Anita Pistone è una giovane cantautrice toscana. Nata in una piccola provincia, porta con sé una voce destinata ad andare lontano: riconoscibile, profonda, capace di trasformare le fragilità in racconto. Nei suoi testi convivono introspezione, sincerità e un’urgenza emotiva che non cerca scorciatoie. Con il suo primo singolo, disponibile su tutte le piattaforme di streaming, Anita sceglie di partire da una ferita autentica: la fine di un’amicizia importante. Un debutto che non grida, ma resta.
Il tuo nuovo singolo racconta un’amicizia finita male. Quando hai capito che questa storia doveva diventare una canzone?
Ho capito che doveva diventare una canzone quando le parole non bastavano più. Sentivo il bisogno di mettere in musica quel vuoto che mi aveva lasciato. Scrivere di un’amicizia spezzata è diverso dal raccontare una fine amorosa.

Cosa ti ha messo più in difficoltà nel trasformare questa esperienza in musica?
È stato difficile perché nell’amicizia c’è una fiducia quasi “sorella”. Raccontare quel tradimento è stato più doloroso che scrivere di un amore. Il videoclip aggiunge un livello narrativo molto forte al brano.
Quanto c’è di autobiografico nelle immagini che vediamo?
C’è tanto di me. Ogni scena è un frammento reale, solo leggermente velato. Le immagini raccontano ciò che le parole non riuscivano a dire. Nel video il silenzio, gli sguardi e le distanze sembrano parlare quanto le parole.
Che ruolo ha il non detto in questa storia?
Il non detto ha un peso enorme. A volte fa più rumore un silenzio di mille parole.

Pensi che le amicizie, soprattutto in giovane età, possano lasciare ferite più profonde degli amori?
Assolutamente sì. Le amicizie vere ci crescono dentro. Quando si rompono, il vuoto è più profondo. Questa canzone sembra parlare di perdita, ma anche di consapevolezza.
Cosa hai imparato da questa amicizia finita?
Ho imparato a non idealizzare le persone. E a capire quando è il momento di lasciarle andare, anche se fa male.
Se potessi riascoltare oggi il brano come semplice ascoltatrice, quale emozione vorresti arrivasse prima di tutte?
Vorrei che arrivasse la nostalgia, quella dolce-amara che fa riflettere e un po’ fa male.

Quanto è stato terapeutico per te scrivere e poi “lasciare andare” questa storia attraverso un videoclip?
È stato liberatorio. Come chiudere un cerchio. Mi sono sentita più leggera.
Ti è mai capitato di avere paura di esporti così tanto, soprattutto all’inizio del tuo percorso artistico?
Sì, la paura c’era. Ma mi sono detta: o mi racconto davvero, o non ha senso.
Che tipo di Anita incontriamo oggi in questo singolo: più fragile o più forte?
Un’Anita più forte, perché ha scelto di non restare in silenzio.
A chi senti di dedicare davvero questa canzone?
La dedico a entrambe: alla persona che ho perso e a quella che sono diventata dopo.
Cosa speri che chi ascolta il brano e guarda il videoclip porti con sé?
Spero che si sentano meno soli, che trovino nelle mie parole uno specchio.
Dopo questo singolo, senti che la tua scrittura sta cambiando? In che direzione stai andando artisticamente?
Sì, sto andando verso una scrittura più sincera, più intima, meno costruita.
Se dovessi descrivere questo brano con una sola parola, quale sarebbe?
Crescita. Perché ogni ferita insegna qualcosa.
