seconda e ultima parte
Cosa dicono le evidenze
La richiesta di aiuto degli africani sulle loro terre, è pienamente condivisibile dal punto di vista umano, ma da dove partire per soddisfarla. Innanzitutto, come diverse indagini hanno dimostrato, anche se apparentemente sembra strano, per aiutarli nelle loro terre, dobbiamo riuscire ad includere al meglio gli immigrati che sono a casa nostra. E’ stato accertato infatti che i soldi mandati a casa dai migranti generano più valore socio-economico degli aiuti per lo sviluppo di tutti i paesi del mondo. Nel 2015 gli emigrati africani hanno mandato a casa 56 milioni di dollari, mentre tutti i paesi del mondo hanno investito in aiuti per l’Africa 48 miliardi di dollari. Come risulta evidente quindi, il primo modo per migliorare le condizioni economiche dei paesi africani di origine è accogliere solo un numero di persone tali da poter loro garantire una sistemazione decorosa ed un lavoro; innanzitutto per loro stessi, in secondo luogo per far loro incentivare il benessere nei loro paesi attraverso il denaro che inviano a casa. Un altro modo per migliorare le condizioni dei paesi di origine ed evitare che la gente sia costretta a partire è sicuramente cominciare a non appoggiare più le dittature. Come abbiamo visto, ad esempio per il Kenya, molti regimi dell’Africa a sud del Sahara, ostentano forme di democrazia che, in realtà risultano essere dittature, le quali, per evitare che il popolo “pensi troppo”, offrono nelle scuole una cultura scarsa ed a pagamento. Inoltre, l’assenza di diritti politico-economici per i poveri, che sono la stragrande maggioranza, è causa della loro “immobilità sociale”, che genera ulteriore miseria e povertà,
La situazione oggi
Da questo mio breve excursus, si comprende che il fenomeno dell’emigrazione risulta molto complesso e assolutamente non circoscrivibile solo con uno slogan pro o contro. Sintetizzando la questione: appare evidente che se, come è giusto, vogliamo essere caritatevoli ed accoglienti, dobbiamo assolutamente essere altrettanto lucidi da capire che, soprattutto per il loro, ma anche per il nostro bene futuro, dobbiamo razionalizzare gli ingressi, aprendo al 100 per cento delle persone che fuggono da guerre o carestie, ma accettando gli immigrati per altri motivi in numero consono alle nostre capacità, che potrebbero essere vagliate annualmente da una commissione di esperti mista tra Ministeri degli esteri e degli interni . Molti purtroppo, per scarsa esperienza in materia o ragioni politiche, non vogliono capire o non si rendono conto che, se non si seguono le linee storico-sociali ed antropologiche che ho precedentemente spiegato, sia in politica interna, sia a livello internazionale, rischiamo di aggravare situazioni politiche già esplosive in molti paesi africani, moltiplicando i disagi ed il malcontento anche nei paesi di accoglienza dove aumenteranno sempre più, in maniera direttamente proporzionale, gli avversi all’immigrazione e la massa di diseredati che, per sopravvivere, dovrà delinquere. Infatti, a causa di politiche superficiali e decisioni errate, negli ultimi due decenni, non siamo riusciti a colmare le difficoltà di integrazione, né le disuguaglianze economiche. La politica del “tutti dentro” ha creato in loro sensazioni di discriminazione e percezione di un ambiente ostile. Fattori come la difficoltà a trovare alloggi adeguati, un reddito inferiore rispetto ai nativi, a parità di mansione e la discriminazione contribuiscono a questa insoddisfazione. Inoltre, anche le seconde generazioni vivono sfide specifiche legate alla loro identità e al loro futuro. Le errate scelte di politiche, irrazionali e pietistiche, assieme alle conseguenti carenze di mezzi, fondi o strutture hanno suscitato in moltissimi immigrati un senso di “rifiuto” della società ospitante che spesso si manifesta in episodi di intolleranza o di violenza.
