terza parte
Ma nel parlare connesso, quello della realtà discorsiva, il passaggio da un punto all’altro del segnale e le variazioni degli indici acustici e articolatori sono di fatto graduali e continui. L’unità segmentabile è di fatto il risultato della cooperazione in parallelo di diversi articolatori (laringe, lingua, velo palatino, labbra) le cui rispettive attività non hanno la stessa estensione temporale e in cui gli attacchi e gli stacchi non sono bruschi, ma graduali, dando luogo a fenomeni di coarticolazione, vasta e pervasiva (cosa che mette in dubbio la stessa validità di prova delle coppie minime, che tuttavia IP non rinuncia a cercare e a trovare), dove la transizione tra la posizione iniziale e finale del percorso articolatorio non mostra alcun segnale di discontinuità. Sono sufficienti pochi banalissimi esempi. Consideriamo le consonanti, le mutae per se non sonant degli antichi: se /n/, viene fatta seguire artificialmente da una vocale non nasalizzata, il risultato percettivo prevalente sarà /d/, perché il riconoscimento della nasalità di una consonante è affidato prevalentemente alle caratteristiche delle vocali adiacenti; una qualsiasi consonante seguita da /i/ sarà articolatoriamente e percettivamente diversa dalla stessa consonante seguita, ad esempio, da /u/. La stessa distinzione tra consonanti sorde e consonanti sonore non è intrinseca al singolo segmento, ma è dovuta al cosiddetto VOT (Voice Onset Time), che è più lungo nelle sorde che nelle sonore. La lunghezza vocalica è determinata dal contesto sillabico di cui è nucleo; e i dittonghi sono bifonematici o monofonematici? Del resto, i molti esperimenti sulla percezione della parola estrapolata dal contesto, linguistico e/o multimodale, ne diminuiscono la comprensibilità. E, dunque, da parte di molti, si propone una prospettiva non segmentale, ma olistica, in cui l’unità linguistica della percezione e della elaborazione è la parola fonologica (e Albano Leoni parla, con immagine suggestiva, di “volto fonico delle parole”) o il sintagma o comunque un’unità significativa colta nel suo essere nel discorso, dunque in una dinamica semantica. E dunque, IP non deve spiegare, ad esempio, il fatto che al parametro dell’apertura delle palpebre è associato a un significato relativo “all’attivazione /non attivazione” dell’attenzione (palpebre spalancate è associato a un significato di “alta attivazione”; palpebre superiori semichiuse al significato di “de-attivazione”).
Il significante delle LV si presenta dunque soggetto a una parziale revisione, sia in merito alla sua natura discreta e segmentabile, sia per il maggior ruolo, nel meccanismo della significazione, delle componenti soprasegmentali come l’intonazione (e paralinguistiche, come i gesti), sia per il non improbabile nesso tra suono e significato, come segnalano le onomatopee, il fonosimbolismo, gli ideofoni (talora ideofeni), di cui molte lingue, soprattutto dell’Africa, tra cui somalo e hausa, sono ricchissime, segnalando come l’iconicità, la bestia nera, per i linguisti, delle Lingue dei Segni, è presente anche nelle lingue vocali. Nell’esperienza quotidiana, in particolare del baby talk, ma non solo, si fa regolare ricorso a modalità iconiche quale l’accelerazione o il rallentamento del ritmo, l’aumento del volume, la ripetizione di parole, l’ordine lineare degli eventi (il veni vidi vici di cesariana tradizione). Le LV non sono estranee al principio organizzatore, semiogenetico, dell’iconicità, da non intendersi, come è ovvio, quale relazione obiettiva tra immagine e referente e ciò neppure nella modalità visiva, dove gesti segni, condividendo più aspetti della realtà fisica, risultano più iconici di una rappresentazione acustica. Il “mostrare” appartiene alla dimensione propriamente linguistica nelle LS e appartiene per lo più al paralinguistico nelle LV. Ma la concezione integrata dell’atto linguistico cambia il quadro, legittimando (anzi, rendendo necessario) l’ampliamento del raggio di indagine e la dimensione della concezione del linguaggio.
