prima parte
Il Friuli Venezia Giulia e il Veneto sono le regioni di frontiera del nord-est italiano. Sono ricche di storia e cultura, come tutte le altre regioni del paese, del resto. Ma un segmento importante del loro recente percorso storico culturale è intriso di storie segnate dal lutto e dal dolore. Per alcuni versi, si può sostenere che questa zona d’Italia sia una sorta di sacrario a cielo aperto. Due guerre mondiali e due terribili catastrofi naturali hanno seminato morte e distruzione tra le montagne e lungo le vallate di queste due grandi regioni. In un arco di tempo che va dalla prima guerra mondiale alla seconda metà degli anni ‘70 del secolo scorso, una moltitudine di uomini, donne e bambini è stata precocemente strappata alla vita da quei tragici eventi, e ancora oggi lo spettro di questo gigantesco tributo di anime aleggia, senza pace, su quei luoghi. Sulle brulle alture del Carso, o lungo le sponde del Piave, dell’Isonzo e del Tagliamento, si sono combattute alcune tra le più cruenti battaglie di tutti i tempi, e i giovani soldati di entrambi gli schieramenti che vi hanno trovato la morte, durante i due conflitti mondiali, sono stati quasi 600 mila.
Trent’anni più tardi, nella vallata a ridosso delle Alpi Giulie, verso le 9 di sera del 6 maggio 1976, ad una decina di chilometri sotto i piedi degli abitanti dei comuni di Gemona e Artegna, la terra comincia a tremare con inaudita violenza, toccando i 9,5 gradi della scala Mercalli, e i 6.5 della Richter. La forza distruttrice di questo sisma devasta un’area di ben 5.700 chilometri quadrati. È il terzo sisma più potente mai registrato in Italia dall’inizio del ‘900, fino a quel momento, e il settimo di sempre. La scossa principale dura circa un minuto, rade letteralmente al suolo 18 mila edifici, e ne danneggia, più o meno gravemente, altri 75mila, provocando 990 morti, 3mila feriti, e quasi 200mila sfollati. Sempre in quei luoghi, una natura non ancora del tutto sazia, concede un terrificante bis il 15 settembre, con una nuova, potentissima scossa, che aggiunge altra distruzione a quella che si stava faticosamente cercando di cancellare, e altre lacrime ai fiumi già versati solo pochi mesi addietro. Ma lo sciorinamento simil liturgico dei numeri legati ad un qualunque evento catastrofico, pur sommamente efficace ai fini di una rappresentazione immaginifica da parte di chi non l’ha vissuto direttamente, o lo ha visto indirettamente attraverso le immagini, è una pratica fine a sé stessa, atta al mero soddisfacimento della macabra tendenza umana al voyeurismo, se non accompagnata da una contestualizzazione, anche minima, di carattere storicosociale.
Ed è proprio da questo punto di vista, al di là dei numeri di per sé spaventosi, oltre ogni comune capacità di comprensione, che l’immane tragedia del Vajont, accaduta tredici anni prima del terremoto del Friuli, acquisisce una valenza che la pone al primo posto assoluto fra tutti i disastri “naturali” della storia italiana.
L’Italia del terremoto del Friuli, pur colpita duramente e sotto shock, è un paese comunque formato, con peculiari stratificazioni economiche, politiche e sociali, e coinvolto in una traumatica “perdita d’innocenza”, a causa di tensioni alimentate da matrici ideologiche contrapposte, che sfociano negli anni bui del terrorismo e, per altri versi, nella stategia della tensione. Quella su cui si abbatte la notizia del disastro del Vajont, invece, è un’Italia in pieno boom economico, attraversata dalla speranza, festosamente rapita dai primi vagiti casti e puri della nascente cultura di massa, tesa a raggiungere le “magnifiche sorti e progressive” coniate dal Leopardi in un suo famoso scritto contro l’abbaglio dello sviluppo.
Con i suoi 1.910 morti, e soprattutto con la sua assurda e terrificante dinamica, la strage del Vajont, perché è di un vero e proprio omicidio di massa che si è trattato, e non di una catastrofe naturale, scuote le coscienze degli italiani, rivelando loro che la repubblica, pur giovane e arrembante, era capace di generare mostri.
Prima del 9 ottobre 1963 il “Vajont” era una mera toponomastica geografica, e identificava un piccolo fiume, che nasceva sulle Alpi Carniche, in Friuli Venezia, attraversava le montagne lungo l’omonima vallata per 25 chilometri, per poi sconfinare in Veneto e confluire nel grande fiume che mormora, il Piave. Dopo quella data il termine Vajont è sinonimo di qualcos’altro.
Io ci sono stato lassù, dove la diga collega il monte Toc al monte Salta, come se fosse una loro propaggine. Lassù, dove quella gigantesca parete di cemento armato con la forma di una vela rovesciata gonfiata dal vento, bellissima e mostruosa, si erge integra e possente sulla vallata sottostante come un dannato dantesco che espìa un peccato di cui, paradossalmente, non ha colpa. Lassù, dove la roccia nuda che ho calpestato, sa parlare ancora a chi è desideroso di ascoltarla.
Io ci sono stato, lassù.
Quello che segue è il racconto della scoperta di un altro Vajont: il mio.
continua…
