Circola da qualche giorno la notizia che Johnny Depp, risolti i suoi problemi giudiziari e di coppia, abbia accettato di impersonare per l’ennesima volta le vesti del capitano della Perla Nera, Jack Sparrow. Pur essendo un personaggio di fantasia, sicuramente è diventato il pirata più famoso di tutti al pari di quelle veramente esistiti come Edward Teach, al secolo Barba Nera o Henry Morgan, Bartholomew Roberts conosciuto come Black Bart o ancora come Sir Francis Drake, il corsaro della regina, senza dubbio il mio preferito. In questo ruolo si distinsero anche figure femminili come Anne Bonny e Mary Read, ma nessuno di questi arrivò mai ad essere così potente e famoso come Ching Shih, la piratessa cinese che terrorizzò i mari orientali a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo.

Nacque nel 1775 nella provincia cinese di Canton e passò l’infanzia, distinguendosi tra furti e inganni, facendosi chiamare Shih Yang o Cheng I Sao, poi si unì ad un gruppo di prostitute e lavorò in un bordello galleggiante, fino a quando il pirata Zheng Yi non la fece rapire per arricchire il suo parco di concubine. Colpito dalla sua eccezionale bellezza, volle subito sposarla e lei, facendo capire di che pasta fosse fatta, accettò solo ad una condizione, che lui le cedesse metà di tutti i suoi averi ed il comando dei suoi uomini. Doveva essere davvero bella, tant’è che lui accettò subito senza battere ciglio.

La flotta di cui disponevano i due era davvero notevole, si parla di più di duecento imbarcazioni che dopo circa sei anni, all’apice del potere, diventarono più di 1500, divise in sei flotte distinte, nelle quali servivano più di ottantamila persone. Un esercito vero e proprio che, passato alla storia con il nome di “Flotta della Bandiera Rossa” non potè non seminare panico e terrore ovunque si spostasse, impaurendo anche le ben più organizzate flotte britanniche e portoghesi. La strategia vincente fu quella di riunire tutte le imbarcazioni pirata in una specie di federazione, in modo da ottimizzare le forze ed eliminare i conflitti interni che potessero indebolirla. La vita del pirata però, si sa, è costellata di insidie e pericoli e nel 1807 Zheng Yi morì, secondo alcuni a causa di uno tsunami al largo del Vietnam, secondo altri dopo aver mangiato un piatto di bruchi, riso e veleno, lasciando tutto nelle mani della moglie che, per nulla intimorita dalla situazione, affrontò il suo esercito con poche ma chiare parole: “Da oggi comando io!”.

Così fu e per prima cosa, onde mettere in pericolo la propria posizione, prese in sposo Chang Pao il figlio adottivo del defunto consorte che, seppure possa sembrare una sorta di incesto, le garantì la stabilità politica del consesso dal momento che, il legittimo erede, per la società dell’epoca era lui. In seguito, rimodulò le regole che governavano il suo esercito, al punto da istituire delle punizioni talmente severe per chi trasgrediva, da poter portare alla decapitazione.Nessuno poteva stuprare le donne catturate nelle razzie a terra, pena la morte, solo le donne belle potevano essere vendute, mentre, se un pirata comprava una prigioniera, doveva trattarla come se fosse stata la sua sposa con rispetto senza alcun tipo di violenza. La fedeltà in questo caso doveva essere assoluta pena il taglio della testa. Nessuno poteva scendere a terra per conto proprio, pena il taglio delle orecchie davanti a tutta la flotta, ma in caso di recidiva, gli veniva tagliata la testa. Il bottino veniva registrato su appositi libri e nessuno poteva appropriarsi di qualcosa che provenisse dai furti e dalle razzie, tutto doveva essere equamente distribuito: due decimi ai pirati e i restanti otto in una specie di cassa comune.

Madame Ching, così veniva chiamata, riuscì a dominare un’area che si estendeva dalle coste della Corea fino a quelle della Malesia e i governanti locali, vista l’impossibilità di tenerle testa, arrivarono al punto di consigliare ai contadini e ai pescatori dei villaggi costieri di bruciare le proprie case per rifugiarsi nell’entroterra. A quella mossa la piratessa rispose prendendo d’assalto tutte le navi che trovava in circolazione e la sua rete informativa era così accurata che non esisteva imbarcazione che potesse salpare senza che lei lo sapesse.Per affrontare questo pericolo vagante, l’imperatore Jiaquing formò una flotta imperiale al comando dell’ammiraglio Kuo Lang, che iniziò a darle la caccia. Ching Shih non si perse d’animo ed invece di scappare o comunque di evitare l’ingaggio, accettò lo scontro infliggendogli una sconfitta che non solo, portò alla perdita di più di sessanta imbarcazioni imperiali, ma anche di tutti gli equipaggi che furono non troppo democraticamente annessi a quelli fuorilegge. Disperato per la situazione fuori controllo l’imperatore cinese chiese aiuto alle flotte inglesi e portoghesi, ma nemmeno loro, in due anni di scontri, riuscirono a distruggerla. Non rimase altra via d’uscita che offrire un’amnistia affinché Ching abbandonasse il crimine, cosa che naturalmente lei rifiutò. Tutto sembrava volgere al peggio per il governo cinese, quando, inaspettatamente e senza nessun preavviso, la donna si recò presso una sede governativa di Canton per discutere la sua resa. Per un comandante che aveva sempre condannato e punito la diserzione, uscire così dalla scena sarebbe stato alquanto disonorevole, così nei trattati che stipulò, inserì delle clausole che salvarono non solo lei, ma anche tutto il suo esercito, garantendo loro l’amnistia totale per tutti i crimini commessi. Perchè lo abbia fatto non è ben chiaro, forse anche per la piratessa più temuta del mondo a tutto c’era un limite e lei lo aveva ben oltrepassato o forse non se la sentì più di tirare la corda del destino, chi può saperlo. Sta di fatto che si ritirò in pace, gestendo una casa da gioco ed un bordello, dove morì, si racconta, avvolta in una nube di oppio, all’età di 69 anni, lasciando alla storia il ricordo della donna più temuta di tutti i sette mari.