Al di là delle sue singole espressioni, la presenza musulmana in Europa può essere ormai definita “transnazionale”, nel senso che le sue tendenze scavalcano i confini nazionali, anche se il più delle volte possono essere ricondotte a particolari origini “nazionali”. Peraltro, molte correnti dell’Islam europeo potrebbero anche essere definite come “contro-nazionali”, in quanto sono spesso nate in reazione all’imposizione di una moderna struttura statale o alle pressioni di potenze straniere. Purtroppo le inadeguate scelte di molte società ha impedito il diffondersi del multiculturalismo, che avrebbe potuto arricchire tutti attraverso una diversità di prospettive, culture ed idee che porta sempre, se ben gestita, ad innovazione e crescita. Se ben gestite a livello sociale, esse stimolano l’apertura e la dinamicità, mentre a livello economico, offrono vantaggi competitivi alle aziende attraverso una forza lavoro multiculturale in grado di adattarsi ai mercati globali e di favorire nuovi contatti e collaborazioni. La convivenza pacifica tra diverse culture, se gestita con politiche inclusive, può portare a una maggiore coesione sociale e alla promozione di valori universali condivisi.
Sfortunatamente, in alcuni stati, come già detto, si sono aperte irrazionalmente le porte all’immigrazione, non garantendo che la stessa venga assimilata dalla società ospitante. In molti paesi la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà, tra gli immigrati, è quattro volte tanto quella presente tra gli autoctoni, e questo crea le fondamenta per la genesi di sacche d’odio tra immigrati insoddisfatti che non riconoscono culture e regole sociali e danno vita ad “alvei” di altre culture, in contrapposizione alle tradizioni ed alle regole dei paesi ospitanti che, in molti casi generano rabbia. Questa, se di per sé non giustifica nulla, può aiutare a spiegare altre istanze. Sono, infatti, la rabbia e la voglia perversa di emergere soprattutto delle seconde generazioni che, in alcuni stati come Francia e Regno Unito, hanno generato lotte e violenze. La storia insegna che, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, se il percorso che gli immigrati fanno non è quello del successo personale, dell’elevamento della posizione sociale e del riconoscimento, si creano forme di socializzazione al di fuori delle regole, di divertimento incapace di trovare altri sfoghi. In Europa si cominciamo a sperimentare sempre più i “rave parties”, con metodi e luoghi non convenzionali o i raduni autoorganizzati ad esempio su Facebook, o su TikTok, se di età inferiore, dove certamente non si praticano amore o rispetto per il prossimo. Anche in Italia si avvertono segnali di disagio delle seconde generazioni di immigrati, anche se non (ancora) paragonabili a quelle osservati nei paesi citati; da noi si sta facendo sempre più strada la logica del branco, e branco maschile, anche se pure le baby gang femminili si fanno sentire (ma, quanto a violenza, in misura minore) con le stesse prerogative. In molte zone sovrappopolate ha preso vita e si sta anche diffondendo l’odio razziale, che può avere forme e capri espiatori diversi. L’odio andrebbe sanzionato più severamente, anche sul piano morale: a cominciare dagli stadi e dal tifo delle curve organizzate e politicizzate, che andrebbe bandito anziché blandito come avviene oggi. L’integrazione è come un matrimonio: funziona solo se a volerlo sono entrambi i partner. Da noi, tra le due parti prevale il rifiuto, e la responsabilità viene sempre attribuita alla parte ritenuta avversa: succede sempre più spesso. Se ne era parlato a proposito delle violenze in Piazza Duomo a Milano durante il Capodanno di un paio di anni or sono. E succederà ancora, fino a che le (s)ragioni del fenomeno resteranno presenti nella società: magari sopite o, a torto, interpretate come un lieve stato di malessere, ma pronte a risvegliarsi all’occasione, come accade nelle violenze sulle spiagge e sui treni. La fermezza è utile, ma non sarà la minaccia di più galera, pene più severe o punibilità dai 12 anni a risolvere il problema. È una pseudosoluzione comoda elettoralmente, ma non risolve alcunché, precisamente perché arriva quando tutto è già accaduto, senza studiarne una futura prevenzione. Se tutti e subito, al di là delle ideologie politiche, non ci impegneremo a colmare il gap che si è creato e si sta allargando tra due mondi e due culture che oggi sembrano avverse, il solco si allargherà e prenderà sempre più piede il fenomeno della radicalizzazione in entrambe le culture.
Dobbiamo, a tutti i costi, evitare l’odio reciproco! C’è da lavorare per tutti: scuola, associazionismo, sport, quartieri, città, regioni, stato. E ci debbono essere un ruolo e delle responsabilità anche per i predicatori delle moschee (che non sempre diffondono amore), le associazioni e le comunità immigrate, che vanno coinvolte, responsabilizzate, e messe di fronte alle proprie contraddizioni, ma non demonizzate e marginalizzate semplicemente perché tali, poiché possono giocare un ruolo prezioso.
