prima parte
Gabriele D’Annunzio era convinto che l’uomo dovesse lottare con coraggio e disprezzare la troppa tranquillità. Per questo la Prima Guerra Mondiale fu per lui il momento ideale per far conoscere il suo pensiero e mettersi alla prova come uomo. Nel 1915 Gabriele d’Annunzio è all’apice del successo. Come poeta si è affermato non solo in Italia, ma è famoso anche in Europa. D’Annunzio, conosciuto, anche e soprattutto, come raffinato frequentatore di salotti mondani e seduttore, a cinquantadue anni si fa paladino dell’irredentismo e decide di diventare soldato. Dapprima le autorità cercano d’impedirglielo, adducendo limiti d’età, in realtà perché temevano le sue iniziative temerarie. D’Annunzio è costretto, data la sua non più giovane età, a far intervenire l’allora Presidente del Consiglio Antonio Salandra e il capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna per poter essere richiamato al servizio attivo. In questo modo può rivestire la sua vecchia divisa di tenente di cavalleria, ed essere assegnato al Quartier Generale del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, con amplissime facoltà di poter decidere le imprese in cui cimentarsi. Eccolo quindi diventare fante sul Veliki, marinaio a Buccari, aviatore nei cieli di Trento, Trieste e infine Vienna. Nei quattro anni di conflitto, l’allora più famoso letterato d’Italia prepara e compie azioni di guerra che vanno ben oltre il suo modesto grado militare e che gli fruttano una notorietà immensa, non solo fra i suoi commilitoni, ma anche nelle file del nemico, tanto da costringere il governo austriaco a mettere una taglia sulla sua testa. Certo D’Annunzio è indiscutibilmente bravo, al rientro da ogni impresa, a darne regolare celebrazione col linguaggio immaginifico ed enfatico che contraddistingue la sua prosa, tanto che il suo nome è presto sulla bocca di tutti. E’ ancora lui infatti, prima degli alti comandi, a intuire l’importanza della neonata aviazione nelle sorti del conflitto.

Volare su Trieste con uno dei primi aerei di legno e tela diviene presto il suo pensiero dominante. Unitosi al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un apparecchio contrassegnato dal motto «Iterum leo rugit» (Il leone ruggisce di nuovo), il 7 agosto lancia sulla città manifestini tricolori rincuoranti le popolazioni in attesa: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio». E il 20 settembre è la volta di Trento, alla cui popolazione i volantini lanciati dal poeta proclamano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…». E in seguito vola ripetutamente sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola, insieme con piloti coraggiosi e che non temono il pericolo. A loro ordina di lanciare un grido di sua invenzione, «Eja, eja, alalà», destinato a diventare famoso in tutta Italia.
La sua vita è spesso a repentaglio di queste azioni e la morte arriva anche a sfiorarlo nel gennaio del 1916. Con Luigi Bologna si prepara ad un ennesimo volo su Trieste, nonostante il tempo cattivo ed il motore dell’apparecchio non in perfetta efficienza. Ad un certo momento, abbassatosi troppo, l’aereo cozza contro un banco di sabbia, nei pressi di Grado. Il poeta è sbalzato dal sedile, nella caduta va a battere l’occhio e la tempia destra contro la mitragliatrice di prua. Sviene. Ricoverato, vorrebbe riprendere parte all’azione, subito, senza sottoporsi alle cure opportune. Ma la vista peggiora, l’occhio destro è perduto: per non perdere anche quello sinistro, deve stare in assoluto riposo. Nel periodo di convalescenza è forzatamente costretto a letto, in quel periodo compone su dei cartigli e completamente bendato uno dei suoi capolavori: il Notturno. Pur con l’occhio destro ormai perduto per sempre, Gabriele d’Annunzio, il 13 settembre, si getta al bombardamento aereo di Parenzo insieme al pilota Luigi Bologna, il quale, con rara perizia, manovra in mezzo alla foschia. La vittoriosa azione dà nuova forza e vigore al poeta, che viene acclamato dai compagni e portato sulle spalle in segno di stima e di affetto. Quest’impresa gli vale la citazione dal Ministero della Marina.

Il 12 maggio 1917, il poeta partecipa alla decima battaglia dell’Isonzo, che deve portare i nostri soldati sulle vette del Monte Cucco e del Vodice e giungere, sfondando le linee nemiche, fino alle foci del Timavo. Qui viene impegnata, il 23 maggio, l’accanita battaglia che prende il nome dal fiume, e nella quale viene messa in atto un’idea nuova proposta dallo stesso D’Annunzio: sostenere coi bombardieri dal cielo l’assalto della fanteria. Gli aerei si levano in volo al momento dell’attacco, sostenendo di fatto i fanti lanciati all’assalto: il 28 maggio la vittoria, pur con molte perdite, arride alle schiere italiane.
L’aviazione si è rivelata elemento essenziale di vittoria. «Compagni, la Vittoria torna sul cielo e vi resta» dichiara il 22 luglio Gabriele D’Annunzio. «Io vi dico che l’arma nuovissima, l’ultima venuta, deciderà le sorti, dividerà il nodo tremendo. Il sospiro della vecchia canzone d’amore diventa oggi il nostro più ostinato grido di guerra: Ali, ali, ali!». E con l’aviazione tricolore D’Annunzio compie altre ardite imprese. In agosto, a capo di trentasei velivoli, bombarda a più riprese la base navale di Pola; pochi giorni dopo, si lancia sul cielo del Carso a protezione delle linee italiane che avanzano nella valle di Chiapovano: scende basso sulle linee nemiche e ne torna con l’apparecchio bucherellato e con una leggera ferita al polso, “La morte– sentenzia il poeta soldato- sfugge colui che la cerca”. L’atto eroico gli vale la promozione a maggiore. E’ di nuovo pronto ad una altra impresa.
continua…
