parte prima
Fin oltre la metà del secolo scorso, l’Europa non aveva una posizione centrale nella geografia migratoria globale: Questa, infatti, in passato, era un fenomeno che investiva soprattutto gli Stati Uniti e l’Australia. Negli ultimi decenni, invece, per ragioni storiche, sociali e politiche che tenteremo di approcciare, ha investito il nostro continente. Ad oggi, per motivi di collocazione geografica e di struttura socio-demografica, il nostro continente è, nel contempo, esposto a migrazioni spontanee e «indesiderate» e bisognoso di flussi selettivamente programmati. La difficoltà di conciliare la realtà migratoria con le aspirazioni e i bisogni strutturali, rappresenta una delle sfide centrali per il futuro delle società e delle istituzioni europee. Da alcuni anni, gli arrivi poco controllati sulle coste italiane hanno portato ad un pesante squilibrio nel rapporto tra migranti spontanei e flussi programmati, per cui si è iniziato a pensare di controllare meglio gli ingressi e di creare le condizioni per cui le popolazioni africane non vedano più l’Europa come un miraggio, affinchè comincino, con il nostro aiuto, a star bene a casa loro rendendo meno interessante l’opzione trasferimento.
Cause del fenomeno migratorio
Dopo gli anni “50 del secolo scorso, finito il processo di decolonizzazione, una gran parte degli stati africani ottenne l’indipendenza, ma molti di essi furono soggiogati da instabilità politica ed economica che portò alla creazione di stati artificiali, con confini che dividevano gruppi etnici e ne univano altri rivali; inoltre, l’incapacità di sviluppare modelli socio-economici sani, spesso compromise le istituzioni democratiche. Le conseguenze furono conflitti interni, guerre civili ed una nuova dipendenza economica dalle potenze ex coloniali. Prese, pian piano, forma una nuova fase storica detta “Neocolonialismo”, cioè la tendenza delle potenze estromesse, in seguito ai moti indipendentistici, a mantenervi la loro influenza politica o almeno a continuarne lo sfruttamento economico, facendo leva sulle necessità tecnologiche e finanziarie dei nuovi governi. Un esempio ancora oggi esistente è la Francia che ha continuato a importare risorse naturali, ingraziandosi leader locali non sempre specchiati ed è spesso intervenuta con una massiccia presenza militare. Il governo del Gabon, a mio parere, mostra come gli accordi loschi con politici corrotti abbiano servito gli interessi francesi per decenni. Multinazionali come Total dominano il settore petrolifero del Gabon. Per loro fortuna, poco tempo fa, il governo è stato rovesciato da un colpo di stato ed ora la gente spera in meglio. Altri Stati sotto il “lungo braccio” francese sono stati o sono ancora Guinea, Mali, Burkina Faso e Niger.
Ancor più invadente e pressante risulta oggi il neocolonialismo cinese in Africa orientale. Soprattutto in Kenya, ma anche in Tanzania ed Uganda, l’espansionismo della potenza asiatica, mascherato da aiuto, propone ai governi di costruire infrastrutture, come strade o ferrovie, indebitando fino al collo gli stati e ponendo la condizione che la mano d’opera debba essere cinese. Così, ad esempio, il Kenya, ad oggi, si trova fortemente indebitato con disoccupazione indigena crescente ed infrastrutture di discutibile qualità. Inoltre, sulle coste kenyane, i cinesi hanno posto la clausola di diritto di pesca delle loro imbarcazioni, lasciando così migliaia di famiglie di pescatori sul lastrico. Essi, purtroppo, praticano anche la pesca “a strascico”, provocando, consapevolmente, la progressiva distruzione degli habitat marini e della biodiversità sui fondali.
A questo punto mi preme evidenziare che i sovra citati fattori, di sovente ignorati dagli economisti e dai politici che si interfacciano con questi paesi, spesso coincidono con gli interessi delle èlites politiche ed economiche locali, perpetuando all’infinito la disuguaglianza e la discriminazione. In questo modo, spesso, gli aiuti allo sviluppo o gli stanziamenti dell’UE, specie nelle loro declinazioni tecnocratiche, se arrivano alle persone, non risolvono il problema, anzi aiutano quei regimi, incentivando solo povertà ed emigrazione.