In questo intreccio di vocalità, gestualità, iconicità e, anche, sinestesia, si collocano bene le COS (Componenti Orali Speciali) utilizzate dai segnanti nativi LIS. Queste COS si configurano come scelte paradigmatiche, quindi a livello di patrimonio linguistico condiviso: strutturalmente, presentano gli stessi meccanismi formazionali degli elementi sublessicali dei segni manuali, sono ugualmente scomponibili in tratti collegati al significato o in modo percettivamente immediato o in modo più astratto, costituiscono una sorta di processo cinestesico in base al quale si crea una correlazione intersensoriale tra il movimento degli organi articolatori e l’interpretazione di caratteristiche della realtà. Ancora un esempio di semiotica sincretica dell’enunciazione, acustica e visiva, vocale e segnica.
I metodi di analisi di cui IP si avvale sono vari, a partire dal preliminare metodo etnosemantico. Gli abbondanti dati sono pertanto di tipo naturalistico (raccolti con l’osservazione, con la registrazione, con la raccolta di corpora) o variamente elicitati (con domande mirate o altre modalità, tipo questionari), cui si aggiungono i giudizi di “grammaticalità”, di tradizione chomskyana.
L’impresa (o sfida) della creazione di un Occhionario, di un deposito mentale consolidato, è senz’altro riuscita. Prima di procedere al livello semantico-lessicale, secondo la consolidata tradizione linguistica, IP offre un’accurata descrizione dei significanti, procedendo dai parametri formazionali, di cui fornisce un dettagliato inventario e regole combinatorie. Della natura discreta (non continua), cioè della percezione categoriale di tali parametri formazionali, presenta anche prova sperimentale: attraverso un software che utilizza i FAPS (Parametri di Animazione Facciale), modifica gradualmente il valore di un parametro, il cui significato cambia ma non parallelamente alla graduale modificazione del parametro stesso. Combinando le palpebre superiori semichiuse con le palpebre inferiori che si abbassano gradualmente, il significato resta “Sto cercando di ricordare” fino ad un certo valore dell’abbassamento, dopodiché il significato diventa “sono triste”. Non diversamente da quanto accade con i test di discriminazione e identificazione dei suoni linguistici nei quali si somministrano sequenze di stimoli che variano regolarmente lungo un continuum e si chiede ai soggetti di assegnare a ciascuno stimolo l’etichetta fonetica che giudicano opportuna. Ad esempio, se, con strumentazione adeguata, si agisce sinteticamente, all’interno della parola bollo, sul solo suono /b/, riducendone gradualmente la sonorità, si percepisce fino a un certo punto /b/ e da quel punto in poi /p/: non si percepirà cioè qualcosa di intermedio tra l’uno e l’altro, qualcosa che è un po’ meno bollo e un po’ più pollo.
Poggi opera quindi una tassonomia di significati adattivi per la comunicazione, suddivisi nelle tre classi di informazioni 1) sul mondo (come lo sguardo deittico), 2) sull’identità del mittente (se cinese, ad esempio) 3) sulla mente del mittente (cioè sulle sue credenze, i suoi scopi, le sue emozioni riguardo a ciò che sta comunicando). E qui il repertorio è davvero molto ricco. E di questa ricca varietà Poggi fornisce una dettagliata descrizione formale e semantica, raggruppando i diversi significati in campi semantici, ognuno dei quali ulteriormente articolato al suo interno in sottoinsiemi. Relativamente alle “credenze”, ad esempio, i cosiddetti “sguardi epistemici” o “della certezza” ci informano sul grado di certezza di quanto è comunicato (se probabile, se certo, se dubbio, ecc.), svolgendo pertanto la stessa funzione che, nella lingua italiana, ad esempio, è assunta dal modo condizionale e dai cosiddetti “avverbiali di frase” che commentano, appunto, il grado di verità di un’intera proposizione: “probabilmente”, “certamente”, ecc. Agli sguardi epistemici si affiancano quelli adeguatamente definiti “sguardi evidenziali” che corrispondono, nella lingua italiana, ad avverbi quali “apparentemente, evidentemente, visibilmente, palesemente”, che ci dicono qualcosa sulla fonte dell’informazione. Le lingue vocali possiedono talora mezzi grammaticali (clitici, affissi, morfemi, come ad es., il turco con il suffisso -mis, o come la lingua Tariana della famiglia Arawak del Brasile che utilizza la morfologia verbale), ma per lo più, come l’italiano, appunto, ricorrono a elementi lessicali per esprimere la categoria linguistica della evidenzialità, distinguendo fondamentalmente tra fonte diretta e fonte indiretta ( in alcune lingue con ulteriore distinzione al loro interno).
continua…
