seconda e ultima parte
A Monthléry, alla partenza, la macchina di Campari, che secondo gli ordini di scuderia avrebbe dovuto condurre la gara, ebbe delle difficoltà. Ascari scattò subito al comando, lasciandosi dietro Delage, Masetti su Sunbeam, e le Bugatti. Compiuto un quarto del percorso, si fermò ai box per il rifornimento. Gli venne detto di moderare l’andatura, visto il vantaggio acquisito. Cosa che Ascari, naturalmente, non fece. “Alla curva a grande raggio e in leggerissima ascesa, posta alla fine del 9° chilometro, Ascari toccò il mozzo della ruota anteriore, nella inutile ed insidiosa palizzata, dal colore troppo simile a quello del terreno tutto intorno. Tentò subito, l’abilissimo pilota, di raddrizzare la vettura che – per la nuova direzione – leggermente toccò con la ruota posteriore. Onde, altro lieve colpo di sterzo. E intanto, nel corso dei due secondi – tanti ne occorrono per percorrere 100 metri alla velocità presunta di 180 chilometri all’ora – la staccionata divelta si era venuta ammassando davanti all’assale della macchina sicché questa…piroettava, usciva di strada, sbatteva in aria il pilota, che ricadeva – inerte – sulla pista” (Lando Ferretti, Auto Italiana, 31 luglio 1925). Ascari rimase a lungo, forse mezz’ora, disteso sul bordo della pista. Neanche un medico – uno spettatore italiano – riuscì ad avvicinarsi. Soltanto il dottore del servizio sanitario del circuito fu autorizzato a prestargli i primi soccorsi. Adagiato sull’ambulanza, spirò ad appena un chilometro dal circuito. Al 40° giro, 17 giri dopo l’incidente, Campari, saldamente in testa, si arrestava ai box Alfa Romeo per il rifornimento. Ma, anziché ripartire di velocità per conservare il vantaggio, si toglieva il caschetto, gli occhiali, scendeva lentamente dalla macchina. Fu quel ritiro l’annuncio di morte di uno tra i più grandi, e sfortunati, piloti italiani. Disse Enzo Ferrari : “Noi lo chiamavamo affettuosamente “il maestro”…era un carattere fortissimo, era un uomo dall’attività eccezionale e di vero coraggio…Come pilota Antonio Ascari era estremamente audace e di temperamento improvvisatore; un garibaldino, come noi diciamo in gergo di quei corridori che antepongono il coraggio e la carica emotiva allo studio scrupoloso del percorso, che le curve le indovinano ogni volta, cercando giro per giro di avvicinarsi il più possibile ai limiti di aderenza”.

Alberto Ascari era nato nel 1918, in luglio. Il 26 maggio del 1955 aveva 36 anni, come suo padre Antonio, era stato cinque volte campione d’Italia, due del Mondo e aveva già corso al volante di Alfa Romeo, Maserati, Ferrari e Lancia. Aveva vinto anche numerosi trofei, tra cui la Coppa Trofeo Nuvolari della Mille Miglia del 1954, la Coppa vinta al Nurburgring il 29 luglio 1951 su Ferrari 375 F1 e la Coppa conquistata a Silverstone il 20 agosto 1949 su Ferrari 125 F1. Alberto era per molti “Ascarino”, perchè figlio del pilota Antonio. O anche “Ciccio”, come lo chiamava Gianni Brera per via del fisico non propriamente esile. O ancora – per lo stesso motivo – era “La montagna che respira”. Lo confermò la moglie Mietta al giornalista Nino Nutrizio nell’articolo pubblicato sulla Rivista Pirelli nel 1951, dedicato al riposo dei campioni : “La montagna è di là che dorme, e respira. Buon segno, vuol dire che va tutto bene.”