Altra “piaga” dell’Africa sono le multinazionali, che impoveriscono le già prostrate Nazioni, sfruttandone le risorse che i politici locali concedono loro per interesse personale, senza coinvolgere il popolo, che resta sempre fuori dagli utili ed ancor più emarginato. Finché gli stati europei non abbandoneranno la logica delle società internazionali che hanno come unico loro scopo l’utile, essi rafforzeranno e finanzieranno i poteri illeciti che approfitteranno sempre più delle classi disagiate e queste continueranno a fuggire, emigrando.
Uno specchio per le allodole
Nel corso degli ultimi decenni, nelle aree più povere dell’Africa si sono moltiplicate vere o proprie organizzazioni a scopo di lucro, che giocano un ruolo centrale nello sfruttamento dei migranti e lo trasformano in un lucroso business illegale via terra, mare o aria. Per le strade spesso si incontrano giovani che, per “sbarcare il lunario” sono formati e remunerati da organizzazioni, spesso nord africane. Essi operano, senza scrupoli, in strada o in uffici dall’apparenza legale, prima cercando di convincere, poi offrendo un vero e proprio tariffario per essere portati fuori dalla loro nazione (per esempio: 9000 dollari per andare a Dubai, Doha e Rihad 9000, 200 mila dollari per andare in Europa, naturalmente visto incluso). Ovviamente a “cadere nella trappola” sono soprattutto i ceti più deboli, in particolare le giovani ragazze madri che, spesso, lasciano il figlio ai genitori che vivono ancora in zone rurali, e tentano l’avventura di un lavoro, soprattutto nel middle east, perché è più economico arrivarci. La scarsa percentuale di popolazione del ceto un po’ più abbiente, soprattutto in Somalia, Nigeria, Senegal ed aree subsahariane si indebita a destra ed a manca per riuscire a raggiungere la cifra che gli permetta di arrivare in Europa con tutte le peripezie di viaggio di cui anche da noi si parla. Ho visto casi di organizzazioni (chiamiamole meno disoneste) le quali prendono il denaro in fretta e riescono ad offrire, a chi cade nell’inganno, la possibilità di trovare un misero lavoro per essere sfruttate come baby sitters o lavapiatti; altre organizzazioni prendono il denaro poi scompaiono, altre ancora, invece del lavoro, alla fine, offrono un angolo della strada soprattutto a Dubai. I migranti che possono permettersi di scegliere l’Europa, prima di arrivare (se arriveranno), dovranno passare attraverso i maltrattamenti dei campi di concentramento in Libia, poi nelle mani di scafisti senza scrupoli. Sappiamo tutti, poi, cosa trovano al loro arrivo alla “porta d’Europa”, Lampedusa.
Nel mio piccolo, da anni, mi spendo fisicamente ed economicamente, dove opero in Kenya, per creare condizioni affinchè l’opzione emigrazione vista come possibilità di condizioni di vita migliori, risulti meno interessante. Mi sono spesso confrontato con abitanti del luogo su come implementare le condizioni di vita, in modo che i popoli africani evitino di sfinirsi economicamente per pagare organizzazioni senza scrupoli e rischiare le loro vite, ma la proposta che più affascina, soprattutto le persone mature, è essere aiutati lì nel loro ambiente, lì dove la loro famiglia vive. Oggi, in Italia, il dibattito politico è polarizzato fra pro o contro immigrati, ma, secondo ciò che vedo facendo il “pendolare” tra Italia e l’est dell’Africa, la verità sta nel mezzo. Ad esempio, anche per aiutarli in loco, come io auspico, occorre distinguere alcune realtà. Se da un lato il nostro primo dovere é aiutare, dobbiamo essere altrettanto lucidi ed obiettivi da renderci conto che non siamo in grado di includere nel mondo del lavoro, con una vita decorosa tutti coloro che giungono sulle nostre coste anche perché, nella massa, rischiamo di accogliere delinquenti e terroristi.
continua…
