utilizzato nelle lingue dei segni. L’interesse è accresciuto dal fatto che tale categoria linguistica svolge funzione pragmatica: l’espressione della fonte di informazione è infatti un elemento potenzialmente cruciale nel processo di continuo bilanciamento tra i propri desideri e quelli dell’interlocutore che, come si sa, influenza l’andamento dell’interazione dialogica.
IP, che indaga le espressioni degli occhi in quanto aspetti propri della produzione verbale (analogamente a quanto fanno i linguisti che indagano le variazioni intonazionali con funzioni linguistiche) porta pertanto alla luce categorie linguistiche non sempre trasparenti all’analisi linguistica. Il suo lavoro svolge dunque un ruolo euristico, un po’ come lo studio di lingue non indoeuropee che hanno portano alla luce “nuove” categorie grammaticali rispetto a quelle presenti nelle lingue indoeuropee, rese opache dal filtro della grammatica greco-latina. Tra le prime, l’ergativo. Nella Tabella 8, una sorta di Thesaurus, “Entrate lessicali dello sguardo”, nella casella del tipo di significato “Informazione. Scopi sulla mente del mittente”, troviamo che il significato è “Questo è sorprendente” e il suo optema “Guardare il parlante con sopracciglia alzate”. Il pensiero va ad alcune particelle che, in giapponese e in coreano, poste in finale di frase, significano “questo è qualcosa che ti sorprenderà”.
Nel suo Occhionario, IP coglie relazioni lessicali sistematiche, quale, ad esempio, la polisemia, individuando casi di significati diversi associati a una stessa area semantica e veicolati da un’unica forma. Molti sono i casi polisemici in cui alcuni segnali si realizzano come segnali distinti riconducibili a uno stesso campo semantico attraverso legami di tipo componenziale o attraverso legami di tipo inferenziale. Ad esempio, in un caso, il componente semantico alla base del sottoinsieme è rappresentato dall’innalzamento delle sopracciglia che porta con sé il significato di “informazione nuova e imprevista”, presente nella composizione semantica dei segnali cui si associa; in un altro caso, l’ aggrottamento delle sopracciglia, in origine un movimento che collabora con l’azione di mettere a fuoco per vedere meglio (e, quindi, per comprendere meglio, come ci testimonia il greco οιδα (ho visto e dunque “so”), con il significato di “concentrazione”, da cui attraverso relazioni di vario tipo, anche antonimico e/o iponimico, significa “incomprensione” o “disaccordo”. Casi come questi (in cui le variazioni dello sguardo per scopi comunicativi è un tipo di iconicità in cui l’espressione rispecchia il contenuto) mi sembra possano avere qualcosa a che vedere con le cosiddette “metafore visive”, individuate prima nell’ASL e poi nella LIS. Penso ai gruppi di segni con significati variamente vicini che presentano la stessa configurazione e che possono manifestarsi in maniere differenti, con variazioni allofoniche. È una modesta ipotesi che lascio valutare a chi è sicuramente più esperto di me. Per tornare al lessico, dunque, si presentano anche casi di segni sinonimici, con slittamenti semantici ancora di tipo inferenziale, dove, come accade, è il contesto che disambigua. Una dettagliata e precisa descrizione del lessico che mette ordine nell’apparente caos, dove un determinato “atto motorio” significativo viene esteso (anche attraverso meccanismi metaforici e metonimici) e, entrando in altri contenuti, mostra come quella “indeterminatezza semantica” (o estensione del significato), riconosciuta quale aspetto fondamentale delle lingue vocali, sia presente anche in questo micro-lessico. Basta saper cercare.