Domenica 22 maggio 1955, Gran Premio di Montecarlo. Ascari alla guida della Lancia D50 era secondo e stava cercando di superare la Mercedes di Moss, in testa alla gara. Voleva conquistare quella corsa, doveva vincere con la vettura voluta da Gianni Lancia e Vittorio Jano. All’ottantunesimo giro, Moss ebbe un problema al motore e dovette abbandonare la gara. Il pubblico esultò quando vide Ascari arrivare in testa alla gara fuori da tunnel, ma il milanese ebbe una piccola distrazione, arrivò lungo e la sua Lancia finì in mare. Ascari si liberò dalla vettura finita dieci metri sotto l’acqua. Fortunatamente “Ciccio” se la cavò solo con una forte contusione al setto nasale ed un grande spavento. Raccontò in seguito, però, che durante il brevissimo ricovero, a scopo precauzionale nell’ospedale monegasco, venne sistemato nella stanza dove si trovava un radiocronista francese, che nel corso del G.P. era caduto fratturandosi una gamba. L’elemento singolare, fu che costui aveva la stessa data di nascita, con la medesima ora di Ascari.

Alberto era illeso, ma sotto choc, aveva bisogno di ritornare al volante, di lasciarsi dietro quel brutto momento. La mattina del 26 maggio 1955 Ascari era nella sua casa di Milano, con la moglie Mietta. A Monza l’amico Eugenio Castellotti, stava provando la nuova Ferrari 750 Monza. non ancora verniciata di rosso, che, appena uscita dalle officine di Maranello, doveva macinare i primi chilometri in vista del Gran Premio Supercortemaggiore, in programma la domenica successiva. Era un giovedì, all’ora di pranzo. Alberto volle rimettersi al volante. D’improvviso si rivolse a Castellotti, chiedendogli:” Posso fare un paio di giri?” . La richiesta spiazzò un po’ tutti, dal momento che Ascari non era più un pilota del Cavallino e avrebbero potuto esserci dei problemi legati all’assicurazione. Stupì ancora di più sentirlo chiedere a Castellotti il casco e i guanti. Un gesto decisamente inconsueto, perché veniva meno quel rito che aveva sempre accompagnato ogni gara di “Ciccio”. Appoggiava il suo casco al muretto, poi lo guardava, lo rimetteva in un altro modo, poi lo girava, poi accanto metteva i guanti in un certo modo, poi gli occhiali, poi le scarpe e si cambiava. Se per caso un meccanico toccava il suo casco e lo spostava, con quel casco non provava. Era talmente legato ai suoi accessori personali, che nelle acque di Monte Carlo chiese al sommozzatore accorso in suo aiuto di reimmergersi e recuperare il suo inseparabile casco azzurro. Romolo Tavoni, dapprima segretario personale di Enzo Ferrari e poi direttore sportivo della casa di Maranello, racconta che “A Valence in Francia mentre provava il percorso di una gara, un gatto neo gli attraversa la carreggiata, Ascari frena di colpo. Gira la macchina, studia il percorso, torna indietro di 45 chilometri per prendere una altra statale con una deviazione finale di oltre 70 chilometri”. Ebbene, non curante della superstizione, Ascari si calò nell’abitacolo della Ferrari e accese il motore. Completò i primi due giri ad andatura moderata, poi partì per il terzo. Un boato ed infine il silenzio. La Ferrari era alla curva del Vialone, quella che poi diventerà la Variante Ascari. L’autovettura era ribaltata, Ascari morì sul colpo sotto la vettura. Voleva sfidare la maledizione del 26 maggio, ma fu stata più forte di lui.

Sulle cause dell’incidente, non ci fu mai una spiegazione ufficiale. Si parlò di malore, di errore del pilota, di guasto tecnico, fino all’attraversamento improvviso della carreggiata da parte di una persona, che avrebbe indotto Ascari ad un cambio repentino di direzione, con la conseguente perdita del controllo dell’auto, ipotesi maggiormente accreditata. Qualcuno ipotizzò la presenza di un animale in pista (una volpe), ma Romolo Tavoni non ebbe dubbi: “Se un animale si fosse trovato in traettoria Ascari non avrebbe esitato a passargli sopra, e comunque si sarebbero trovate le tracce. Fu un errore, un errore umano, quegli errori, purtroppo fatali, che capitano in momenti particolari”. Invece secondo Giulio Ramponi, che era stato copilota e meccanico capo del padre Alberto, la causa era da ricercare nel fatto che indossava scarpe di tutti i giorni. A rendere più fitto il mistero sono però delle sinistre coincidenze numeriche e que maledetto 26 che non smise di tornare.