Per concludere. Le LS e le LV sono supportate da un unico sistema cognitivo (e gli studi clinici soprattutto su pazienti afasici attestano, unitamente alle neuroimmagini, un coinvolgimento dell’emisfero sinistro nella loro elaborazione); la gestualità manuale e non manuale, unitamente agli elementi soprasegmentali prosodici, sono parte integrante dell’atto comunicativo e sono essenzialmente veicolo di informazione pragmatica, che sappiamo elaborate prevalentemente dall’emisfero destro. Compatibilmente con i necessari caveat delle conclusioni affidabili agli studi di neuroimmagini, alcuni studi che evidenziano l’attivazione di un network cerebrale comune a parola, segno, gesto (un network che processa le azioni motorie dotate di significato, sia gestualmente che vocalmente articolate) potrebbero supportare l’ipotesi della condivisa funzione semiotica dei tre sistemi e di un’attribuzione più vasta dei ruoli svolti dalle cosiddette “aree linguistiche canoniche”: un sistema generale modalità-indipendente che supporta la comunicazione simbolica. Del resto, l’onnipresente coesistenza, nella comunicazione vocale, di gesto e prosodia, pur nelle ovvie differenze cross-linguistiche e culturali, nelle LV, e l’esistenza delle LS, anch’esse con ricorso a elementi soprasegmentali funzionalmente confrontabili, candida al rango di universali comunicativi il gesto coverbale quale risulta nella sua ricchezza formale e semiotica offertaci da IP. Penso soprattutto agli elementi cosiddetti paralinguistici. Penso in particolare all’intricato impacchettamento di funzioni pragmatiche, spesso delegate a elementi extralinguistici e a elementi prosodici, con funzioni paragonabili proprio a quelle che anche nelle LS sono svolte per lo più da gesti non manuali, quindi sovrasegmentali. Colgo una funzione molto importante dello sguardo, così come ci viene presentato da IP, assimilabile alla prosodia frasale, e ciò soprattutto nella segnalazione dell’organizzazione della struttura tematica e della struttura delle conoscenze: Tema e Rema, Dato e Nuovo sono infatti accompagnati da configurazioni precise dello sguardo. Configurazioni dello sguardo che entrano anche nell’accompagnamento delle frasi interrogative, nell’organizzazione gerarchica delle frasi e, infine, nella segnalazione di meccanismi pragmatici di coesione testuale, con funzione anaforica, deittica e logoforica. Ciò che colpisce (e che non credo casuale) è il dato che allo sguardo, con la complessità dei suoi parametri formazionali, sono consegnate queste stesse funzioni in molte LS, tra cui sicuramente la LIS. Dunque, si potrebbe pensare che il maggior coinvolgimento dell’emisfero destro (l’emisfero “pragmatico”) nell’elaborazione del linguaggio per le LS rispetto alle LV, trovi la sua ragione nella maggiore funzione pragmatica intrinseca e non solo nella tipologia della sua realizzazione fisica, proprietà condivise, entrambe, dalla gestualità coverbale; coerentemente con l’antagonismo, nell’elaborazione delle LV, tra parola (simbolo vocale) e prosodia (simbolo paralinguistico), riconosciuto come connesso alla loro distinzione funzionale, meno pragmatica o più pragmatica. Lo stesso Chomsky, dedito allo studio dell’aspetto formale del linguaggio, programmaticamente disinteressato all’aspetto semantico e comunicativo (riconoscendo, come è noto, che il linguaggio naturale ha solo una sintassi), recupera in qualche modo la semantica e la recupera come pragmatica, intendendo con essa come la struttura formale “viene effettivamente usata in una comunità di parlanti”: richiamo esplicito al “linguaggio in uso”.
Concludo con una considerazione sulle potenzialità che il lavoro di IP offre anche in ambiti diversi. Lo studio e l’osservazione del comportamento sono da sempre oggetto anche della psicopatologia e della psicologia clinica. Da un lato la fenomenologia classica descrive le pieghe depressive del volto (segno di Veraghut), lo sguardo basso del depresso, la rigidità mimica dello sguardo, dall’altro nuove metodologie di indagine hanno aperto nuove finestre sul comportamento. L’analisi delle caratteristiche della voce, ad esempio, permette di identificare i pazienti depressi, mentre la dilatazione pupillare accuratamente misurata con strumenti acconci permette di rilevare il grado di stress. La creazione di un Occhionario, dunque, potrebbe aprire un nuovo spiraglio nell’osservazione clinica, fondandola su basi più empiriche. L’Occhionario normale diventa la base alla quale confrontare un possibile Occhionario patologico nei pazienti con disturbi mentali. In questa cornice, ancor più interessante, in relazione alle suddette valutazioni con le neuroimmagini, è l’alterazione dei meccanismi di comprensione degli sguardi in individui come gli ansiosi sociali o gli autistici che mostrano alterazioni della normale processazione del volto e dello sguardo.
